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Il fascino di Dan Peterson

Incontro con un coach leggendario

La cinquantennale storia d'amore fra il basket e la città di Pesaro ha creato momenti di esaltazione e gioia collettiva: talvolta supportati dai risultati, come nella “mitica” tavolata da Guinnes dei primati del primo scudetto o la carovana di auto e pullman per lo spareggio, poi vinto, contro Mestre per la permanenza nella massima serie; talvolta invece seguiti da cocenti sconfitte. Per par condicio ne ricordo una recente: luogo del delitto Forlì, movente “Final Eight”, colpevole Kinder; e una passata, Paris, Bercy “Final Four” di Coppa Campioni (mai i pomodori furono così amari…). In questi momenti, se da una parte si poteva identificare con la Victoria Libertas la parte amica, solare e giusta, diciamo l'eroe positivo alla Sherlock Holmes, viceversa il nostro nemico era altresì facilmente individuabile: chi meglio dell'Olimpia Milano o della Virtus Bologna (pace all'anima sua!) hanno rappresentato per il pubblico pesarese la nemesi, l'opposto, l'odiato Moriarty?
Nella loro storia queste due Società hanno potuto annoverare ottimi allenatori, ottimi giocatori e ottimi dirigenti; ma più queste persone ottenevano successi in campo nazionale e internazionale più dalle nostre parti venivano malvisti o, in rari casi, sopportati a fatica. Solo in un'unica eccezione tutta questa astiosità viene cancellata e trasformata in stima, premi e, diciamolo pure, amicizia. Quest'uomo che ha potuto tanto, e il cui merito viene accresciuto anche dal fatto che allenò entrambe le Società, risponde al nome di Dan Peterson. Come si può spiegare questo sentimento di simpatia che riscontra il “nano ghiacciato” dalle nostre parti? Proviamo a capirlo: balza subito agli occhi il fatto che sono passati parecchi anni dall'ultima sua esperienza su una panchina e che il tempo, se non proprio cancella quantomeno offusca i ricordi. Sbagliato! Se c'è una cosa sicura come il sole è quella che il pubblico nostrano non dimentica, possono passare cinque minuti come venti anni, se sei uno “bollato” non la passi liscia. Esempi? Meneghin padre, Esposito, Coldebella. Allora la spiegazione più logica può essere nel fatto che il coach ha sempre strizzato l'occhio a Pesaro. Da amante del basket avvertiva l'aria speciale che il vecchio Palasport di Viale dei Partigiani sprigionava e naturalmente ne veniva affascinato; cercava la polemica ma sapeva poi come tirarsi indietro; portava gli arbitri dalla sua parte facendo poi notare i pochi torti subiti; cantava le lodi degli avversari per poi dargli trenta punti. Il tutto sempre condito con una gran classe. Da non tralasciare infine il fatto che se c'è una generazione di trentenni in Italia, dove il calcio monopolizza tutto, che mastica pane e basket, lo si deve in parte a quelle telecronache degli anni Ottanta dove i mitici scontri tra Lakers dello Showtime e i Celtic di Larry The Legend venivano enfatizzati ulteriormente da frasi rimaste poi nella memoria di ognuno: “Pandemonio al Boston Garden!…” oppure “Mamma butta la pasta!”.
Ho avuto il piacere di incontrare Peterson alla vigilia dell'Opening Day della Scavolini, quando il coach ha ricevuto un premio della stampa nella cornice di Palazzo Antaldi. Senza peli sulla lingua, ha risposto a domande attuali sulla crisi della pallacanestro italiana (sia a livello dirigenziale sia nel difficile rapporto con la TV di Stato) e su vicende passate, mostrando sempre la sicurezza di chi sa cosa dice in ogni occasione. Inutile aggiungere che il pomeriggio è passato in un batter d'occhio tra un aneddoto sulla sua esperienza in Cile (ha allenato anche là) e qualche stoccatina agli allenatori odierni: tutti uguali, senza alcuna fantasia sia in campo che fuori.
Al termine dell'incontro, mentre gli stringevo la mano, gli ho domandato se in un futuro prossimo anche l'Italia potrà contare su un proprio rappresentante nel mondo N.B.A. Ecco la sua risposta: “Well ragazzo, non sarà forse Galanda, che è troppo vecchio, ma tra poco vedrai in America un baby italiano… questo è sicuro!”. Chiunque egli sia, per me sarà il Numero 1!

Matteo Spinaci


 
 
 
 
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