N. 70, Novembre 2003
Nell'elenco dei pittori pesaresi del catalogo di Arte e Immagine fra ‘800 e ‘900 (1980), Aldo Pagliacci è l'ultimo perché il più giovane di tutto quel “manipolo” d'artisti che connotarono la pittura pesarese di quel periodo. Nato a San Benedetto del Tronto il 15 agosto 1913, Pagliacci quest'anno avrebbe potuto compiere i suoi 90 anni se la sua vita avventurosa e tragica, non si fosse già conclusa nel 1990 a Ischia, fra dolori e solitudine. Già dal 1921 i suoi genitori si erano stabiliti a Pesaro e qui Aldo studia alla Scuola d'Arte “Mengaroni” stupendo e scandalizzando insegnanti ed amici. La sua è una prorompente e riottosa genialità figurativa, esibita con precoce sfrontatezza, attraverso un segno istintivo e sapientissimo e una “selvaggia verginità” (come scrisse di lui nel 1930 Carnevali) che offrono ai suoi lavori una straniata e arrogante maturità. Fernando Mariotti, al quale Aldo si rivolge per insegnamenti e consigli, capisce subito il valore di questo avido, insofferente e generoso ragazzo: ne parla anche con Carnevali che scriverà poi, per il giovane talentoso, lusinghiere parole. L'ingresso dell'irrequieto e curioso Pagliacci nell'ormai mitico cenacolo dei Mariotti, Baratti, Gallucci, Della Costanza, Cancelli, Zicari, Pavisa, Caffè, scompagina subito, fino alla preoccupazione, i ritmi lenti e ragionativi del gruppo, impersonando già e senza infingimenti, la figura dell'artista irrequieto e vagabondo, inappagato e sognatore, schiavo di quella tensione spasmodica e visionaria verso un altrove che si pensa essere geografico, ma che in realtà è solo esistenziale. Proprio nel 1930, a soli diciassette anni, partecipa alla Biennale di Venezia, nel 1932 alla 1ª Quadriennale di Roma, nel 1933 alla 1ª Mostra Sindacale di Firenze: ma tutto gli sta stretto, Pesaro e tutto il cenacolo dei suoi artisti, i successi, la pittura e tutte quelle tecniche delle arti plastiche e figurative (dalla ceramica, all'intarsio del legno, all'incisione su rame e zinco) di cui si va impadronendo con passione e maestria, gli amori concitati e rabbiosi, la boxe e le chiassose radunate di amici occasionali in osteria. Ha poco più di vent'anni quando parte per l'Africa che lo conquista e lo avvince totalmente: sensuale e selvaggia, crudele e magica, pacificata nelle lunghe notti silenziose e cariche di stelle, l'Africa gli somiglia, lo entusiasma e lo lega per dodici anni: dipinge instancabilmente e questa sua pittura troverà una libertà cromatica e una esoticità di racconto vicina al delirio. Chissà dove saranno finite quelle sue sconosciute opere nate nei rossi tramonti, quando amori, alcool, sole e vento eccitavano la sua avida fantasia e la sua indomita vitalità? Bombardati forse come i sei grandi pannelli dipinti per la “Mostra d'Oltremare di Tripoli” del 1939, o pendenti in qualche capanna della Libia o del Transvaal, o recuperati dai militari inglesi o australiani che non avrebbero mai conosciuto il loro autore. La guerra e la prigionia in Rhodesia non lo disamorarono dell'Africa, tanto che al suo ritorno in Italia e al suo apparente reinserimento nell'ambiente artistico romano con una grande mostra all'Obelisco, Pagliacci, torbido e innocente, reagisce come sempre, fuggendo. Nonostante l'esaltazione di critici e galleristi egli non sa fermarsi: nutre una fatale attrazione per l'abisso, che, accompagnandosi al suono di un'immaginaria “fanfaraccia popolaresca” lo invita ad avventure eccitanti e distruttive. Riparte: Brasile, Perù, Panama, Messico, Bolivia e USA, dove la sua pittura ottiene ovunque uno strepitoso successo di critica e di vendite. Torna in Italia e Pesaro nel 1969 lo accoglie con una splendida antologica a cura del Comune nel palazzo comunale. Un'intera parete della sala è occupata da un grandissimo quadro raffigurante un glorioso cavolfiore intitolato “Omaggio al critico” che scandalizza più delle donne nude, tutte bellissime e levigate come se il suo gesto pittorico fosse il tramite per un conturbante contatto erotico. Tutti si illudono che Pagliacci abbia trovato pace; ha una bella moglie tedesca, con la quale si fa fotografare orgoglioso, i vecchi amici pittori gli si fanno attorno affettuosi e pieni di ricordi: prende perfino casa a Pesaro e nel 1973 la Galleria Perugini gli dedica una personale. Ma le ultime opere, di un iper-realismo delirante e provocatorio, confermano, insieme alla nota e rarissima capacità disegnativa, un tumulto mentale che lo allontana dalla sfera di un'estetica espressionistica-realista, e che lo fa smarrire in una protesta esaltata e personalistica nei confronti di ogni mutamento e di ogni avanguardia spesso scambiati per snobismi intellettuali. Il riottoso, irrequieto, anticonformista Pagliacci, si rivela un tradizionalista tout-court. Se ne va da Pesaro come sempre rabbioso, deluso, geloso e goloso di ogni felicità, o affetto o altrui speranza, alla ricerca spasmodica di un luogo e di un amore che gli possano dar pace. E' di nuovo solo; la seducente e avida tedesca lo ha lasciato. Pagliacci si rifugia a Ischia: la bellezza sontuosa dell'isola gli facilita una sopportazione forte e strenua al dolore e alla malattia. Costruisce pregiatissimi violini: la manualità integrata alla creatività compie il miracolo. Per la prima volta Aldo Pagliacci guardando un suo violino, dice di essere felice: eppure è infermo, gli hanno perfino dovuto amputare le gambe. Morirà di lì a poco, avvolto dai suoi magici colori, arricchito dai suoi mille ricordi, consumato dalle sue intemperanze, sempre alla ricerca d'amore e di felicità.
Ivana Baldassarri
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