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Il teatro dei detenuti

“La mia prima volta in carcere”: questo mi dicevo tra l'autoironico e l'emozionato mentre mi recavo alla Casa Circondariale di Villa Fastiggi per assistere alla rappresentazione di “Comunicazione teatrale” messa in scena dai detenuti del carcere. Un esperimento di Teatro Forum, prima fase di un progetto triennale che si inserisce nell'ambito dei protocolli d'intesa tra Ministero della Giustizia, Regione Marche e Casa Circondariale di Pesaro, Comune di Pesaro (IV Circoscrizione); un laboratorio teatrale, prima fase dell'attività progettuale finalizzata a creare un'apertura, un dialogo, un rapporto con il territorio, in cui insiste il carcere stesso.
Durante la presentazione di questa iniziativa (alla presenza degli assessori Gabriele Del Monte, Maria Pia Gennari e Marco Savelli) erano state indicate le finalità del coinvolgimento dei detenuti in un'esperienza teatrale: aiutarli a superare l'isolamento fisico e morale conseguente alla loro condizione di carcerati, stimolare riflessione e capacità di esprimere ciò che si sente, si pensa, di comunicare. In breve, riconquistare la propria dignità di uomini e, ancora oltre, perdonarsi e perdonare. Non ero preparata alle emozioni che questa esperienza mi avrebbe dato. Emozioni forti subito: all'entrata consegna del documento di riconoscimento, di borse, cellulari e di quant'altro può essere inopportuno in un ambiente di “massima sicurezza”; poi, percorso guidato dal personale carcerario. Porte che si aprono al passaggio dei visitatori solo su ordine delle guardie e si richiudono immediatamente alle loro spalle; corridoi, cortili, ballatoi, tutti rigorosamente blindati da infinite inferriate e sorvegliati. La sensazione di un controllo costante, di un'attenzione cortese ma ferma da parte di chi è preposto alla sorveglianza di un luogo dove vivono persone che hanno perduto il diritto alla libertà nel momento in cui si sono allontanate dalla legalità.
Un breve sospiro di sollievo al raggiungimento della meta, la sala-teatro, il tempo di guardarmi intorno, di scambiare i saluti con gli organizzatori, di prendere posto (“nelle prime tre file” ci è stato suggerito “quelle dietro sono riservate agli spettatori detenuti”) ed ecco la seconda emozione. Forse mi aspettavo, inconsciamente, detenuti “brutti, cattivi, volgari”. Avevo, invece, davanti ragazzi, uomini, per niente diversi da me, da noi, decorosamente vestiti, corretti, sorridenti, forse un po' intimiditi, che affrontavano in quell'incontro con “liberi sconosciuti” una vera prova di coraggio: quella di mostrarsi, in quel luogo, nel momento della “caduta”, dell'espiazione, a persone che avrebbero potuto, con uno sguardo, o un non-sguardo, uccidere la loro dignità.
Ma le sollecitazioni emotive per noi spettatori non erano certo finite. La rappresentazione andava a cominciare. Sul palcoscenico (una pedana, un tavolo, due seggiole e, per fondale, un telo nero) Roberto, uno dei nove attori che avrebbero materialmente dato vita allo “spettacolo” (nonché autore del canovaccio narrativo da cui, con la collaborazione degli altri partecipanti al laboratorio, sarebbe emerso il testo utilizzato per l'esperienza di Teatro Forum), si rivolgeva al pubblico e gli offriva la narrazione, semplice ma sconvolgente, del suo percorso verso l'illegalità: emergeva, dalle sue parole, uno spaccato di vita, di ambiente familiare, sociale, urbano in cui l'illegalità sta nell'aria che si respira sin dalla nascita, diventa la componente normale dei pensieri, delle azioni, delle prospettive di chi in certe zone consuma la sua esistenza. Questo era il senso vero della vicenda messa in scena dai detenuti attori che avevano voluto, attraverso essa, riflettere su un tema, quello delle relazioni familiari, che tutti ritenevano importante motore della vita di ciascuno.
Nove gli attori, per nove personaggi che avrebbero dato vita ad una vicenda che potrebbe essere quella di tante famiglie. La fine di un matrimonio, il rancore tra coniugi che priva i figli del loro diritto di crescere guidati e protetti da entrambi i genitori, la difficile sopravvivenza in un mondo che non tende una mano a chi ne ha bisogno. Un figlio che sceglie percorsi sbagliati e che paga con il carcere; l'altro che sta per “cadere”. Una madre che, da sola, non ce la fa a salvare almeno quest'ultimo e che si rivolge a quel marito che da venti anni non si cura più di chi ha abbandonato, che ora è disposto, a suo modo, ad aiutare la famiglia, ma che ritrova dei figli che non lo vogliono, che non gli riconoscono più il diritto di padre. E' qui, sull'onda di una sensazione di irrisolvibilità della vicenda, che la rappresentazione termina e comincia il Teatro Forum: l'interazione tra attori e spettatori ( “spett-attori”, come li definisce il regista brasiliano Boal). Saranno questi ultimi, inserendosi nell'azione teatrale con le loro riflessioni sui fatti rappresentati, con la ricerca dei perché delle azioni dei personaggi, a suggerire possibili soluzioni della storia. Un'interazione che si spingerà fino al coinvolgimento degli stessi che dovranno farsi attori, insieme a quelli veri, e scenicamente concretizzare il loro intervento. Un'esperienza unica, coinvolgente per esterni e detenuti. Bravi tutti!
Gli attori (Lorenzo, Mohamed - il padre scenico - Emini, Mohamed - il figlio in pericolo, J. B., Roberto, Romeo, Jorgo ecc.) che hanno saputo dare credibilità ai personaggi interpretati rendendo davvero partecipata l'interazione; e tutti gli altri che hanno preso parte al laboratorio e il cui impegno è ben mostrato dal video prodotto da Ceste Traiani. Il regista Vito Minoia e i componenti del “Teatro Aenigma”; Enrichetta Vilella, responsabile dell'area pedagogica; il “Jolly” Roberto Mazzini (dell'Associazione Giolli) e tutti gli educatori che hanno creduto in un progetto che, tra i tanti in circolazione, ha una valenza educativa che va al di là del carcere e dovrebbe essere d'aiuto a tutta la società: in particolare alla scuola e al mondo dei giovani.
Ci auguriamo che il futuro del progetto abbia la stessa forza di questo inizio: nessuno degli spettatori è uscito indifferente da questa esperienza; non è poca cosa per i nostri tempi.

Carloni Terenzi


 
 
 
 
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