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L'innocenza e la fragilità dei malati di mente
Una toccante testimonianza sulla realtà degli Istituti psichiatrici

Nel 1983 è iniziata la mia esperienza a contatto diretto con oltre trenta disabili psichici gravi. Ho dato anni di lavoro all'I.M.E. di Muraglia, fra disagi incredibili, situazioni drammatiche, carenza cronica di personale e di risorse economiche, anche in tempi di abbondanza. Vorrei esprimere, da questo osservatorio doloroso e privilegiato in cui sono vissuta, alcune considerazioni su questo mondo strano ed estraneo alla gran parte degli uomini.

Nata e vissuta nel cuore di questo secolo, denso di trasformazioni sociali, scientifiche e politiche, di grandi crolli ed altrettanto immani riassetti, debbo amaramente constatare che a rimanere immutata era ed è ancora la condizione dell'ammalato di mente. Consideriamolo in uno schema tipo della sua evoluzione. Quando nasce, la sua anomalia sconvolge la famiglia, la quale, tuttavia, lotta disperatamente per guarirlo e spera con tutte le sue forze che il colpo inferto alla propria creatura possa essere allontanato o attutito. Il dramma comincia quando la speranza muore, quando gli altri non capiscono la sua sofferenza, quando improvvisamente, si è consci dell'inutilità di tante fatiche. Per il confluire di numerosi fattori, la famiglia è costretta a capitolare. Se ha possibilità economiche, gestisce la situazione al suo interno o in cliniche private. In caso contrario il suo calvario culmina con la decisione di ricoverarlo. La famiglia spera che si provveda alla sua salute: viceversa si accorge presto, salvo lodevoli eccezioni, che la malattia tende ad acuirsi. Il malato mentale peggiora e il suo equilibrio psicofisico, già instabile, si rompe, fino a portarlo alla morte precoce.

L'istituto è l'unico presidio sanitario nel quale la probabilità di scampo è quasi nulla. Lì il malato di mente soffre per lunghi anni lontano dal contesto sociale, in un clima di solitudine e di abbandono. Ogni tanto, come uno spauracchio, sale agli onori della cronaca per fatti sensazionali finalizzati a colpire la pubblica opinione, che subito dimentica per lasciare le cose come stanno. Inserito in una società opulenta e competitiva come la nostra, le sue grida di aiuto sono sommerse da cinico silenzio e dal fragore della tecnologia.

Afono di proteste e di richieste, chiuso alla cista come un ergastolano, privato di potere contrattuale, del diritto di voto, della possibilità di produrre disarmato e confuso dalla sua stessa malattia, egli è ridotto ad oggetto e viene sacrificato, come merce di scambio, per privilegi e interessi a favore dei normali. Pochi sanno come vive. Se muore è, beffardamente, per arresto cardiocircolatorio, e l'evento è ineluttabile. In verità la causa sta nel disinteresse dello Stato, nella inottemperanza o nell'assenza delle leggi, nelle omissioni di soccorso continue ed aggravate, nell'eccesso di psicofarmaci e nel ricorso a crudeli mezzi di contenzione. Così è ovunque. Gli operatori del settore, senza competenza specifica, prestano la loro opera in un clima di estremo disagio, lasciati alla buona volontà, che non è sufficiente ad affrontare i problemi delicatissimi della salute mentale.

Dall'altra parte c'è l'opinione pubblica. Per antichi pregiudizi e per ignoranza sulle patologie che coinvolgono la mente, la nostra cultura lo mette al rogo della segregazione più assoluta. Nei manifesti, nelle anticamere degli assessorati o degli ambulatori medici, sui muri, sui giornali o alla televisione, la sua immagine non appare mai. I cittadini contaminati da informazioni errate nei suoi confronti, inconsapevolmente, lo schiacciano fra le mura in cui vive e costituiscono il terreno più fertile perché si possa perpetrare e perpetuare tanta sventura. Se non bastasse, a condannarlo ulteriormente, è il suo stesso stato di anormalità, caratterizzato dalla incapacità, più o meno accentuata, di intendere e di volere. Contestato come testimone di se stesso, il malato di mente può divenire preda di tutti e in ogni momento. Egli non può far nulla per la sua incolumità e così consolida la sua cronicità, prima, e la sua decadenza anonima poi. Non esistono per lui il beneficio del dubbio, cui tutti hanno diritto, né la legittimità alla ribellione, a cui ognuno può ricorrere quando sia indebitamente e ripetutamente calpestato o maltrattato.

Eppure se per un atto di fede o per semplice amore di conoscenza qualcuno si innamora di lui, scoprirà che dentro le infinite contraddizioni della mente, esiste un tesoro che vale la pena di cercare e di possedere. La profondità della sua innocenza, per esempio, o la sua autenticità, o la delicatezza dei suoi sentimenti, o la purezza sconcertante dei suoi occhi. Queste sono le cose che ho visto più spesso in dieci anni e mai nessuno, se non i normali, ha usato violenza nei miei confronti. Gli smarrimenti, i deliri, le paure e gli sconvolgimenti, la depressione, il vuoto, l'implorante mutismo, i balbettii e i pianti disperati sono, per un'altissima percentuale, direttamente proporzionali alle condizioni in cui egli è tenuto e alle modalità con cui ci mettiamo in rapporto con lui. Strategie e metodologie adeguate, competenze specifiche e terapie farmacologiche corrette rimuoverebbero senza ombra di dubbio gran parte degli effetti negativi.

A nome di tutte le famiglie che vivono questo dramma, invoco l'aiuto di tutti. Chiedo allo Stato di provvedere senza indugi. Chiedo a chi sa, e molti sanno, di testimoniare apertamente. Chiedo, a chi non sa, di affacciarsi alla nostra finestra per impedire lo scempio che si è compiuto e si compie tuttora. Se verrete sulla nostra strada, non troverete il matto pericoloso, inventato per comodità da una cultura distratta e disimpegnata, ma un uomo innocente che chiede da tempo immemorabile di essere riscattato e liberato dalla soggezione, dal dolore e da una permanente dittatura. Nel convegno promosso dall'A.N.F.F.A.S. il 6 aprile 1991 in questa città, Don Gaudiano raccomandava coraggiosamente il disabile mentale alla sensibilità dei politici e dei cittadini. "Andate a Muraglia... è pauroso, è immorale". "Date una volta, e per la prima volta, la priorità agli psichici". "Non vogliamo la luna, ma un luogo umano dove avreste il coraggio di lasciare i vostri figli. E voi non avreste il coraggio di lasciarli".

Diana De Caneva
Presidente ANFFAS Pesaro
(Associazione Nazionale
Famiglie Fanciulli e Adulti Subnormali)


 
 
 
 
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