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Visti da vicino: Ferdinando Imposimato


Un giudice in prima linea

Primi giorni di primavera, esattamente il 27 marzo 2009. Conviviale interclub Rotary di Fano, Pesaro, Cagli ed Urbino presso il ristorante “La Ginestra” nell’incomparabile paesaggio del Furlo. Un graditissimo invito alla presentazione del libro: “Doveva morire” sul caso Moro. Relatore uno dei due autori Ferdinando Imposimato. Serata con una singolare anteprima, la proposta da parte di una cara amica (del giudice e mia) di andare a riceverlo ad Acqualagna dove ci avrebbe raggiunto proveniente da Roma in autobus. Sarebbe bastato questo nel Paese delle auto blù e delle scorte, per farsi un’idea del personaggio che mi intrigò prima ancora di conoscerlo. Ricordo che non fu possibile neppure pagargli il biglietto. Presentazione, pochi convenevoli e subito in auto per raggiungere il luogo dell’incontro. Conversazione tra amici alla quale partecipai con qualche monosillabo e fornendo alcune indicazioni di storia locale. D’altra parte ero un ospite e non potevo chiedere a chi aveva vissuto da protagonista alcuni dei fatti più misteriosi della storia italiana tutto quello che mi premeva dentro, frutto di lunghe riflessioni e di studi approfonditi. Lo confesso ero intimidito.
Attesi pazientemente come tutte le altre numerose persone presenti che Imposimato parlasse in pubblico. Sapevo naturalmente che era stato il giudice istruttore del processo Moro (1978), dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II (1981), degli omicidi del vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione. Per non parlare delle indagini sulle connessioni internazionali del terrorismo in Italia e dei processi alla mafia ed alla camorra. Giudice istruttore anche per il caso Sindona e per la banda della Magliana ed oggi legale assieme a Massimo Krog della famiglia di Emanuela Orlandi. Come sapevo che per una vendetta trasversale nel 1983 gli era stato ucciso il fratello Franco e che era stato senatore della Repubblica per tre legislature occupandosi di problemi come i sequestri di persona, la riforma dei servizi segreti, il terrorismo ed i pubblici appalti.
In poche parole non poteva non essere, come infatti fu, una serata indimenticabile. Il giudice affrontò nelle sue infinite sfaccettature la vicenda Moro mettendone in luce con chiarezza disarmante tutte le implicazioni nazionali ed internazionali ed indicando i ruoli svolti dai singoli soggetti direttamente o indirettamente coinvolti facendo luce su “quello che non è mai stato visto e raccontato”. Non ho alcuna intenzione di riassumere i vari passaggi della sua relazione che lasciò tutti con il fiato sospeso, il libro è ancora in vendita. Ma soltanto ricordare la forza e l’intelligenza di un uomo passato non indenne attraverso vari gironi infernali. La sua volontà di non mollare e di non accontentarsi mai delle verità preconfezionate soprattutto di quelle presentate con nastri e fettucce; fino al punto di confessare, come nel caso Moro, di essersi sbagliato attribuendo un significato nobile alla cosiddetta “linea di fermezza” che invece oggi appare come una vicenda dai contorni oscuri perché Moro “doveva morire”. Da allora questa sua “confessione”, che mi turbò molto quella sera, non mi lascia dormire perché torno sempre a chiedermi, senza trovare risposta, in che mondo viviamo.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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