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Rino Bragadin tra folclore e poesia

Novembre 1999

Tra i poeti dialettali fanesi Rino Bragadin (1910-1962) costituisce una specie di ponte tra la tradizione popolare del poeta in piazza, alla Pasqualon, e quella borghese del letterato che ha il gusto del popolare, alla Belli. Recentemente, con il titolo El prim Fanés, tratto da un sonetto segnalato con medaglia d'oro nella prima edizione del Premio "Pasqualon" (1958), è apparsa, a cura della figlia Marina, una raccolta postuma di tutta la sua produzione dialettale (poesie e teatro) che, diversa nei metri, nei toni e negli esiti, si sostanzia di folclore e di introspezione insieme, di festa popolare e di meditazione.

Filodrammatico d'indole cordiale ed estroversa, nonché intraprendente animatore della "Carnevalesca", Rino Bragadin è ricordato dai suoi concittadini come il "poeta della festa": il poeta del Carnevale. Il Carnevale "visto non come trasgressione e descritto con bonaria ironia, la festa come gioia" (Aldo Deli).

Nel gusto per la festa popolare sta indubbiamente la genesi della sua attività di poeta. Un poeta che opera soprattutto in funzione dell'organizzatore. Un poeta popolaresco, privo di pretese, che si nasconde sotto pseudonimi scherzosi (El pueta, El pueta cacianès, El pueta tifos). E che si rivolge a un pubblico di dialettofoni illetterati. Un poeta dialettale, colto, ma che nasconde la propria cultura e che solo raramente, nel bel mezzo dell'allegria popolaresca, tradisce la propria intima dissonanza, magari lasciandosi sfuggire un sospiro sulla fugacità della vita, come nel Carneval di Fanés (1958):

"Fra 'na matata

e 'na risata

men de sfugita

pasa la vita;

men de bunora

se va in malora".

Nel suo complesso il poeta della festa, che si fa corifeo della folla dialettofona e strapaesana, resta nel solco della tradizione popolare, modellata sull'esempio del pesarese Pasqualon. Non va oltre il dizionismo vernacolare, piuttosto piazzarolo che conviviale, anche se non ignaro di metri colti e letterari. Le sue scelte tematiche restano nell'ambito del folclore. E la sua scelta linguistica ha una funzione eminentemente comica. Ma accanto al popolareggiante poeta della festa, non tarda a scoprirsi un più maturo e segreto poeta. Un poeta senza più folla intorno. Un poeta più meditabondo, rimasto solo con se stesso. E' il poeta degli esclusi. Il poeta degli emarginati, esclusi dalla festa della vita. Un poeta che si muove nel solco della tradizione letteraria, borghese, risalente al modello romanesco del Belli. E' il poeta dei sonetti. Il poeta che si firma, non con pseudonimi scherzosi, ma col proprio nome e cognome. Il creatore di sonetti ignari di ogni esuberanza festosa. Di sonetti destinati, non alla declamazione in pubblico, ma alla lettura muta, privata. E' il poeta bilingue, che usa il dialetto non per far ridere. Non per la sua funzione comica, ma per una funzione realistica. Di lingua antiretorica, confidenziale, aderente alla quotidianità.

Anello di congiunzione tra il poeta popolare della festa e il poeta colto dei sonetti è proprio El prim Fanés. Lì, in un metro tipico della tradizione dotta, letteraria, il Bragadin rielabora in funzione comica un motivo tratto dalla tradizione popolare: quello degli ingredienti messi insieme dal Padreterno per creare il primo fanese di Fano:

En t'una not d'invern ventosa e scura

el Padretern ha pres un gran caldar,

c'ha mes l'acqua dla Liscia e 'n po' del mar,

un po' de tèra, dentra e for dle mura,

un chil de birbaria, dó de paura,

(cundita sal curag da marinar)

la tigna del sumar d'un muntanar

e muscinata ben sta gran mistura

l'ha cota sa un gran foch, a la pureta...

E' un motivo folclorico, facilmente riscontrabile in una notissima variante napoletana:

Quanno mámmete t'ha fatto,

vuo' sapé‚ che ce mettette?..

Negli altri sonetti, invece, i "reperti folclorici" (Gabriele Ghiandoni), quando appaiono, si risolvono in motivi poetici del tutto inusitati e personali. Anche là, dove appare evidente la genesi folclorica del tema prescelto, sempre nuovo e sofferto è il suo svolgimento. E quasi sempre sorprendente il suo approdo poetico. Così, ad esempio, ne L'imbriach, il solito, barcollante ubriacone della tradizione comica vernacolare, buttato fuori dall'osteria, diventa motivo di commozione, per via del figlio piccolo che lo soccorre e se lo porta a casa, quasi sulle spalle:

Mo a un cert mument se ved ma 'n ragasin

che ved ma'l pà der dù cle cundision

e, quand l'aiuta alsas, pianin pianin,

i colen giù tla facia i lagrimon.

Pu streti insiem s'ne van giù pel stradin,

sota la piova, un pò a trabalon.

Ogni sonetto è un piccolo ritratto colto dal vivo e inciso senza sbavature. Un idillio realistico, intriso di pietà. Un brandello di quotidianità in pena. Ne sono protagonisti: il cane randagio, rimasto senza coda; il vecchio bersagliere che si trascina per via col bastone; il giovane menomato con il cervello in festa; il nonno senza nipoti; la favole senza la nonna; l'innamorato respinto, l'organino che stona, la chiesetta distrutta...

Sonetti in dialetto, nel solco della tradizione romanesca del Belli, dominante nelle Marche, da Fano ad Ascoli Piceno. Ma sonetti formalmente innovativi. Diversamente da quelli del Belli e del suo dotto discepolo fanese, il filologo e dialettologo Giulio Grimaldi (1873-1910), autore di Maria Risorta, romanzo marinaresco verista d'ambiente fanese, i sonetti in dialetto di Rino Bragadin sono tratti dal vero, ma non sono veristici. Non obbediscono al canone della obiettività, proprio della poetica belliana, veristica ante litteram.

Quel "regresso del poeta nel parlante" - un regresso linguistico, psicologico e culturale - che il Pasolini ha riconosciuto nei sonetti romaneschi del Belli e che si riproduce sistematicamente nelle rime fanesi del Grimaldi, è, sull'esempio dell'anconetano Turno Schiavoni, coscientemente ripudiato dal Bragadin. Nei suoi sonetti il parlante è, non più un popolano analfabeta, ritratto con distacco, "obiettivamente", dal poeta borghese e letterato; bensì, il poeta stesso. Un poeta che è praticamente bilingue: un popolano che, pervenuto alla cultura, usa quotidianamente il dialetto materno e la lingua italiana.

Così, diversamente dal belliano Grimaldi, Rino Bragadin parla nei suoi sonetti in prima persona. E segna il primo passo verso una nuova generazione di dialettali, che, altrettanto lontani dal modello letterario del Belli quanto da quello popolare di Pasqualon, usano la lingua italiana nella conversazione quotidiana e il dialetto locale nella scrittura poetica. Il dialetto, non più come parlata plebea, ma come lingua d'arte. Un dialetto che, come avviene nei sonetti fanesi di Sergio Giovannelli, vincitore dell'ultima edizione del Premio "Pasqualon", assolve una funzione, non più comica né realistica, ma essenzialmente evocativa, lirica.

Gilberto Lisotti

 


 
 
 
 
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