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  *

La domenica andavamo al Caffè

Chiuso a Pesaro "Capobianchi", crocevia di quattro generazioni

Pesaro ha perso un altro tassello della sua memoria storica, che nessuno ha potuto o voluto salvaguardare. Dopo 114 anni ha chiuso i battenti il Caffè Capobianchi: molto più di un semplice bar per i cittadini di varie generazioni. Come tanti altri pesaresi, anch'io ho dato appuntamento da Capobianchi alla mia prima ragazza, all'inizio degli anni '60. Allora si trattava di amori virtuali e i tavolini delle sue sale andavano benissimo: stavamo al caldo e i papà e le mamme erano tranquilli.

Ma andiamo con ordine. La storia comincia nel 1885: Garibaldi era morto da tre anni, regnava Umberto I e il governo del giovane Stato unitario era retto da Agostino Depretis. A Pesaro c'erano due sorelle nubili, le signorine Viterbo, che possedevano il palazzo destinato a diventare, molti anni dopo, la sede storica della Cassa di Risparmio. Al piano terra aprirono un Caffè-Drogheria, specializzato nella vendita di spezie orientali, che divenne presto il punto di ritrovo dei signori del centro. Nel 1925 le sorelle Viterbo cedettero l'attività ad Alfredo Capobianchi, che gestiva una distilleria e una piccola fabbrica di liquori ad Ancona: il Caffè prese il nome del nuovo proprietario e si specializzò nella mescita degli alcolici. Attraverso il fascismo, la guerra e la ricostruzione, arrivò felicemente fino al 1955, quando venne rilevato da una Società locale e venne chiuso per effettuare i lavori di restauro.

A questo punto entrano in scena Sergio Lucchi e Flavia Tonti, due giovani sposi romagnoli (lui di Cesena, lei di Cattolica) appena rientrati dall'Argentina dove erano entrambi emigrati separatamente in cerca di fortuna e di avventura. Sergio, già introdotto nel campo della ristorazione, aveva lavorato come maitre presso "Il Pappagallo" (filiale argentina del famoso ristorante bolognese) e gestiva un bar-ristorante a San Miguel, un sobborgo di Buenos Aires considerato una specie di Hollywood o di Cinecittà locale. Flavia lavorava nel campo della moda, presso un grande atelier che vestiva le grandi dame del Paese, compresa la stessa Evita Duarte, diventata da poco la signora Peròn. Quando si annunciò l'arrivo del primo bebè, i due sposi decisero di tornare indietro per gestire un albergo a Gabicce Monte. Da Gabicce a Pesaro, il passo è breve. Nel 1958 rilevarono il Caffè Capobianchi, ormai rimesso a nuovo, e ci restarono: per 41 anni di fila.

In questi quattro decenni hanno visto di tutto. Dietro il banco, e dietro la cassa, hanno visto cambiare, anno dopo anno, la fisionomia del Paese; hanno ascoltato i comizi di tutti i leader storici della politica italiana; hanno servito il caffè a Pertini (già presidente della Repubblica), Spadolini, Almirante, Craxi, ovviamente Forlani, Di Pietro e tanti altri. Hanno visto i ragazzi del '68, fieri dell'appena conquistata libertà sessuale, che gridavano "Fascista!" a Sergio Lucchi, quando tentava di moderare almeno le effusioni più esplicite nel suo locale. E hanno visto passare, naturalmente, tutta Pesaro e dintorni: comprese le coppie dell'entroterra che consumavano i loro appuntamenti clandestini di "poveri amanti" fra un liquore e una cioccolata calda.

Fra i tanti clienti della nostalgia, l'elegantissima e raffinata signora Giovagnoli; il notaio Zaccarelli che comprava ogni domenica la torta di alta pasticceria, da portare a casa; il sindaco Fastigi, Filippo Benelli, Mario Del Monaco, Ubaldo Bucci, Dorino Serafini, Umberto Cardinali, Bibi Alberghetti, il mitico titolare della Libreria Semprucci.

Ma già alla fine degli anni '70 il Caffè come ritrovo sociale (soprattutto la domenica) entra in crisi dappertutto; cambiano le abitudini e le mode, subentrano gli snack-bar e le discoteche, le spese di gestione diventano man mano insostenibili. Comunque, fra le tante belle ragazze e i tanti giovani barman che si sono succeduti su quella pedana dietro il banco, a me piace ricordare un uomo piccolo e gentile: Sandro Farroni, che ha legato gran parte della sua vita di lavoro (fino all'ultimo giorno di apertura) alle fortune di questo locale.

Abbiamo chiesto a due giornalisti "storici" della nostra città, Sauro Brigidi e Michele Scrima, di raccontarci cosa succedeva tanti anni fa in quell'angolo della piazza. Ecco le loro testimonianze.

A.A.

 

E' passato in quelle sale il Novecento pesarese

Quando i pesaresi ricordavano – per rinverdirlo – il mito di una città considerata l'Atenella delle Marche, c'era in Piazza del Popolo un angolo destinato a diventare anch'esso un piccolo mito della vita cittadina. Perché lì, al Caffè Capobianchi, sull'angolo del Corso con Via Rossini, si incontravano per soste inevitabili come il destino i personaggi e le personalità della prima metà del secolo.

Nelle ore canoniche, dal Conservatorio di musica ancora vibrante della vulcanica direzione di Pietro Mascagni (tornò poi a Pesaro negli anni Trenta con il Carro di Tespi) arrivavano, per il rito del caffè, musicisti che si chiamavano Amilcare Zanella, Riccardo Zandonai, Franco Alfano; dal vicino Palazzo di Giustizia, avvocati e magistrati; il commediografo Antonio Conti spesso in compagnia di Virgilio Lilli, inviato del Corriere della Sera; e con loro, a formare un trio di inseparabili, Annibale Ninchi. Ma ecco spuntare da Via Rossini Aroldo e Alcibiade Della Chiara (che più pesaresi non si può), in compagnia di Fabio Tombari quando lasciava la sua "Frusaglia" per incontrare gli amici da Capobianchi. E poi Nino Caffè e Sandro Gallucci, da New York e da Venezia, con l'emergente Bruno Baratti grande erede della tradizione ceramistica: una triade di artisti che illustravano il nome della città ove operavano.

Insomma non mancavano motivi per coltivare quel mito dell'Atenella delle Marche, ereditato dai poeti e dagli artisti del passato. Ma così come emergono dalla memoria sono tali e tanti i personaggi del lungo Novecento pesarese che ci vorrebbe la memoria storica di Antonio Brancati. L'autore di tanti libri e tanto preziosa documentazione, allora giovanissimo, cresceva su quel crocevia di celebrità e di gente ricca di stile e di spirito come, tra i cantanti lirici, quel "basso" Guidi che proprio da Capobianchi si rese protagonista di una sparata impareggiabile. Da uno degli ingressi su Via Rossini tuonò: "Amilcare, un caffè!", talmente impostato sulla voce da far tremare le vetrine. E il barista, suo ammiratore ed amico ribatteva: "Dì più pièn… (abbassa la voce). E lui di rimando: "Questo è il minimo!". Con un basso così, oltretutto simpatico da Capobianchi si poteva sorseggiare in allegria.

Brisa

Un punto strategico fra il cardo e il decumano

Era una calda giornata estiva del 1940, ed io stavo proprio sui carboni accesi. Dagli scrutini esposti alla Magistrali "E. L. Morselli" avevo appreso di aver conseguito a pieni voti il diploma di maestro. Felice, mi recai subito a comunicarlo a mio padre in Questura (era maresciallo di Pubblica Sicurezza) il quale per prima ricompensa mi regalò 2 lire (era una moneta grande con l'effigie del re da una parte e del fascio littorio dall'altra), una cifra enorme e mai posseduta da me. Erano i primi soldi veramente miei e soltanto miei di cui potevo disporre e così feci. Senza perdere tempo attraversai la piazza ed eccomi al bar Capobianchi; nello spazio di due ore consumai tutto il mio capitale, con 4 gelati da 50 centesimi.

* * *

All'angolo di Capobianchi stazionava giornalmente un militare di alto grado, sia per mettersi in mostra, sia soprattutto per dissetarsi con il suo nettare preferito: il vino. Ma in una zona così altamente frequentata, e dato il suo grado di ufficiale, non poteva farsi servire quello da lui desiderato. Allora, d'accordo con il cameriere, ordinava ad alta voce: "Mi porti una amarena allungata con l'acqua; e così gli veniva servito, in un grande e profondo bicchiere da bibita, un liquido nero chiaro, simile all'amarena, che soddisfaceva la golosità del richiedente e salvava la dignità del militare e la rispettabilità del bar.

* * *

Oggi i pesaresi, ed in particolar modo i giovani, per darsi un appuntamento dicono: "Ci vediamo alla Palla". Ma per migliaia di pesaresi di varie generazioni il punto d'incontro era ed è rimasto sempre l'angolo di Capobianchi. Un punto strategico dove perfino gli antichi Romani facevano incontrare le loro strade il cardo (Via San Francesco e Corso XI Settembre) e il decumano (Via Rossini e Via Branca). Ancor oggi l'angolo di Capobianchi è il primo punto di ritrovo degli amici della piazza, quel gruppo di personaggi che hanno sostituito i piccioni, impadronendosi della piazza del Popolo.

* * *

"Velo", atteggiamento di tattica cestistica per coprire un avversario e facilitare il compagno in entrata o al tiro. Gran mago del basket, Agide Fava insegnava il "velo" ai ragazzi che lo seguivano, in campo e fuori. Da Capobianchi era lui, con la sua mole, a far "velo" coprendo il settore paste alla vista del barman e favorendo così le… "entrate a canestro" dei giovani allievi. C'è ancora chi lo ricorda, in Piazza del Popolo.

Michele Scrima


 
 
 
 
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