Camminavo in piccole strade alberate, come possono apparire, a Pesaro, i vialetti del mare, in una luce incerta, più che crepuscolare, un aere fosco, grigio, da limbo, e con me c'era Giovanni, parlavamo fra noi, dei nostri piccoli guai, con la solita fraterna scarsa intimità. Era come fossi stato io e non lui a star male e lui si informava se mi curassi abbastanza, se prendevo quei preparati vitaminici e di sali minerali utili a stare meglio, ad aiutare le resistenze dell'organismo. "Lo prendi lo zinco?", mi chiedeva. Io cercavo di rispondere che no, non potevo, perché non avevo i soldi per farlo, e questa impossibile confessione mi stringeva la gola in un nodo di pianto. Ma capivo quanto lui fosse sollecito, in pensiero per me, e questa consapevolezza mi induceva a gettargli le braccia al collo, a dirgli "Ti voglio bene", con il cuore rigurgitante d'affetto. L'abbraccio era forse troppo impetuoso, o inaspettato, tanto che lui perdeva l'equilibrio e crollava a terra, con me addosso. Però invece di incollerirsi, di inveire, perché si stava rovinando gli abiti, il cappotto buono, sull'asfalto bagnato e ricoperto da foglie macere di umidità, mi stringeva a sua volta, scatenando fra noi un passaggio talmente forte di amore, di calore e di affetto fraterno, che ne venivo svegliato di soprassalto.
Andrea
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