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Il pesarese che fece perdere la testa alla regina di Svezia


L’incontro tra Francesco e Cristina

Che i pesaresi ci sappiano fare con le straniere è cosa risaputa: tedesche e vichinghe sono state prede ambite (e tutto sommato facili) dei nostri latin-lover fin dai mitici anni Sessanta. Ma che già nel 1600 due giovani pesaresi abbiano insidiato con successo la presunta verginità di una regina di Svezia, non tutti lo sanno. La storia comincia con un ballo, un fantastico ballo illuminato da decine di lampadari nel salone delle feste dei ricchi conti Santinelli, nell’attuale via Branca, allora via dei Calzolari.
Francesco Maria Santinelli, figlio di Alessandro e di Margherita Santacroce, si fregiava del titolo di conte della Metola e di marchese di S. Sebastiano, titoli che il padre, facoltoso mercante, aveva comprato qualche decennio prima. Nacque a Pesaro il 20 aprile 1627, alla fine del ducato roveresco, e morì settantenne a Venezia il 22 novembre 1697. Letterato e poeta di modesta levatura (avendo scritto rime, canzoni e drammi musicali), passò alla storia soprattutto perché fu uno degli amanti della regina di Svezia, Cristina, e perché, per difenderla, fu compartecipe di un efferato omicidio.
Fin da giovanetto amava apparire e frequentava assiduamente salotti patrizi, nobili ricchi e finti ricchi, donne vereconde e, meglio, invereconde. A diciott’anni, nel 1645, fondò un cenacolo di amici dal nome apparentemente strano: Accademia dei Disincantati o dei Disinvolti. Ma allora i nomi delle Accademie dovevano essere appariscenti e stravaganti, come i personaggi che vi s’iscrivevano, più che per fare cultura, per intessere rapporti sociali, combinare affari e matrimoni, corteggiare donne libere e sposate. E il nostro Francesco Maria non si tirò indietro, conscio che poesie e sonetti, opere teatrali e romanzi, erano un ottimo biglietto da vista per introdursi in società e conquistare donzelle.
Alla fine dell’anno 1655 a Pesaro avvenne l’incontro che gli avrebbe cambiato radicalmente la vita. Fu infatti di passaggio in città la regina Cristina di Svezia (1626-1689), diretta a Roma per sottoporsi ad una clamorosa conversione pubblica al cattolicesimo di fronte a papa Alessandro VII Chigi. Suo padre, Gustav Adolf Vasa, partecipando alla Guerra dei Trent’anni che insanguinò e immiserì buona parte dell’Europa, aveva ottenuto il dominio del mar Baltico, rendendo la Svezia la più forte potenza dell’Europa settentrionale. Il re morì in battaglia nel 1632 e così salì al trono la figlia Cristina, incoronata all’età di sei anni, sotto la reggenza di cinque dignitari di corte. Nel 1644, raggiunta la maggiore età, Cristina inaugurò il suo regno personale: nessuno pensava che la giovane regina, capace di passare un’intera giornata a cavallo come un maschiaccio e di dialogare alla pari con i sapienti dell’epoca, sarebbe divenuta la donna più famosa d’Europa, osannata e calunniata, oggetto di enorme ammirazione e motivo di grandi scandali. Assetata di sapere, parlava sette lingue, conversava in latino e corrispondeva con studiosi di tutta Europa, era fiera della sua collezione di codici manoscritti e di dipinti, di gioielli e cammei, saccheggiati in Boemia e Germania. Non era di certo bella (bassetta, di pelle olivastra, capelli rossicci, naso aquilino, ben diversa dal modello di svedese dei nostri tempi), ma non le mancava il fascino della cultura e della stravaganza (e soprattutto della ricchezza). Cristina non disdegnava gli uomini, ma diceva sempre che avrebbe preferito la morte a un marito. La “Pallade del Nord”, così veniva chiamata, preferiva a quella maschile la compagnia a letto di Belle, una giovane aristocratica malinconica e avvenente. Nel 1646, a vent’anni, probabilmente ispirata da letture spirituali e mistiche, Cristina si era avvicinata al cattolicesimo che consentiva molta più libertà di fantasticare un mondo di angeli, presenze ultraterrene, estasi e diabolicherie, di quanto permettesse il luteranesimo.
La moda dell’alchimia e le profezie di Paracelso (che profetizzava una “monarchia metallica” nel nord Europa) influirono sulle sue curiosità intellettuali e presto si circondò di un’allegra e balzana compagnia di negromanti, filosofi ermetisti, cabalisti, astrologi, alchimisti alla ricerca della pietra filosofale. Studiò i Pitagorici e i filosofi greci (ebbe anche una lite con Cartesio che, custode delle scienze esatte, l’aveva diffidata da troppa ingenuità). Approdò così a quella filosofia pseudo-razionalistica che furoreggiava nei salotti francesi con il nome di “libertinage” e che predicava libertà di pensiero e di costumi. Abdicò così a ventotto anni nel 1654, decisa a percorrere una vita stravagante e libera dalle etichette e dagli obblighi di una grande potente corte. Ammirando sempre di più il cattolicesimo, perché favoriva l’assolutismo regio e permetteva molte più trasgressioni della rigida e puritana religione luterana, decise di farsi cattolica nelle mani del papa. Si assicurò un alto appannaggio e abbondanti rendite in Germania e Polonia poi abbandonò prontamente la Svezia nel 1654, per timore delle vendette dei protestanti. Scese nei Paesi Bassi, sotto la protezione di “sua maestà cattolica” Filippo II di Spagna, e proseguì per l’Italia, ma papa Alessandro VII pretese che la conversione avvenisse prima di entrare sul suolo italiano: così a Innsbruck, il 3 novembre del 1655, con grande pompa Cristina divenne cattolica. Viaggiava con un seguito impressionante di circa 250 persone, 200 cavalli e relativi carriaggi. Lungo la via dei pellegrini tedeschi diretti a Roma, la regina fu a Verona, Mantova, Ferrara, sempre accolta con feste memorabili. Fece poi tappa a Bologna, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini. Il 2 dicembre 1655 il corteo regale arrivò a Pesaro. Nella Historia della Sacra Real Maestà di Christina Alessandra Regina di Svetia (Roma 1656), Galeazzo Gualdo Priorato, attento storico vicentino, probabilmente testimone oculare, descrive tutta la scena e le successive.
Prima di Pesaro, alla Silicata, gli si fè incontro l’Eminentissimo Cardinal Luigi Homodei milanese, Legato d’Urbino, con dodici carrozze a sei, piene di principali Gentiluomini, cinquanta Svizzeri della sua guardia a piedi, più di cento Cavaglieri cospicui a cavallo, con ricchi e sontuosi vestiti, e vaghe livree…”. A Pesaro la regina alloggiò nel ricco palazzo del conte Alfonso Santinelli, di recente nobiltà ma di grandi entrate. Dei tre figli di questa nobile famiglia attrasse l’attenzione della sovrana il ventottenne Francesco Maria, quasi suo coetaneo, considerato “cavaglier altamente cospicuo per antica nobiltà, quanto riguardevole per vivacità e sublimità di talento e di spirito”. Un’infatuazione a prima vista s’intrecciò tra Cristina e Francesco Maria, di brillante ingegno e di affascinante prestanza fisica, un vero “colpo di fulmine”. In casa Santinelli si fecero grandi feste in onore della regina. I fratelli Francesco Maria e Ludovico intrecciarono una “gagliarda” (ballo francese antesignano del saltarello) con la signora Maria Camilla Diplovatazi, e “la Regina gli pregò, che per maggior sua sodisfattione si levassero il mantello, e le spade d’attorno per meglio poterli essa osservare; ubbidirono, e danzarono una gagliarda che tanto piacque a Sua Maestà, che si dichiarò desiderosa di vederli a battere ancora un canario. Ond’essi eseguirono il tutto con disinvoltura e leggiadria mirabile”. Il “canario” o “canaria”, era una danza spagnola di corteggiamento e la regina, dimostrò ancora una volta che se n’intendeva di seduzione, ben corrisposta dai Santinelli. Il cardinale legato Omodei indorò ulteriormente la pillola presentando alla regina una raccolta di Canzoni del Santinelli, prontamente stampata, che Francesco Maria offrì alla regina la quale se ne compiacque grandemente.
Cristina, molto coinvolta dalla fisicità dei due giovani volle che i fratelli Santinelli facessero parte del corteggio che, il giorno successivo, si diresse a Senigallia, dove si era accasata la loro sorella Elena, moglie del marchese Giovanni Giuseppe Baviera. In Casa Baviera la conquista e il coinvolgimento intellettuale ed erotico tra la regina e i Santinelli era compiuto.
Quivi, oltre ai fuochi e luminari che si fecero quella sera per Sua Maestà, gli fu fatta in Camera una Comedietta ridicola (cioè comica) dalli Conti Francesco Maria e Lodovico fratelli Santinelli, dallo stesso conte Francesco Maria posta in ordine in una sola notte per incontrare le sodisfattioni di lei, che se ne mostrò desiderosa. Doppo la Comedia volle ella veder anche l’agilità di questi due Cavalieri nel saltare il Cavallo, come pur si compiacque della loro maestria nel giocar di spada…e li fece ricercare al suo servitio ond’essi, gloriandosi d’haver l’honore di servire Sua Maestà, si dimostrarono pronti ad obbedirla.”
Gli aitanti Santinelli furono così arruolati da Cristina, primi tra i cortigiani italiani che avrebbe preso al suo servizio. Francesco ebbe la carica di gran ciambellano, Ludovico quella di capo delle guardie.
E l’avventura dei due pesaresi prosegue nel prossimo numero dello Specchio.

Luciano Baffioni Venturi


 
 
 
 
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