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Marzo 2010 / Lettere e Arti
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Questioni di lingua. I 'forestierismi' inevitabili

Chiede un lettore, con malcelato disappunto: “A che cosa si deve questa incontrastabile supremazia linguistica dell’inglese?”. In verità è la storia che decide l’affermazione di un idioma per le vie del mondo: sono il potere economico, il prestigio politico, l’egemonia industriale, il progresso scientifico-tecnologico, la forza del pensiero, a determinarne la fortuna. La lingua è come la civiltà: segue i potenti di turno.
Così fu per il latino che, con l’espandersi dell’Impero romano, si diffuse in gran parte del mondo allora conosciuto. Oggi, in virtù del ruolo di leader esercitato dagli Stati Uniti, è la volta dell’inglese americanizzato: la lingua veicolare dell’intero pianeta, uno strumento che permette a molti popoli di comunicare tra loro, di studiare, produrre e svilupparsi secondo un modello aggiornato e sistematico di relazioni. In passato, dal Settecento in poi, toccò al francese, grazie all’egemonia culturale conquistata dalla Francia fin dalla metà del secolo precedente, rafforzatasi poi con l’avvento dell’Illuminismo e in seguito col successo della Rivoluzione e dell’imperialismo napoleonico. Mai come allora il francese fu la lingua delle classi aristocratiche e delle persone colte. La sua diffusione dall’Atlantico agli Urali determinò un poderoso ampliamento del lessico in tutte le lingue europee, italiano compreso, non senza reazioni – anche violente – da parte dei più convinti sostenitori della tradizione: Alfieri in testa, col suo “Misogallo”, una polemica condanna di tutto quello che la Francia rappresentava.
Vero è che le novità lessicali giunte da Oltralpe furono altrettante iniezioni di giovinezza per la nostra lingua, prossima ormai all’imbalsamazione, inadeguata com’era per la conversazione quotidiana e per la letteratura divulgativa allora in auge. Vive la France, dunque, proteste a parte. Così l’italiano si adeguò ai tempi e i francesismi si estesero ai campi più svariati: lessico politico (patriota, democrazia), economia (conto corrente, monopolio), moda (flanella, scialle), cucina (cotoletta, filetto), vita militare (mitraglia, picchetto), spettacolo (marionetta, minuetto)… Senza trascurare calchi perfettamente assimilati nella nostra lingua (belle arti, colpo d’occhio, presenza di spirito). Perfino “papà”! Perdura negli anni successivi l’influenza del francese nella nostra penisola: “treno, vagone, locomotiva, bicicletta, automobile, radiatore, fotografia, cinematografo, can-can, qualità della vita…”. Pensiamo a vocaboli come: “prefetto, effettuare, vidimare, regolarizzare, localizzare” o a termine del linguaggio giuridico (processo verbale, controllare, avallo, curatela) trasmessici dall’amministrazione napoleonica.
Oggi il francese è in via di regressione: appena il 35% nelle scelte dei parlanti. Cerca di difendersi come può per limitare il suo cedimento all’inglese. Senza dimenticare che la vera crociata va diretta contro i forestierismi usati per falsa eleganza, per esibizionismo e superficialità, non per concreta efficienza. Assurdo sarebbe contrastare l’impiego di parole che hanno giovato al rinnovamento e alla vitalità di una lingua, solo perché sono nate straniere…

Alfredo Prologo


 
 
 
 
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