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Il nonno del deserto


Un fanese alla "Marathon des Sables"

Perché l'uomo si sente attratto dal fascino del deserto? Secondo Carlo Alberto Angelucci (un noto medico di Fano, solo omonimo del nostro direttore) il mal d'Africa è come un virus che dopo anni di incubazione all'improvviso esplode. Questa è stata una delle ragioni che lo ha spinto qualche mese fa, all'età di 68 anni, a partecipare alla "Marathon des Sables"; 220 chilometri attraverso il deserto del Sahara. Per la cronaca, si è classificato al 329° posto su 360 partecipanti. Oltre a mettere alla prova la sua resistenza fisica e mentale, è riuscito anche ad aiutare alcuni concorrenti in difficoltà (non dimenticando la missione di medico) ed ha arricchito spiritualmente la propria vita. Ecco la sua interessante testimonianza per i lettori dello "Specchio".

La Marathon des Sables è arrivata alla XII edizione e si è svolta quest'anno dal 7 al 13 aprile, con sei giorni effettivi di corsa nel deserto più grande del mondo. Siamo partiti da Parigi in aereo per Ouarzazate (Marocco sud-orientale) il 5 aprile e siamo ritornati al "Charles De Gaulle" (aeroporto principale di Parigi) il 14 aprile.

Si corre a piedi con uno zaino sulle spalle per l'autosufficienza alimentare e per quanto può occorrere nel deserto; l'organizzazione francese, tipo Parigi-Dakar, fornisce l'acqua ai vari check-point ogni 10-12 chilometri, gli attendamenti per la notte agli arrivi di tappa (bivac) e il servizio sanitario con le macchine al seguito, ove possibile, un aereo e l'elicottero. Una prova unica al mondo dove è necessaria una preparazione podistica notevole basata ovviamente sulla resistenza, consumando, oltre che gli zuccheri, anche i grassi del nostro organismo che rappresentano quasi una fonte inesauribile di energia: tanto che a questo scopo sono previsti anche allenamenti al mattino a digiuno. Non è una corsa per matti perché è necessaria una lunga preparazione fisica, specie per uno come me che ha compiuto vent'anni quarantotto anni fa (come ho detto al Maurizio Costanzo Show), e una programmazione per l'autogestione dei propri limiti psicofisici e mentali trattandosi di uno sport estremo. Si corre a tappe per un totale di 220 chilometri nel Sahara occidentale (Maghreb) attraverso dune (erg), montagne (jebel), fiumi (ued) e laghi essiccati lastricati di pietre e distese di sabbia con temperature di giorno sui 40-45 gradi all'ombra e di notte sui 5-10 gradi. Bisogna precisare però che questa parte del deserto per migliaia di chilometri quadrati è una delle parti più calde ma in compenso più secche perché riparate da alte catene montuose dalla parte dell'Oceano Atlantico nel Marocco e dal Mediterraneo in Algeria.

Per entrare nel tema delle impressioni del deserto dopo cinque mesi, posso dire che il deserto non ci trasforma (come potrebbe sembrare nei primi tempi dopo il ritorno) ma ci fa ritrovare la nostra identità. Per capire meglio possiamo fare un paragone con una macchina sporca di fango e di grasso, che viene lavata. Ebbene la macchina non è trasformata perché è sempre quella nella sua sostanza ma ha ritrovato la sua identità, il suo vero modo di essere, così da apparirci più bella e funzionale. Quindi, dopo il deserto, ognuno appare a se stesso come è realmente, senza i condizionamenti della vita, le influenze, le perturbazioni che hanno modificato in peggio il suo carattere, la sua personalità. Quindi miglioriamo non per una variazione, ma perché siamo sostanzialmente migliori. "Fatti non fummo per vivere come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza", diceva il padre Dante. Per conoscere il soprannaturale si dice che bisogna elevarsi al di sopra della natura: ebbene la corsa all'aperto è già un mezzo di elevazione spirituale che diventa di enorme effetto nel deserto. Il profondo silenzio, gli spazi sconfinati, la magia e il mistero dei miraggi, il cielo di un azzurro così profondo e trasparente dove lo sguardo va sempre più in alto senza fermarsi mai, la notte con una polverizzazione di stelle lucentissime, ci danno l'idea dell'immensità dell'universo. Pur rendendoci conto di essere solo una piccola molecola, il nostro Io, a contatto con l'Immenso, ha la sensazione di avvicinarsi al soprannaturale. Questa spiritualità cambia anche il modo di vedere le cose, le persone stesse, subentra un senso di fraternità perché nel deserto sentiamo il bisogno di aiutarci l'uno con l'altro per le difficoltà della sopravvivenza nell'ambiente che non offre nulla, dove non c'è alcun segno di vita, tranne il vento carico di sabbia che entra dovunque e che ancora troviamo nei vestiti, nelle valigie a distanza di mesi. Questo stato psicologico persiste a lungo, dopo l'esperienza sahariana, a conferma di un qualcosa che fa ormai parte della nostra identità.

La Marathon des Sables facendoci vivere come dei pionieri, dei tuareg (pastori berberi, nomadi del deserto), contrariamente alle apparenze non ci cambia, ma mette in evidenza a noi stessi, come uno specchio, la realtà del nostro intimo più segreto. La depressione psicofisica e mentale, che spesso ci coglie, nella vita di tutti i giorni, e ci fa sentire più anni di quelli che abbiamo, è sostanzialmente una condizione irreale perché dal contatto con il soprannaturale derivano energie che pensavamo di aver perduto e che noi reduci, novelli tuareg del Maghreb, abbiamo riscoperto. Si dice che la magia, il mistero del deserto, è una specie di ipnosi che fa ringiovanire perché la carica morale che provoca ci fa sentire meno gli anni che abbiamo, migliorando anche la qualità della vita (potrebbe essere questo uno dei motivi per cui gli islamici possono prendere fino a quattro mogli). Quello che pensavo fosse un'infatuazione è una realtà che persiste a distanza di mesi: ecco perché ogni uomo dovrebbe andare almeno una volta nel deserto. Posso aggiungere che la spiritualità sostituisce in parte i vantaggi degli effetti dell'esercizio fisico proprio per questa ritrovata gioventù: è un po' come rinverdire il mito di Faust.

Ritornando al discorso della preparazione, si ricorda che è necessaria la concentrazione senza la quale non si ottengono grandi risultati, non solo nello sport ma anche in tutte le altre attività. Non potremo mai farla franca con il nostro cervello, che funziona sempre, anche quando non vogliamo, anche quando dormiamo e ci castiga. Quando andiamo nel deserto, dobbiamo lasciare a casa tutti i nostri pensieri, le preoccupazioni, i problemi della vita che sono come una zavorra che ci impedisce di avvicinarci al soprannaturale, al trascendentale. Bisogna andare nel Maghreb con lo stesso stato d'animo, con lo stesso raccoglimento con cui si va in chiesa. Gli islamici, che devono pregare cinque volte al giorno, li abbiamo visti nelle distese di sabbia sconfinate, genuflessi come nelle moschee pregare rivolti a est verso la Mecca e abbiamo avuto la sensazione che la volta celeste sostituisse quella della loro e della nostra chiesa. Certo che è più difficile peccare pregando cinque volte al dì.

Carlo A. Angelucci


 
 
 
 
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