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Siamo tutti intercettati?


Incontro col sostituto procuratore della Repubblica, Massimo Di Patria

I Lion’s Club di Pesaro e Gabicce hanno organizzato recentemente un dibattito sull’uso delle intercettazioni telefoniche nel nostro sistema giudiziario. Fra i partecipanti, anche il sostituto procuratore del Tribunale di Pesaro Massimo Di Patria, 52 anni, originario di Caserta e in carriera da ventisei anni. E’ stato pretore e poi giudice monocratico a Castelvetrano in provincia di Trapani (il paese del mafioso Matteo Messina Denaro, ancora latitante) ed è in servizio a Pesaro dal 1992 come magistrato inquirente. Lo abbiamo incontrato per approfondire meglio alcuni aspetti di questa controversa questione.

Molti dicono che le intercettazioni telefoniche in Italia sono troppe (e troppo costose). Altri invece ritengono che siano uno dei più importanti strumenti investigativi contro la corruzione, come ha dichiarato testualmente il procuratore generale della Corte dei Conti.
“Premetto che le intercettazioni telefoniche in Italia, a differenza di molti altri Paesi, possono essere autorizzate solo con decreto del giudice, su richiesta della magistratura inquirente, quando ravvisa l’esistenza di gravi indizi di reato. Tanto per farle un esempio, proprio ieri il Gip (giudice per le indagini preliminari) me ne ha rifiutate due. Altrove, per quanto mi risulta, le intercettazioni vengono fatte anche dalla polizia, dai servizi segreti, da altre forze dell’ordine: per questo non sono disponibili statistiche attendibili e paragonabili alle nostre. Inoltre, secondo il nostro codice di procedura penale (articolo 266), le intercettazioni sono consentite solo per ipotesi di reato punibile con una pena superiore a 5 anni di reclusione; per i delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista una pena non inferiore a 5 anni di reclusione; per i delitti relativi a sostanze stupefacenti, armi e sostanze esplosive; per i delitti di contrabbando; per i reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, e – ovviamente – molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono. A questi casi è stato aggiunto recentemente anche quello della pornografia minorile. Vista la gravità delle ipotesi di reato, non mi sembra scandaloso che la legge permetta l’uso di uno strumento fondamentale per ottenere informazioni sulle persone sottoposte ad indagine e quindi arrivare alla possibile identificazione dei responsabili”.

Le intercettazioni sono solo strumenti di indagine o sono anche prove in giudizio?
“L’uno e l’altro. Sono strumenti di indagine per raccogliere elementi utili al rinvio a giudizio dell’indagato; o – al contrario – per decidere il suo proscioglimento dalle accuse ipotizzate. I contenuti delle intercettazioni sono prove a carico durante l’eventuale processo”.

Però, magari dopo pochi giorni, le ritroviamo parola per parola sui giornali. Anche quelle che apparentemente non hanno alcuna rilevanza penale.
“Qui bisogna fare alcune distinzioni. Se le notizie sono coperte dal segreto istruttorio, la loro rivelazione è un reato punibile con una pena da 6 mesi a 3 anni di reclusione. Diventano invece pubbliche dal momento in cui vengono rese disponibili alle parti in causa: e quindi c’è una pluralità di soggetti che ne sono legittimamente a conoscenza e che quindi possono divulgarle a chiunque. Nelle ultime vicende – cui lei probabilmente si riferisce – siamo appunto in questa situazione. Per quanto riguarda l’apparente irrilevanza penale delle conversazioni registrate, bisogna ricordare che la polizia giudiziaria registra tutto; ma viene poi trascritto solo quello che è pertinente ai fini delle indagini. Per esempio, se una prostituta parla con un’amica del denaro che sta per ricevere da un soggetto che è indagato per favoreggiamento della prostituzione, non c’è dubbio che quella conversazione sia molto rilevante ai fini dell’indagine. Non lo sarebbe se la stessa prostituta parlasse invece dei suoi problemi di salute: e infatti – in questo caso – quella conversazione non verrebbe trascritta. Il meccanismo di eliminazione delle conversazioni irrilevanti è previsto dall’art. 268 del codice di procedura penale.
Un problema diverso è quello della pubblicazione sui giornali. Oggi la cosa è del tutto legittima per gli atti non vincolati dal segreto istruttorio. Naturalmente si può approvare una legge specifica per impedire o limitare questa possibilità, qualora si consideri prevalente il diritto alla privacy degli indagati rispetto all’interesse dell’opinione pubblica di conoscere tutti i fatti (penalmente rilevanti) che riguardano persone pubbliche”.

L’accusa che viene periodicamente mossa alla magistratura (divisa in diverse correnti) è quella di scegliere o orientare le indagini per favorire una parte politica...
“Guardi: in Italia ci sono 9.052 magistrati ordinari (5.107 uomini e 3.945 donne). Al di là della corrente cui può o meno appartenere, ciascuno di loro è comunque portatore di una sua cultura giuridica e di un suo sistema di valori: per fare qualche esempio, l’atteggiamento  più o meno favorevole verso le sanzioni alternative alla pena carceraria;  oppure la propensione per una gestione collegiale piuttosto che decisionista o autoritaria nella direzione degli uffici. Ma è ridicolo pensare a un “partito dei giudici” che possa indirizzare politicamente il comportamento dei colleghi in altri ambiti territoriali. Ricordo a tutti che nel nostro ordinamento esiste l’obbligatorietà dell’azione penale quando si venga a conoscenza di notizie di reato: le priorità vengono scelte solo in base alla gravità dei reati o a considerazioni tecniche: per esempio si dà la precedenza a un indagato già detenuto, rispetto ad uno a piede libero”.

Lei è favorevole o contrario alla separazione delle carriere fra giudici e procuratori?
“Sono decisamente contrario, perché è una garanzia per il cittadino che la fase inquirente sia affidata a un magistrato con una cultura della giurisdizione piuttosto che a una specie di super poliziotto con una diversa preparazione culturale. Inoltre si perderebbe, in questa ipotesi, anche il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché sarebbero il governo o il parlamento a decidere le priorità dei reati da perseguire: con una sostanziale modifica del principio della separazione tra i poteri dello Stato”.

A.A.


 
 
 
 
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