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Novembre 1998 / Lettere e Arti
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Padre Tarcisio Generali:
il frate pittore

Ricordo di padre Paolo Tarcisio Generali

Interi pomeriggi a parlare della "luce", di quella luce trattata dai pittori antichi e moderni, di quelle ore di luce fondamentali per un pittore, ma non sempre condivise da chi guarda le cose con occhio disinteressato, indifferente. Tarcisio aveva sofferto per questo problema, ma soprattutto da religioso: dovendo conciliare l'"Arte" con le "Regole"; ne sapeva qualcosa, avendo dovuto lottare perché l'"opera" iniziata sul posto, venisse finita. Erano gli anni '60, io agli inizi e lui in piena attività artistica, avendo anche ottenuto dall'ordine religioso una speciale dispensa che gli permetteva di esercitare l'arte privatamente. Aveva visto le mie opere in occasione di una mostra collettiva e aveva voluto acquistarne una. Mi disse che alcune sue opere murali nella chiesa parrocchiale di Serra de' Conti avevano subito danni in seguito a una infiltrazione d'acqua; occorreva restaurarle e, non ricordando la tecnica della pittura murale, chiese se ero in grado di farlo io, anche perché non se la sentiva più di salire fin su le vele, a tu per tu con la volta. Il pericolo mi calamitava, mi attirava assieme al rischio, accettai senza riserve; salii l'impalcatura e cominciai subito il restauro senza il minimo indugio. Tarcisio da terra mi dava le istruzioni, le indicazioni dei chiari e degli scuri; risultò per me facilissimo quel particolare lavoro di ripristino della volta, così quei Santi e quei Profeti ritornarono, con grande meraviglia dei presenti, come erano stati dipinti all'origine. Dal parroco, oltre al mangiare, ricevemmo un compenso di 75 mila lire che dividemmo in due.

Da quell'esperienza nacque un'amicizia e stima reciproca: ebbi così modo di frequentare assiduamente il suo studio di Viale Europa, dove conobbi persone che poi diventarono anche miei collezionisti e committenti. Ma non mancarono abili truffatori, anche se poi essendo frate li perdonava sorridendo. Aveva delle parole positive anche per i peggiori disonesti, anche per quelli finiti in carcere: per lui tutti avevano delle qualità. Allora pieno di risentimento scrissi "Aquile e falchi nello studio del buon frate pittore" che la Voce Adriatica di allora pubblicò con un commento critico di Giovanni Maria Farroni, dove si elencavano tutti i sistemi usati per ingannare il prossimo, ogni espediente per sottrargli le sue opere (ma anche le mie). Tarcisio lo rileggeva a tutti: amici e nemici, ridendo a squarciagola. Mi disse che gli ricordavo quello che lui era stato da ragazzo, mi confidò che anche lui da giovane era molto timido, che arrossiva nel vedere una ragazza e ogni volta che passava per Fosso Sejore, dove c'erano le prostitute, quelle lo sfottevano vedendolo diventare rosso in viso.

Spesso si andava a mangiare insieme ai suoi amici preferiti tra i quali Montanari (che aveva una rivendita di legno in Via Roma), Cavallucci ed altri; a volte capitava di mangiare anche due volte, nel senso che non appena si usciva da un ristorante, rimpinzati d'ogni ben di Dio, alla vista di altre insegne pubblicitarie e richiamati da altre specialità gastronomiche si finiva per rientrare in un altro ristorante e ricominciare dagli antipasti. Tarcisio era un grande bevitore di vino, nessuno riusciva a stargli dietro e dopo averne bevuto più di un litro, risultava sempre sobrio, e per darne una dimostrazione, prendeva due sedie, quelle di faggio che si chiudevano, e sui polsi si sollevava da terra stando in perfetto equilibrio. Tutti quei pranzi luculliani li ha sempre pagati lui, Tarcisio, ghiotto così com'era dei brodetti di pesce.

Esponemmo alcune volte insieme nel pesarese, e proprio in una di quelle occasioni, ci capitò una avventura che ebbe lieto fine; si doveva andare a Mondavio per una mostra a tre: io, Fide e Tarcisio. L'andai a prendere nel suo studio con la mia "Alfa-matta", un fuoristrada acquistato dall'esercito italiano, che mi consentiva di dipingere sul posto. Quel reperto bellico mi costava due anni di intenso lavoro, pari a centocinquanta dipinti, che vendetti tutti insieme ad un noto mercante di Fano alla cifra di 1.200 lire cadauno, uno strozzinaggio, quei pochi soldi non coprirono neanche le spese dei colori e dei materiali usati, come il carton-cuoio che mi arrivava da Bologna. Seppi più tardi che lo stesso mercante era riuscito a realizzare la medesima somma con la vendita di sole tre opere (fra quelle meno valide) nelle piazze della Romagna. Ma Tarcisio rifiutava di salire sul mio fuoristrada, c'era già stato, sapeva come lo trattavo: l'usavo per il Catria per rincorrere i cavalli, quando né strade né turisti esistevano; l'utilizzavo per guadare il Metauro anche con i temporali (scendendo da Cerasa per Carrara o da San Costanzo per Cuccurano "Ripe de' Frian"); da Marotta a volte raggiungevo Pesaro via mare (rientrando prima del porto di Fano e riprendendo dopo l'Arzilla) a tutta velocità alzando un tetto d'acqua che dal parabrezza passava sopra la mia testa, scaricandosi dietro all'auto, senza bagnare né me né chi si fosse trovato a bordo; e che più volte avevo rischiato di rimanerci e di essere travolto. Però Fide lo convinse a salire, così lo mettemmo nel mezzo e partimmo passando per Mombaroccio (perché lì avevamo altri impegni) ma all'altezza tra Cartoceto e Saltara, in una curva piena di luce, Tarcisio che stava davanti esclamò: "Oh, questa è bella, cla rota ci ha passat avanti!...En sarà la nostra!?". L'auto in piena velocità aveva tenuto la curva nonostante mancasse della ruota destra dello sterzo, quella di maggiore attrito, perché la strada curvava da destra a sinistra. Rallentai con molta calma, quella stessa che mi sorprende ogni qualvolta mi trovo in circostanze simili, al limite d'ogni possibilità; scalai le marce e il pedale del freno lo usai solo per stazionare l'autocarro, e quei venti quintali di ferro si arrestarono. Caricammo la pesante ruota sboccolata sul cassone e abbandonammo l'auto alla custodia di un contadino. Continuammo a piedi, contenti, a dispetto di quell'incredibile incidente finito senza conseguenze; qualcuno aveva avvertito la polizia che si era precipitata sul luogo per soccorrerci, ma preferimmo raggiungere Calcinelli a piedi per mangiare con più appetito e proseguire con il "trenino" di Fossombrone per Fano.

Natale Patrizi


 
 
 
 
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