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Novembre 2003 / Lettere e Arti
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Fano, Pesaro e Urbino nei diari di Montaigne

E' emozionante sapere che le nostre contrade siano state attraversate da grandi viaggiatori del passato. Nel settembre 1580 (pensate un po') Michel de Montaigne lasciava Innsbruck alla volta dell'Italia. In Europa correva voce sul “Bel Paese” e lui era un viaggiatore curioso oltre che dotto. E poi sperava di lenire i mali che lo affliggevano con le nostre acque termali. Nel Giornale di viaggio registra tutto ciò che vede a Bolzano, Trento, Rovereto, Verona, Vicenza, Padova, Abano, Rovigo, Ferrara, Bologna, Firenze, Siena, Bolsena, Montefiascone, Viterbo, Ronciglione, e finalmente Roma, che è la tappa principale del lungo viaggio. Nel ritorno vuole affacciarsi sull'Adriatico e perciò non fa a ritroso la stessa strada, ma visita Ancona, Senigallia, Fano: città, quest'ultima, piuttosto “mal costruita – egli annota – ma ben recintata e provvista in abbondanza di acqua dolce, con molte fontane pubbliche e private, laddove città come Senigallia, Pesaro altre ancora sono costrette a ricercarla fin sui monti…”
Quanto scrive mi pare tutto vero: Fano nel suo centro antico è, tutt'oggi, un po' cupa con strade strette senza prospettive. L'acqua non buona, da disinfettare, è uno sgradevole ricordo per chi ha abitato a Pesaro o a Senigallia… Non più verificabile è quanto dice sulla disposizione a cantare e a suonare dei fanesi: “Quasi in ogni osteria si incontrano rimatori che improvvisano… gli strumenti musicali esistono in tutte le botteghe, fin dai rivenduglioli in crocevia…” E che dire poi sulla bellezza delle donne di Fano? “Questa città è celebre su ogni altra d'Italia per le belle donne, ma noi non ne vedemmo se non di brutte, ed un brav'uomo del posto cui ne domandai mi rispose che il tempo era ormai passato…”. La sentenza del brav'uomo ci fa naturalmente sorridere. Questo fatto delle belle donne ci sembra arricchire il repertorio di rivalità tra Fano e Pesaro, di cui si legge ancora in vecchie storie locali.
L'Arco d'Augusto con la scritta dedicatoria, le vecchie pietre enormi della strada consolare, lo incuriosiscono, la classicità lo innamorava. La necessità di portarsi sollecitamente ad Urbino gli fa lasciare la Flaminia, che lo avrebbe fatto passare per Pesaro. “Tralasciammo di visitare un po' più oltre, su quella strada lungo il mare, Pesaro che è una bella città degna di essere vista… In particolare sarebbe da vedere un bell'edificio che il duca di Urbino sta facendo erigere in una strana posizione, a quanto si dice”. Chiaramente si accenna alla Villa Imperiale sul colle San Bartolo, che doveva avere, ieri come oggi, un accesso difficile. Sulla strada per Urbino è incantato dal traforo fatto scavare dall'Imperatore Vespasiano tra il 76 e il 77 d.C., che è chiamato Forulus, egli annota, perché le misure non erano notevoli: lungo 38 metri, alto e largo appena più di 5. Dalla denominazione latina si è poi passati a quella attuale di Furlo.
Urbino non la trova veramente piacente, costruita su balze per cui “dovunque si deve salire e scendere”. Del palazzo fatto costruire da Federico di Montefeltro riporta impressioni contrastanti: “Vedemmo il palazzo famosissimo per la sua bellezza”. Ma poi aggiunge: “L'altezza è rimarchevole con vista lontana dei monti, ma dentro… Le stanze d'inverno sono fredde, nonostante i camini, per cui da un salone sono stati ricavati stanzini con finestre interne. E qui dorme il Duca. Le stanze sono tante quante, si dice, i giorni dell'anno, con porte allineate, con volte a botte, le pareti cariche di iscrizioni che celebrano il palazzo come la più bella casa del mondo!”. Lo meravigliano, e non del tutto positivamente, l'altezza dei gradini dello scalone centrale, che dovrebbero essere superati dai cavalli. La scena che si può immaginare è certamente fantastica. “E poi perché il giardino rinserrato tra i torrioni è largo solo 25 passi? La biblioteca è immensa, si dice, ma della porta si è perduta la chiave”. Cosa vuol dire il signor di Montaigne? Che agli abitanti del luogo era preclusa? Probabilmente… ma i prìncipi, di generazione in generazione, erano stati buoni letterati; almeno loro e gli ospiti di riguardo dovevano esserci entrati… Il signor di Montaigne conclude: “Dai sudditi questi prìncipi sono stati sempre amati…”. Cosa piuttosto importante, dati i tempi.

Alessandro Casavola


 
 
 
 
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