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Pillole di storia. La disfatta francese a Dien Bien Phu

Il generale Vo Nguyen Giap

Furono francesi, italiani e portoghesi i primi missionari cattolici a mettere piede, nel XVII secolo, nella penisola indocinese (oggi Vietnam, Laos e Cambogia) e fu col pretesto della loro protezione che i francesi, con un loro esercito d’invasione, intervennero nel 1858. È così formata l’Union Indochinoise che diviene ben presto ricca colonia (tè, caffè, carbone, caucciù) tanto da ipotizzare che Saigon potesse divenire un’altra Singapore. Si deve arrivare alla Seconda guerra mondiale per assistere alla nascita del movimento per l’indipendenza del Vietnam (il Vietminh, fondato nel 1941 da Ho Chi Min, cresciuto in Francia alla scuola marxista). Profittando del sostegno della confinante Cina comunista, i Viet organizzatisi militarmente sotto la guida di un eccellente generale e stratega, Vo Nguyen Giap, iniziano una campagna di scontri anche in campo aperto. Ripresa Hanoi dai francesi nel dicembre 1946, i Viet sono costretti a ritirarsi sulle montagne del nord-est e nelle paludi a sud del fiume Rosso. Giap riesce però a costituire un vero e proprio esercito con cui, nel settembre 1950, sbaraglia i francesi sugli altipiani settentrionali e li costringe ad abbandonare le province del nord. La campagna del 1951 registra però la secca sconfitta dei Viet per opera delle truppe del generale Jean de Lattre de Tassigny ma i francesi nulla possono per evitare che il Laos cada nelle mani avversarie (1953).
Il nuovo comandante delle forze francesi in Indocina, il generale Henri Navarre, pensò allora di sfruttare il dominio dell’aria per creare un centro di resistenza per bloccare le iniziative Viet provenienti dal Laos e tagliarne i rifornimenti. Navarre sceglie la piana di Dien Bien Phu, a un’ora e mezza di volo da Hanoi, dove i giapponesi avevano costruito nel 1945 una pista d’atterraggio. La piana assomiglia a un immenso stadio, lungo circa 17 chilometri e largo da 3 a 7 chilometri, dove – scrisse un giornalista dell’epoca – “i Francesi avrebbero giocato sul prato e i Viet sulle gradinate”. La vallata è percorsa da due fiumi e circondata da montagne alte fra 1000 e 1500 metri, tra marzo e agosto vi cadono pioggie 50% più copiose che nel resto dell’Indocina e nuvole e nebbia permangono fittissime anche nella stagione secca. Una sola pista perennemente allagata collega la valle con l’area a nord, altrove solo giungla.
All’alba del 20 novembre 1953 un corpo di spedizione francese composto da 1800 uomini è paracadutato sulla piana, 220 miglia oltre le linee nemiche, e la conquista in meno di sei ore. Essi iniziano a fortificare l’area, facendovi affluire uomini e materiali e costituendo una serie di capisaldi in posizione tale da potersi sostenere l’un l’altro. Ciascuna postazione è difesa da trincee, reticolati e campi minati: ricordo ancora che da ragazzo, ascoltando alla radio i reportage sulle drammatiche vicende che colà si svolgevano, queste postazioni erano indicate con nomi di donna. Le due centrali, “Huguette” e “Claudine”, difendevano l’unica pista di atterraggio. Il piano era rimanere sulla difensiva e snervare l’avversario fino al 1954 per poi passare nel 1955 all’offensiva per costringere i Viet al negoziato. Ma il piano francese non aveva previsto le condizioni climatiche estreme e la capacità vietnamita di rifornirsi dal confine cinese. Per di più, una legge votata nel frattempo dal parlamento proibiva l’utilizzo di coscritti al di fuori del territorio nazionale, dimezzando così le truppe disponibili. Inoltre i francesi potevano utilizzare esclusivamente ponti aerei per trasportare materiali mentre Giap andava accumulando cannoni, uomini e materiali via terra con una stupefacente abilità di non farsi scoprire. Il colonnello De Castries, comandante della base, arriva a disporre di dodici battaglioni di fanteria; Giap ammassa fino a 180 mila soldati e migliaia di pezzi d’artiglieria. Il 12 marzo 1953, dopo un violento fuoco di preparazione, i Viet scattano all’attacco e otto ore dopo il primo caposaldo francese, “Beatrice”, seppur eroicamente difeso dal 3° battaglione della Legione Straniera, cade nelle loro mani anche se a prezzo di perdite così pesanti da costringere Giap ad arrestare l’offensiva. Il 14 marzo anche “Gabrielle” è investita con ugual intensità di fuoco e del V Reggimento fucilieri d’Algeria riesce a retrocedere solamente un gruppo di 150 superstiti. In pochi giorni cadono in mano Viet le alture che dominano la pista aeroportuale, così che i rifornimenti potranno essere solamente paracadutati. Rientra a Dien il battaglione paracadutisti della Legione del maggiore Bigeard, l’unico rinforzo disponibile seppure logorato da venti mesi ininterrotti.
Il 20 marzo il generale Ely è a Washington per convincere gli Stati Uniti a fornire aiuti in uomini e mezzi ma Eisenhower non concede molto più di quanto già non fosse in atto, temendo complicazioni con la Cina. I Viet cambiano quindi tattica, avendo accumulato negli attacchi frontali tante perdite umane da non poterle facilmente rimpiazzare. Inizia così la guerra delle trincee progressive, scavate di soppiatto fino ad arrivare a ridosso delle posizioni avversarie e prenderle d’assalto di sorpresa. Il 30 marzo scatta la nuova offensiva, al comando personale di Giap. Assalti all’arma bianca, contrattacchi, postazioni difese, perdute e riconquistate, un’immane carneficina: all’alba i Viet sono padroni di altre alture, Bigeard contrattacca ma deve poi ripiegare per l’esaurimento delle munizioni. Giap accusa perdite colossali per cui interrompe l’offensiva e richiama nella piana la riserva, costituita da reclute. I francesi paracadutano sul ridotto l’ultima riserva, il Reggimento paracadutisti coloniali del Maggiore Bréchignac, il cui arrivo galvanizza gli assediati così come la promozione al grado superiore di tutti gli ufficiali della guarnigione, annunciata via radio. Nell’inferno di Dien Bien Phu rimane intrappolata anche una donna, l’infermiera dell’Aeronautica Francese Geneviève de Galard, addetta ai trasporti aerei dei feriti. Atterra con un C-47 con le insegne della Croce Rossa la notte del 27 marzo (ormai le evacuazioni si possono effettuare solo nottetempo) ma l’aereo rimane danneggiato e non può ripartire. Rimarrà ad operare nell’ospedale da campo fino alla resa, sarà presa prigioniera e poi liberata alla fine di maggio, contro la sua volontà di rimanere a curare i suoi soldati. Sarà insignita sul campo della Legione d’Onore e della Croce di Guerra e nominata “Legionario ad honorem”.
La notte del 1° maggio inizia la nuova offensiva Viet, con una superiorità numerica impressionante che travolge via via le postazioni francesi, ridotte dalla pioggia a enormi pantani. “Huguette”, difesa allo stremo dal capitano Lucciani, cade il 4 maggio ma la resistenza francese è ancora tenace: il 6 maggio il rullo compressore degli attaccanti tutto travolge. Alle ore 17 il generale de Castries, via radio, comunica: “I Viet sommergono ogni cosa, la fine è prossima ma noi ci batteremo fino all’ultimo. Arrivederci. Viva la Francia”. All’imbrunire, 1000 legionari sfondano le linee e si aprono un varco verso la giungla ma solo pochi sfuggiranno alla morte. L’8 maggio 1954, alle ore 01 dopo cinquantasette giorni di scontri costati oltre ventisettemila morti, gran parte dei quali fra i vincitori, la bandiera Viet sventola infine sull’ex quartier generale di de Castries: 11 mila francesi sono fatti prigionieri. Lo stesso giorno a Ginevra si apre il tavolo dei negoziati, il 2 luglio ci si accorda per la divisione del territorio fra Vietnam del Nord (capitale Hanoi), Vietnam del Sud (capitale Saigon), Laos e Cambogia indipendenti. Termina il dominio coloniale francese in Indocina.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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