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La lezione civile di don Gianfranco Gaudiano


Dieci anni fa, il 10 ottobre 1993, moriva don Gianfranco Gaudiano, nato a Montegridolfo l'11 luglio 1930. La città di Pesaro - per iniziativa del Centro Italiano di Solidarietà (CeIS), della Comunità di Via del Seminario 12, dell'Associazione e Fondazione che portano il suo nome - lo ha ricordato con alcuni eventi, tra i quali spiccano l'intitolazione di una piazza e l'incontro con il Presidente della Camera, Pierferdinando Casini. Noi vorremmo che questo fosse un ri-cordo nel senso originario del termine, vale a dire un “riportare al nostro cuore” il suo insegnamento: un cuore capace non solo di rivivere il passato ma anche di progettare il futuro.

In questa ricorrenza, più che le sue Opere (ben dieci, tutte destinate agli emarginati, agli ultimi, ai più piccoli), io intenderei rievocare e ripensare due sue lezioni: l'attenzione ai giovani e l'idea di città. Don Gianfranco è stato una figura di riferimento per la gioventù pesarese ricoprendo tre ruoli significativi: delegato per l'Azione Cattolica, insegnante di religione al Liceo Mamiani, padre spirituale del Seminario diocesano. In tale mandato lo guidava il convincimento che ogni persona possiede talenti insostituibili, ha una vocazione specifica, si realizza nell'incontro impegnato e generoso con gli altri. Sua passione costante era quella di metterti nelle condizioni esteriori e interiori di capire qual era il tuo destino, il tuo percorso, il tuo bene: incurante di convenzioni, convenienze, compromessi. E in questo modo, insieme al radicale senso di appartenenza alla vita, trasmetteva a noi giovani responsabilità e orgoglio. Ci faceva andare oltre il presente: quel presente che non basta a nessuno.

E poi, l'idea di città. Metteva al primo posto la scelta degli ultimi, ne denunciava lo scandalo, ne suppliva l'emergenza; ma le sue opere e comunità non erano riserve sociali per cittadini di serie B; piuttosto esse erano - secondo le sue parole - delle “dolorose necessità”, che l'istituzione pubblica avrebbe dovuto quanto prima accollarsi, restituendo a questi cittadini emarginati la stessa dignità degli altri. “La comunità - diceva - vuole essere una spina stimolante nel fianco della società, della chiesa pesarese, degli enti locali, di tutta l'opinione pubblica, e insieme cerca di essere un gesto indicatore della strada da seguire perché gli emarginati trovino a pieno diritto il loro posto nel proprio quartiere, nella propria parrocchia, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle strutture per il tempo pieno che devono essere di tutti”.

E oggi, noi? Credo che entrambe le istanze avvertite da don Gianfranco non cessino di essere urgenti e di invocare attenzione. I giovani - che noi in modo interessato e farisaico continuiamo a identificare col futuro, negando loro il presente - quali ruoli significativi ricoprono nella nostra città? Ve n'è qualcuno di età inferiore ai trenta/trentacinque anni che occupi un posto di responsabilità nella politica, nella Chiesa, nel mondo professionale, associazionistico, produttivo? I ventenni, chi li interpella per un piano regolatore, per un candidato a Sindaco, per un investimento scolastico, musicale, sportivo? Siamo consapevoli che essi sono il bene più prezioso della comunità cittadina? Noi adulti interpretiamo il mondo meglio dei giovani, ma senza i loro occhi e le loro mani non lo cambieremo mai. A questo proposito la Chiesa - e Gianfranco era un uomo di Chiesa e di grande fede - ha una funzione non delegabile a nessun altro: quello di interpretare le domande individuali di questi giovani e di saldarle con quelle degli altri all'insegna del messaggio evangelico della solidarietà e della condivisione. Il lessico della carità, francamente, mi sembra ai nostri giorni poco familiare alle nostre parrocchie, le quali preferiscono la formazione liturgica e devozionale della Chiesa trionfante alla militanza biblica e conciliare della Chiesa dei poveri. Quale ruolo e risalto ha oggi la Caritas nelle parrocchie della nostra Diocesi? Chi - se non la Chiesa - ha titolo, più di altri, per denunciare nuove e vecchie forme di povertà e di emarginazione? A questo proposito l'incontro con i ragazzi delle scuole programmato dalla Fondazione per il 4 dicembre al Teatro Sperimentale dovrà essere un momento altamente istruttivo.

Anche l'idea di città - quell'idea di città nella quale “tutti vanno compresi” - è da riscoprire. Nella vorace accelerazione quotidiana del demone tecnologico e mercantile, noi tutti rischiamo di tagliare fuori tante persone, di depauperarci dentro, di ritrovarci disumanamente soli. Fare politica, nel senso nobile e originario del termine, vuol dire riconoscere la complessità e la difficile bellezza della città: saper ascoltare le sue voci, interpretare le sue domande, comporre i suoi legittimi e divergenti interessi. In questa città - ci ha insegnato don Gianfranco - “non devono esistere distinzioni, barriere, nemmeno quella tra sano e ammalato e tanto meno quella odiosissima tra beneficato e benefattore, perché tutti, pur nella loro diversità, possono dare e ricevere. Si dovrà arrivare al momento in cui i supposti normali vivano e lavorino con quanti non sono ritenuti normali”. La città di Pesaro saprà apprendere questa lezione e fare propria questa eredità?

Ivano Dionigi
Presidente Fondazione don Gaudiano

I ragazzi della Terza B

[…] Appartengo a un gruppo di ragazzi che hanno avuto la fortuna di avere don Gaudiano come insegnante di religione (un'espressione molto riduttiva, ricordando le sue lezioni) al Liceo “T. Mamiani” di Pesaro nei primi anni Sessanta: una classe mista composta da persone che ancora oggi si vedono irregolarmente ma sempre con grande piacere. Una delle migliori interviste di don Gaudiano è quella rilasciata a Giuliano Martufi per la rivista Open (settembre 1993, poche settimane prima che morisse; poi ripubblicata in Carità e profezia). Ebbene, Giuliano Martufi faceva appunto parte della III B con Gianfranco Angelucci, Paolo Catelli, Umberto Spadoni e la Dolly Manfredini, la più amata da tutti noi… […] Se è vero che tutte le persone sono uguali davanti alla legge o al padreterno, è altrettanto vero che le persone come don Gaudiano non nascono tutti i giorni. […] Noi della sezione B, tutto sommato, eravamo felici (a parte l'incubo della guerra atomica): andavamo a scuola volentieri; le nostre famiglie erano più o meno ricche (o più o meno povere) ma tenevano botta, cioè fornivano le necessarie coordinate storiche e morali. Nel mio caso, lo schema di massima per inquadrare il secolo ventesimo l'ho imparato a casa prima che a scuola, perché coincideva con la storia della famiglia: l'emigrazione in America (nonno paterno); la I guerra mondiale (morte del nonno materno a Caporetto); il fascismo, la II guerra mondiale, i bombardamenti alleati, lo sfollamento, l'8 settembre, i campi di concentramento (mio padre deportato in Germania), la ricostruzione, di nuovo l'emigrazione (di nuovo mio padre…) etc. Ma in sostanza siamo stati fortunati perché abbiamo avuto ottimi insegnanti: don Gaudiano, Adelelmo Campana, Luigi Giunchi…; ricordo anche volentieri Maria Rossi, la professoressa di italiano alla scuola media di Piazza Del Monte (oggi don Gaudiano, allora Picciola). Nello stesso tempo, come insegnante, non posso fare a meno di pensare che anche loro, i nostri Maestri, erano fortunati, perché noi eravamo pronti, disposti, selezionati all'ascolto: eravamo infatti formati sulla parola, magari orale o in dialetto; le regole con cui si giocava la partita tra insegnanti e studenti erano le stesse ed erano logocentriche, cioè imperniate sostanzialmente sulla parola.

E nei primi anni Sessanta, i nostri problemi erano, tutto sommato, problemi esistenziali, prevalentemente di natura sentimentale, primi amori, tormenti d'amore, amori platonici, amori impossibili, pene d'amore perdute…: niente che non si potesse risolvere crescendo. Del resto già mio padre, per prendermi in giro come solo lui sapeva fare, mi ripeteva sempre un proverbio in dialetto, che in quattro parole sintetizzava efficacemente la questione: Ogg bugnós / d'mèn spós. Finché don Gaudiano, a metà degli anni Sessanta, non voglio dire che smise di starci a sentire ma ci fece educatamente capire che c'erano problemi più importanti delle nostre tempeste ormonali, perché vedeva lontano, antivedeva quello che di lì a poco sarebbe accaduto da noi, non solo nei Paesi del Terzo mondo. Debbo anche precisare che, pur non avendo partecipato alla riflessione teorica e teologica, al gran lavorio che (immagino) precedette l'apertura della Comunità di Via del Seminario, ricordo perfettamente che prima del ‘68 (che in un certo senso segnò la crisi sia per chi veniva da una formazione cattolica, sia per i compagni del vicino circolo Gramsci) noi che eravamo o eravamo stati allievi di don Gaudiano, sotto la sua guida ma non solo, avevamo messo su una serie di iniziative, a volte un po' naif ma significative. Non rientrano storicamente tra le Opere di don Gaudiano, forse erano prove d'opera: operine forse, ma mai operette. Ne ricordo tre:

- la raccolta della mondezza: svuotavamo cantine e soffitte per raccogliere fondi da destinare ai “poveri”. La roba, la mondezza veniva accatastata provvisoriamente al pianoterra del seminario e poi portata al magazzino di Guerra, o Barbarancia, che ci pagava due lire: un'esperienza di cui ho fatto tesoro quando poi, molti anni dopo, ho scritto La discarica…;

- una specie di “adozione” laica di alcune persone o famiglie in difficoltà che noi seguivamo con l'allegria (oggi direi con l'incoscienza) dei nostri sedici, diciassette, diciott'anni: alcuni giovani detenuti del Discolato; alcuni vecchietti del Ricovero; alcuni grandi invalidi o mutilati di guerra che noi portavamo a prendere un po' d'aria buona in giro per marina;

- e soprattutto il Doposcuola estivo, riservato “ai figli del popolo”, un po' sul modello di Lettere ad una professoressa (che però è stato pubblicato nel 1967), attivato nei locali che poi diventeranno la prima sede della Comunità di Via del Seminario. Gli studenti erano tanti (diverse centinaia, per intenderci) e noi arrivammo ad avere tre sedi: la sede centrale; una sede staccata a Villa San Martino; e una terza a Montelabbate, dove andavamo in bicicletta. I ragazzi pagavano una retta d'iscrizione simbolica e trovavano le ripetizioni gratuite su tutte le materie in cui erano stati rimandati ad ottobre: italiano, matematica, latino, scienze etc. Con il ricavato si organizzava poi una gita settembrina che in un certo senso ripagava i docenti, che poi erano giovani o giovanissimi, studenti universitari i più vecchi. Ebbene quel doposcuola è stato in un certo senso una palestra per molti di noi, una specie di apprendistato politico, che ci insegnò a non pensare soltanto a noi, ai nostri studi (anche se naturalmente sapevamo che era bene studiare), ai nostri esami (che naturalmente era meglio sostenere) e ai nostri amori.

Insomma l'eredità più importante lasciataci dal nostro “professore di religione” è stata la disponibilità, la voglia di ascoltare le storie degli altri. Un atteggiamento mentale che è tipico anche dei poeti veri e che ritrovo in due belle raccolte pubblicate recentemente da Einaudi: Bassa stagione, del nostro amico e concittadino Gianni D'Elia, e Intercity, del santarcangiolese Raffaello Baldini. Due autori diversi, che percorrendo strade diverse riescono a cogliere e a rendere il respiro di una città, di un'epoca, di un periodo storico: la grande lezione di don Gaudiano.

Paolo Teobaldi

Barchette di carta

E' il titolo del libro di poesie di Iva Baldassarri, presentato a Pesaro dalla Fondazione Don Gaudiano. L'autrice, che collabora da 30 anni con la Comunità di Via del Seminario, da tempo aveva scritto queste poesie dove i sentimenti si intrecciano con la vita quotidiana. Il pittore Giuliano Ferri, che ha realizzato un laboratorio di disegno per i ragazzi della Comunità, ha pensato di raccogliere queste poesie arricchite dalle illustrazioni dei suoi allievi. Ne è venuto fuori un libro interessante e suggestivo.

Silenzio

Come una vita
non nata
l'urlo è frantumato.
Silenzio.


 
 
 
 
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