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Lisippo: un intrigo internazionale


La sentenza per la confisca dell’Atleta di Fano

La lunga vicenda dell’Atleta di Fano, pescato in mare da un battello da pesca di Fano nel lontano 1964, si è temporaneamente conclusa con una ordinanza illuminata ed illuminante del GIP di Pesaro Lorena Mussoni. Ordinanza che impone la “confisca della statua, ovunque essa si trovi”. La nuova vicenda giudiziaria aveva avuto inizio con un esposto dell’associazione “Le Cento Città” a firma del presidente pro-tempore avvocato Tullio Tonnini; e dopo il respingimento delle eccezioni presentate dai difensori del Getty Museum di Malibù in California sulla competenza di un tribunale italiano a giudicare in merito, ha avuto un esito positivo.
Ma la storia era cominciata molto prima, esattamente nel maggio 1966 con l’assoluzione per insufficienza di prove presso il Tribunale di Perugia di quattro imputati (gli eugubini Pietro, Fabio e Giacomo Barbetti ed il prete Giovanni Nagni), che erano entrati illecitamente in possesso della statua. A condannare i tre per ricettazione ed il Nagni per favoreggiamento fu invece la Corte d'Appello di Perugia nel 1967, sentenza annullata dalla Corte di Cassazione nel 1968 e seguita da una nuova assoluzione della Corte di Appello di Roma nel 1970 per la impossibilità di accertare l'interesse artistico, storico o archeologico del reperto. Il tutto avvenuto quando la statua era ancora nascosta in Italia.
Mai accertata è la storia che fu "un antiquario milanese" nel 1971 a vendere la statua al tedesco Heinz Herzer; angosciante è poi la versione che la statua lasciò Gubbio con una spedizione di forniture mediche mandate in Brasile presso una missione in cui operava un religioso parente dei Barbetti, già riportata dal giornalista Bryan Rostron sulla Saturday Review del marzo 1979. Certo è che Herzer dichiarò di aver acquistato la statua per “Artemis”, consorzio internazionale d’arte, "da una collezione sudamericana"; e che nell'ottobre del 1971 la fece sottoporre ad analisi presso il Doerner Institut di Monaco. Thomas Hoving, direttore del Metropolitan Museum esaminò la statua nel 1972 in quella città senza procedere al suo acquisto per i dubbi sulla legalità della provenienza, come egli stesso dichiarò a Rostron. La statua fu invece acquistata dal Getty Museum per 3.950.000 dollari (purtroppo anche con l’avallo di Federico Zeri, allora uno dei consulenti di quel museo) dopo la morte del vecchio Getty che di fronte all’impossibilità di avere la documentazione sulla legittimità dell’uscita dall’Italia aveva sempre rinviato l’operazione. E' infine certo che il direttore generale dei Beni Culturali nel 1990 segnalò al ministero degli Esteri che in Italia era stato rinvenuto nel 1989 un frammento della concrezione marina che al momento del recupero ricopriva quasi interamente la statua: esattamente quella concrezione che personalmente feci consegnare, da colui che la deteneva, alla Procura della Repubblica di Pesaro retta allora dal dottor Savoldelli Pedrocchi. Era la prova provata che si cercava da anni.
Nessuno da allora osò più sostenere che la statua del Getty non fosse la stessa recuperata dai pescatori fanesi. La concrezione marina si era staccata, dichiarò il signor Dario Felici, proprietario del terreno in cui la statua era stata temporaneamente seppellita, per un colpo di vanga da lui stesso inferto all'atto del dissotterramento "all'altezza di uno stinco". Quindi l’opera ripescata in mare durante una battuta di pesca “in acque internazionali”, come ha sempre sostenuto con me il capobarca Romeo Pirani, fu sbarcata a Fano dove rimase per un breve periodo, poi sotterrata in un campo di cavoli a Carrara ed infine trasferita a Gubbio presso i Barbetti. Da Gubbio, per un lungo periodo di tempo, se ne perdono le tracce. Certo è che, poiché non esiste nessuna autorizzazione all’esportazione e gli avvocati del Getty (pur sfidati a farlo dal sostituto procuratore Silvia Cecchi, dall’avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli e dall’avvocato de “Le cento città” Tristano Tonnini) si sono ben guardati dall’esibire qualsiasi documento, l’opera è uscita illegalmente dall’Italia: in altre parole, è uscita di contrabbando. Lo sosteniamo da trent’anni per una atavica fiducia nella Legge in opposizione alla “legge”, ieri della forza ed oggi del denaro, che per troppe persone è l’unico strumento che regola le cose del mondo.
Siamo alle battute finali. L’impegno di pochi, tra i quali alcuni validissimi servitori dello Stato: i carabinieri guidati dal capitano Salvatore Strocchia, l’avvocatura dello Stato, alcuni magistrati, qualche giornalista e “Le Cento Città” (nel silenzio, lungo, troppo lungo, della politica nazionale, uniche eccezioni i già ministri dei Beni Culturali Buttiglione e Rutelli), è stato finalmente ripagato da coloro che hanno riportato nei suoi esatti termini una vicenda che – se la cupidigia non avesse ottenebrato le menti – non sarebbe neppure nata. La statua fa parte del patrimonio indisponibile dello Stato ed è uscita illegalmente dal nostro Paese. La Repubblica italiana ha non solo il diritto ma il dovere di confiscarla ovunque si trovi. Et de hoc satis. Attendiamo il suo ritorno con l’ottimismo della ragione.

Alberto Berardi

I tesori ingoiati dal mare

Dopo alcuni decenni che gli amministratori di Fano si sono accaniti per il rientro in Italia della statua in bronzo detta del Lisippo, raccolta dal fondo del mare davanti alle nostre coste e poi esportata pare illegalmente (ed ora in mostra al Getty Museum di Malibù in California), un giudice di Pesaro, il GIP Lorena Mussoni, coadiuvata con passione da un altro magistrato, il PM Silvia Cecchi, ha disposto il sequestro del reperto onde provvedere al suo recupero. Naturalmente tutti felici, soprattutto a Fano, i cui marinai hanno pescato la statua salvo poi rivenderla, per pochi soldi, a un cementiere di Gubbio. Il quale a sua volta, a peso d’oro, l’ha rivenduta al museo americano. Il Lisippo, così come lo vediamo, rappresenterebbe un atleta vittorioso, ma più verosimilmente, viste le sembianti molto sensuali, potrebbe rappresentare un bellissimo efebo nel gesto significativo di offrirsi o farsi ammirare.
Una vecchia questione: le opere d’arte trafugate dai rispettivi Paesi, stanno bene dove stanno o devono tornare donde sono partite? Noi crediamo in generale che le opere d’arte trafugate (grassate, rubate per fatti bellici, dai vari inglesi, dai francesi o dai cisalpini di Napoleone, dai tedeschi di Goering, dai sovietici di Zukov) stanno magnificamente bene dove stanno: all’Hermitage, al Louvre, al Museo Egizio di Torino, allo stesso museo Getty di Malibù. L’obelisco di Axum, costruito dagli egizi nel primo secolo, portato a Roma dai legionari di Mussolini al tempo della guerra di Etiopia, è stato ammirato da milioni di persone; restituito all’Etiopia, e confuso ora con altre diecine di pietre in una zona semiabbandonata, viene vista soltanto da un pubblico locale, peraltro distratto.
Ma per l’efebo di Lisippo noi staremmo dalla parte degli amministratori fanesi e dei giudici di Pesaro che si sono attivati per il suo rientro. La statua appartiene a noi per una infinità di ragioni. Perché parliamo del nostro mare, del nostro Mediterraneo, soprattutto del nostro Adriatico. Cosa faceva in navigazione il Lisippo davanti alla nostra costa? Su quale nave era imbarcato? Dove veniva trasportato? Perché? E da chi? Noi sappiamo poco del nostro passato e del resto pare che non ce ne curiamo. Basti dire che il nostro mare, da Ravenna a Vasto, veniva chiamato mare della Civiltà di Novilara e nessuno lo sa. Le navi che risalivano l’Adriatico, e ne ridiscendevano la corrente lungo la nostra costa, erano certamente navi greche, ma della Grecia sicula, della Grecia di Archimede e forse prima. E’ suggestivo pensare a un mare comune, comprendente la civiltà di Novilara, già nell’età del ferro, fra il XII e il V secolo avanti Cristo. L’efebo o atleta vittorioso di Lisippo era piaciuto a qualcuno, a un piceno, a un capo etrusco, forse già a un romano, e questo qualcuno – come il cementiere di Gubbio – lo stava trafugando o l’aveva segretamente acquistato. Perché la nave affondò? Quando? Il nostro mare è pieno di navi greche, cartaginesi o romane, cariche di olle di olio e di altri materiali, che sono affondate. Ma dove è stato ripescato il Lisippo si sarebbe potuto ritrovare qualche altra cosa del carico della nave. Forse altre statue. Ma nessuno ha guardato e non è facile ora ritrovare il punto preciso. La statua pescata venne sotterrata alla meglio per anni in un campo di cavolfiori lungo il Metauro. La suggestione di questa statua si lega con la vicinanza del luogo di ritrovamento. C’è suggestione dei greci della Sicilia, dei loro viaggi, dei loro approdi, dei loro insediamenti nel mare della civiltà di Novilara. Vi è la possibilità di legare insieme tanti avvenimenti e fare altre ricerche. Il simbolo, il riferimento di questo affascinante lavoro, può essere dato dal Lisippo, che noi ora rivogliamo a Fano.
Per dare l’idea di quello che sarebbe l’evento è sufficiente fare un confronto. I bronzi dorati di Cartoceto, contesi fra Ancona e Pergola, sono esposti ora più vicino al luogo dove sono stati ritrovati; essi evocano una storia nota, la Roma imperiale, legata alla terra dei Galli senoni quelli dei tempi repubblicani. Una evocazione suggestiva, certo, ma nulla al paragone della suggestione che viene dalla Grecia sicula, dal suo contatto con la civiltà dei Piceni, in mare aperto. Bravi questi nostri magistrati, che per una volta non si sono occupati soltanto di malinconici delitti; bravi questi nostri amministratori di Fano, che si sono tanto battuti per un fatto di cultura e di storia.

Roberto Pantanelli


 
 
 
 
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