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13 febbraio 1934:
Ricordi di un alpino

L'orrendo boato della slavina

Difficilmente potrò dimenticare questa data: 13 febbraio 1934. Troppo forte è stata l'impressione che ho provato, troppo dura è stata la prova cui sono stati sottoposti i miei nervi. Per un caso veramente miracoloso ora posso scrivere queste righe, rievocando quel brutto giorno.

Siamo partiti da Rosazza, piccolo paese in quel di Biella, il 12 febbraio, per andare a circa metà del Monte della Mologna che dovevamo attraversare il giorno appresso; ci siamo sistemati in tre "baite" con un po' di paglia, la coperta da campo e la mantellina, sperando che il tempo si mantenesse bello per non dover soffrire troppo il freddo, data l'altezza del posto. Ma le nostre previsioni purtroppo non si sono avverate: infatti alle undici di sera comincia ad alzarsi un vento fortissimo, con un freddo che penetra come spilli dentro la carne. La bufera si scatena in tutta la sua potenza, la tormenta penetra dalle fessure di queste rozze capanne di pastori, fatte soltanto per l'estate, e ci infarina tutti di bianco; cerchiamo alla meglio di otturare i buchi con paglia, fazzoletti, calzettoni, con tutto ciò che ci capita sottomano, ma tutto è inutile: più buchi si chiudono più ne saltano fuori e la tormenta passa dappertutto.

Il freddo sembra crescere da un minuto all'altro, aspettiamo con impazienza l'alba e intanto per tenerci caldi facciamo più movimenti possibile; ma, data la ristrettezza del posto, fanno poco effetto. Alcuni fanno a lotta e a pugni, con un tale impeto che sembra facciano sul serio, sbraitano, soffiano, cercano di tenere il sangue caldo altrimenti si rischia di gelare; dall'altra baita arrivano a tratti, portati dal vento, dei suoni; è la fanfara che si riscalda a suo modo; qualcuno bestemmia, qualche altro impreca contro la montagna e gli alpini. E' un vociare confuso che misto all'urlio della montagna, fa venire pensieri strani, lugubri e si rabbrividisce di paura e di freddo. Io mi trovo a ridosso di un sasso e per cercare di stare più caldo ho messo tutta la paglia sopra di me e mi sono sdraiato su di un asse. Mi passano pensieri strani per la testa, pensieri tristi, ma il più brutto è il ricordo che questa sera è l'ultima di carnevale; tutti sono in festa, tutti ballano, amici, amiche, saranno là a divertirsi, non immaginando certo in che condizioni si trova l'amico Guido: e forse se uno glielo dicesse gli darebbero del pazzo e non gli crederebbero. Ora però dovrò levarmi le scarpe e strofinarmi i piedi perché non me li sento più. C'è qui vicino a me un alpino dell'Italia meridionale che non fa che pregare, invocando tutti i santi del paradiso, con certi nomi ed espressioni che malgrado il momento critico mi fanno sorridere.

La lanterna da campo va lentamente spegnendosi per mancanza di petrolio; non mi stanco di guardare l'orologio, ma l'alba è ancora lontana; verso le quattro, la neve comincia a cadere a larghe falde, se dura così per un paio d'ore, non si potrà più uscire dalla baita. Non si sente più parlare, solo un incessante ticchettío segnala la presenza di uomini qua dentro: è il battito dei denti provocato dal gelo intenso. Alle sette, arriva un alpino con una strabiliante notizia: il vento ha spazzato via tutte le nubi, ha cambiato direzione ed ora il cielo è completamente sereno. Accogliamo con gioia questa notizia e, un po' increduli, usciamo e constatiamo che il cielo è terso e che sta per spuntare il sole. Allora un grande cambiamento si opera in tutti noi: le lingue si sciolgono, le gambe cominciano a stirarsi, a saltare, facciamo un paio di scivolate, un po' di ginnastica e così il nostro corpo riprende a funzionare e il sangue a scorrere veloce e caldo nelle vene; con esso torna l'allegria, la spensierata allegria dei nostri vent'anni, le canzoni alpine salgono al cielo e dopo mezz'ora nessuno più si ricorda della brutta notte trascorsa.

Arrivano gli ufficiali tutti intirizziti, fanno accendere il fuoco per il caffè, fanno l'appello e alle dieci il capitano decide di partire. Ma il sole che è già alto e scottante, nel suo pieno splendore, consiglia diversamente; il colle è troppo ripido e le slavine, data la neve fresca caduta in gran copia stanotte, possono facilmente cadere; ma, nonostante i consigli degli ufficiali, il comandante della compagnia decide la partenza. E altri così, zaino in spalla, si parte tutti allegri senza pensare al pericolo della montagna. Arriva l'ordine di sciogliere la corda valanga e di distaccarsi a dieci passi l'uno dall'altro: (la funicella da valanga è una corda rossa lunga 25 metri, si porta attaccata alla cintura e viene sciolta quando c'è pericolo di caduta di valanghe o di slavine. Serve a rintracciare chi eventualmente rimanesse sepolto dalla neve, perché data la sua lunghezza e soprattutto il suo colore, è facilmente visibile. Ancora una volta i tenenti esortano il comandante a ritornare, ma egli è inflessibile e dice: "Il colonnello mi ha ordinato di trovarmi a Issime questa sera alle sei, e io ci sarò". Non resta altro che ubbidire, ma ora si sente la presenza del pericolo incalzante, camminiamo con i nervi tesi, le orecchie e gli occhi ben aperti. In mezzo a uno strapiombo di un centinaio di metri le previsioni di noi tutti si avverano, si marcia a zigzag su per il colle: e la neve, tagliata a mezza costa, cede lentamente; i primi sopra di noi sono ormai fuori pericolo, ma gli altri che camminano sotto devono stare molto attenti. Si cammina quasi senza respirare, il minimo rumore potrebbe far cadere quell'enorme massa di neve che ci sovrasta e seppellire qualcuno nel suo candido manto.

La stanchezza non si sente più, la presenza del pericolo la fa scomparire. A un punto più alto degli altri avviene la catastrofe; la neve cede e forma una larga slavina che slitta, con un boato simile al rumore di mille artiglierie che sparano all'unisono: è un effetto sublime, fantastico, orrendamente bello, quello che offre la montagna infuriata. Io la vedo venire verso di me con la velocità di un lampo, non posso fare il minimo movimento per evitarla, lo spavento mi paralizza e mi rende incapace di comandare alla mia volontà, vedo solo quell'enorme massa di neve che viene verso di me a precipizio sotto i piedi... la bocca si riempie di neve che mi soffoca, poi... più nulla...

Mi trovo sdraiato sopra una coperta, tutto indolenzito, c'è tutta la Compagnia che mi guarda; uno mi dà del cordiale, un altro continua a farmi massaggi su tutto il corpo, un terzo mi fa la respirazione artificiale. A stento riesco a ricordare quello che è successo. Voglio spiegazioni, sapere se si sono feriti, mi rispondono che tutto è andato bene. Da tempo mi facevano massaggi e respirazione e quasi disperavano che io rinvenissi; mi dicono di benedire l'inventore della corda da valanga, perché senza di essa a quest'ora sarei nel mondo dei più. Mi raccontano che appena caduta la slavina sono accorsi e hanno trovato un pezzetto di corda rossa che sporgeva appena, si sono messi subito a scavare, andando dietro alla fune e mi hanno beccato livido e stecchito come un baccalà. Dopo mezz'ora di frizioni e di massaggi sono rinvenuto. Mi alzano e mi fanno muovere piano piano, comincio a riprendere la padronanza dei miei nervi, muovo a poco a poco gli arti e finalmente sono in grado di camminare abbastanza bene da solo. Guardando in giù, verso il fondo valle, un brivido mi percorre le vene pensando alla fine che stavo per fare.

Vedo più in là un folto gruppo di alpini silenziosi, mi avvicino e mi si presenta allo sguardo uno spettacolo orribile; curvi sopra un corpo inanimato ci sono molti ufficiali che fanno corona al medico che lo sta massaggiando vigorosamente, ma scuotendo la testa ormai sfiduciato. Mi avvicino maggiormente e un urlo soffocato da un singhiozzo mi esce dal petto; ho riconosciuto in quel morto il mio più caro amico, quasi un fratello. Mi chino sopra di lui, non badando agli altri che cercano di trattenermi, alzo il fazzoletto che gli copre il viso e vedo una faccia stravolta, dal colore pallido; gli occhi, che nessuno ha avuto ancora il coraggio di chiudere, non hanno più lo sguardo, sembrano quelli di un pazzo, fuori dalle orbite nello sforzo immenso della soffocazione. Distolgo lo sguardo da quell'orribile maschera di dolore e piango, piango al pensiero della sua immatura fine, dovuta alla testardaggine di un capitano... Caricato il povero morto su di una barella da campo, mi tolgono lo zaino e mi aiutano a proseguire a piedi; cammino a capo chino, muto, maledicendo la montagna, i suoi pericoli, i superiori e le loro pretese.

Mi ritornano sempre davanti allo sguardo quegli occhi spalancati, quel corpo stecchito mi è rimasto impresso e ci vorrà molto tempo prima che lo dimentichi. Quando vedo della neve, in mezzo ad essa vedo lo spettro di colui che è morto per compiere con devozione il proprio dovere. Il giorno dopo leggo sui giornali... "Pietosa fine di un alpino del 4° Reggimento: muore travolto da una slavina a causa della sua troppa audacia e disattenzione...".

Guido Mamini

 

Preghiera dell'Alpino

Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai, su ogni balza delle Alpi ove la Provvidenza ci ha posto a baluardo fedele delle nostre contrade, noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto, eleviamo l'animo a Te, o Signore, che proteggi le nostre mamme, le nostre spose, i nostri figli e fratelli lontani e ci aiuti a essere degni della gloria dei nostri avi.

Dio onnipotente che governi tutti gli elementi, salva noi, armati come siamo di fede e di amore.

Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta, dall'impeto della valanga; fa che il nostro piede posi sicuro su le creste vertiginose, sulle diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi: rendici forti a difesa della nostra Patria, della nostra Bandiera.

E tu, Madre di Dio, candida più della neve, Tu che hai conosciuto e raccolto ogni sofferenza ed ogni sacrificio di tutti gli Alpini caduti. Tu che conosci e raccogli ogni anelito ed ogni speranza di tutti gli Alpini vivi ed in armi. Tu benedici e proteggi i nostri Battaglioni e i nostri Gruppi. Così sia.

Lo spirito di Corpo

"Gli alpini italiani sono soldati capaci di farsi massacrare sul terreno piuttosto che retrocedere". (Paris Soir, 17 novembre 1940)

E' il giudizio dell'avversario.

Poiché parlando o scrivendo degli alpini si corre il rischio di essere giudicati retorici, riporto solo quanto un vecchio Presidente dell'A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini), Ugo Merlini ha detto vari anni fa: "Gli alpini sono soldati un po' strani che, in qualunque tempo ed in qualunque circostanza, non hanno mai chiesto alla Patria cosa essa avrebbe dato loro in cambio di tanti sacrifici. Si sono sempre chiesti di che cosa la Patria avesse bisogno da loro. E faranno sempre così".

Il Corpo è stato fondato il 15 novembre 1872 e, nato per la difesa dei confini sulle Alpi, ha partecipato con eccezionale fermezza a tutte le guerre che il nostro popolo ha dovuto combattere: con il più alto numero di caduti e di decorati al valor militare, in percentuale, rispetto agli altri Corpi e Armi. Scrivere degli alpini vuol dire soprattutto mettere in evidenza uno dei caratteri tipici di questi soldati della montagna, lo "spirito di Corpo", certamente superiore a quello di ogni altro organismo militare perché ispirato ad una esperienza comune del tutto particolare. L'alpino del Cadore o della Carnia (e noi diciamo del Piceno o dell'Abruzzo) si riconosce immediatamente fratello dell'alpino della Val d'Aosta, benché diversi siano i costumi, la storia, il dialetto. Tutto ciò viene assimilato e fuso in un'unità spirituale e in un comportamento perfettamente omogeneo: gli alpini sono molti, ma l'alpino è uno solo, tanto i caratteri comuni si affrettano a prendere il sopravvento su quelli discordi. Fra di essi, pertanto, troviamo esaltata e realizzata al massimo quella che è la fusione civile e veramente nazionale del servizio militare: l'unione di elementi disparati, provenienti da regioni diverse storicamente, al fine del bene comune. Ed è proprio per questa fraternità vera e profonda (nata dal sacrificio, dalle rinunce e dalla durezza della vita di montagna) che l'ANA ha avuto e avrà un posto eminente fra tutte le organizzazioni per la Protezione Civile.

Il loro saper fare e dare agli altri, con l'eccezionale generosità che li caratterizza, ha portato gli alpini (sempre tra i primi e i più organizzati) a intervenire nei continui, numerosi e drammatici eventi che hanno caratterizzato gli ultimi anni con terremoti, alluvioni, disastri la vita di questa nostra Italia. Anche le Marche hanno dato molti alpini alla Patria e la sezione marchigiana, con i suoi Gruppi, è vivace e ha un posto conosciuto e stimato nell'Organizzazione Nazionale della Protezione Civile.

Proprio qui a Pesaro, il mese scorso, abbiamo ospitato reparti di alpini alle armi, i quali hanno deposto una corona di alloro nella Cappella ai Caduti locali (S. Ubaldo). Il coro e la fanfara della brigata alpina "Taurinense" hanno intrattenuto, nella Piazza del Popolo, i cittadini con un'interessante esibizione che i pesaresi hanno sottolineato con frequenti, entusiastici applausi. Grazie alpini e ritornate presto qui da noi.

Eros Urbani


 
 
 
 
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