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L'Istria e la sua storia

Si è concluso il primo concorso “10 febbraio – Giorno del Ricordo” bandito dall’A.D.ES. (Associazione amici e discendenti degli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati) in collaborazione con la Biblioteca San Giovanni, l’assessorato alla Cultura del Comune di Pesaro e la presidenza del Consiglio provinciale. Il concorso (una prima assoluta nel panorama nazionale) è nato da un progetto presentato più di un anno fa dal delegato provinciale dell’A.D.ES. Carlo Alberto Consani all’allora assessore alla Cultura del Comune di Pesaro Luca Bartolucci.
Il premio (un viaggio nelle terre di Istria e Dalmazia) è stato assegnato a Gianpaolo Capozzi per uno scritto dal titolo “Sguardi vicini per ricordi infiniti”. Tre diplomi di partecipazione sono stati consegnati a Mirella Budinis, autrice della raccolta di poesie “Cartoline in versi”; a Paolo Morsiani, che ha presentato una memoria con filmato “Aiuti alla città di Vukovar”; e alla prof. Paola Campanini che, con la classe IV L sezione scientifica del Liceo Marconi di Pesaro, ha prodotto una lettura scenica dal titolo “Due totalitarismi a confronto: la penisola istriana fra fascismo e comunismo”.
Alla cerimonia di premiazione, avvenuta il 10 febbraio nella sala del Consiglio comunale, hanno partecipato il presidente nazionale dell’A.D.ES. Pietro Luigi Crasti, il delegato provinciale Carlo Alberto Consani, il presidente del Consiglio provinciale Luca Bartolucci e l’assessore alla Cultura del Comune di Pesaro Gloriana Gambini.

“Talian Fassista”

Sono di origine istriana, figlio di una rovignese ed un orserese, mia nonna era di Portole e mio nonno Luigi era di Montona. Mio nonno venne ucciso da tre giovani, una ragazza e due ragazzi, provenienti da un paese slavo all’interno dell’Istria. Così mi disse il parroco del paese dove abitava mio nonno: Don Francesco Dapiran, uomo energico che aiutò una gran parte della popolazione istriana nel ricostruirsi una vita dopo che con l’Esodo, conseguente al trattato del 10 febbraio 1947, ci spinse ad andar via, fuggendo profughi dalle nostre terre. Il sacerdote disse che conosceva questi giovani ed alla domanda che rivolse loro “Perché avete ucciso Luigi Crasti?”, risposero “Talian Fassista”. L’ideologia di Tito faceva infatti presa sulle menti più semplici a cui insegnavano che gli italiani si erano impossessati delle loro terre, che ogni italiano meritava di essere eliminato, ogni italiano era anche fascista, quindi doppia colpa: usurpatore e criminale, secondo la loro visione. E’ così cominciò il terrore della pulizia etnica: chi dice 8, 10, 15, 20.000 siano le vittime infoibate. Comunque l’Istria si spopolò e su circa 450.000 abitanti si stima che almeno 350.000 esodarono inseguendo il confine italiano che arretrava a causa del trattato che  imponeva la cessione di quelle terre: così decisero le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale.
Sono nato a Fertilia, in Sardegna, un paese popolato quasi interamente da Istriani, Fiumani, Dalmati; parlavo solo il dialetto istriano, fino ai 6 anni, che somiglia molto a quello veneto. L’accoglienza nella penisola non fu delle più rosee. Ricordo la vergogna del treno merci, che raccogliendo quella povera gente da Ancona (proveniente dal traghetto che li aveva portati da Pola d’Istria) a Bologna non fu fatto fermare: era prevista una sosta, le crocerossine erano pronte con latte caldo ed altri generi di conforto, “qualcosa da offrire” insomma per quelle famiglie (uomini, donne, bambine, vecchi e giovani) stipate nel carro merci, intirizziti dal freddo e stanche dal lungo viaggio. Al suo arrivo a Bologna gli altoparlanti pronunciarono la vergognosa frase “se il treno dei fascisti si ferma, tutto il compartimento di Bologna entrerà in sciopero!”.
Il nostro sodalizio desidera valorizzare le testimonianze di coloro che hanno vissuto quei periodi, perché solo così possono essere trasmessi e conosciuti. Vi è stata una grave omissione, un occultamento della verità storica, di ciò che è accaduto ad una regione italiana estesa come la nostra Puglia di oggi.

Pietro Luigi Crasti
Presidente nazionale ADES

 

L'ossario di Caporetto

“I Balcani producono più storia di quanta possano consumarne”, diceva Winston Churchill, e anche noi non siamo stati capaci di sottrarci al giogo di questo destino iniziato qualche decennio prima in una stretta valle ripetutamente colpita da terremoti, oggi piena di impalcature che sorreggono ogni casa. Una stradina stretta, tortuosa, taglia il centro di ogni paesino fino a Kobarid: Caporetto se a Versailles le cose fossero andate diversamente e la vittoria non fosse stata mutilata proprio qui, dove il fiume percorre una stretta tra il Monte Nero e il Metajur, alle falde della cima Stàrijski, il paradiso dei canoisti. Un paese tranquillo, una chiesa, qualche negozio, le solite attrezzature sportive tipiche delle terre slave e poca gente dallo sguardo triste, oltre a qualche turista non solo italiano che passa di lì, quasi per caso, a vedere dove sono svaniti i sogni di gloria dell’Italia nella Grande Guerra.
Italiana fino al 1945, più o meno come Pola, Fiume o Zara, ora non più, e si vede... Erano ottocentoquarantaquattro anime nel ’36, non sono molte di più oggi, ma è alzando lo sguardo verso la collina che tornano in mente vecchi ricordi. Poi, tornando con i piedi per terra, tra due colonne seminascoste tra le case inizia la salita. La strada è lunga, anche se a prima vista non sembra, stretta e ripida. Di qua e di là blocchi di pietra, qualche statua e tanta vegetazione, come in tutto il Paese, ieri Italia, poi Jugoslavia, oggi Slovenia. Un eccesso di storia che ha provato i popoli di queste regioni. Sembra di non arrivare mai, qualche automobile di turisti transita a fatica, c’è grande caldo ma le chiome degli alberi fanno ombra. In ogni momento si ha la sensazione di essere giunti alla meta invece non si arriva mai, allora inizi a pensare “dove sarà”, “che bisogno c’era di tanta fatica nel ’17 per conquistare questa terra”, “poveri noi, italiani”, fino al grande piazzale vuoto antistante l’ossario. La base è imponente, così come la scalinata al centro della quale è posta una grossa lastra di marmo: “Onore a voi che qui cadeste valorosamente combattendo”. Più su, lungo le terrazze intorno al santuario, in cima a ogni rampa di scale una Via Crucis contornata da nicchie entro archi a tutto sesto, all’interno di queste i nomi dei soldati caduti con relativo grado ed eventuali medaglie, poi alcune nicchie senza nomi, in cui era scritto semplicemente “500 militi ignoti”. In cima, il santuario, e all'interno un grande libro contenente le firme di molti visitatori tra cui ne spiccavano alcune seguite da una frase, un pensiero, un ricordo per le disavventure di tutti gli italiani che si sono trovati loro malgrado in terra straniera, espatriati senza essere emigrati. Anche da qui sono nate tante sofferenze, trent'anni dopo, per i nostri concittadini spesso abbandonati al loro destino. Un italiano aggiungeva un ringraziamento “a tutti i non italiani che sono venuti fin qui”, grazie a tutti, arabi, americani, europei, grazie.
Solo all’uscita il panorama sulla vallata, stretta ma abbastanza aperta, ha un po' sollevato quel velo di tristezza che si stava posando su tutti noi per le amare riflessioni di guerra. E quando da un pulmino di turisti da Lubiana è scesa una ragazza di cui non ricordo il nome, con cui mi sarei fermato volentieri a parlare ma non avrei capito nulla per via della lingua, è stata di nuovo una gioia. Tra il desiderio della vita e il ricordo della morte, ugualmente penetranti, fino al varcare di nuovo la soglia delle due colonne d’ingresso, dopo la discesa, è stato come respirare un’aria diversa, più antica, più pulita... 7014 italiani giacciono lì, all'ossario di Caporetto, grande, severo, dominante, in tutti i sensi.

Gianpaolo Capozzi


 
 
 
 
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