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Novembre 2009 / Storia
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Pillole di storia: l’eccidio di Kindu

Il 30 giugno del 1960, con sorpresa generale, il Belgio concede l’indipendenza alla sua colonia più importante, il Congo. Ma gli interessi in gioco sono enormi e scatenano rivolte ed eccidi: la regione del Katanga proclama la secessione e l’ex sergente (autoproclamatosi generale) Moisè Tciombè ne assume la guida. Il Primo ministro (l’unico eletto) Patrice Emery Lumumba dura poco e viene assassinato il 17 gennaio 1961. A succedergli, il presidente Kasavubu nomina Adoula e convince il leader lumumbista Antoine Gizenga (che disponeva di un suo esercito al comando del generale Lundula) a prestare giuramento di fedeltà. Nel pieno della sanguinosa guerra civile – e su richiesta proprio di Lumumba – era intervenuto l’ONU che aveva inviato sul posto baschi blu malesi, etiopi ed altri. Anche l’Italia aveva aderito alla richiesta del Consiglio di Sicurezza inviando dapprima aerei per trasporto di generi di prima necessità e quindi inserendo gli stessi nel quadro della Forza di pace. Così, nell’ambito della 46^ Aerobrigata di stanza a Pisa, nasce la “Sezione Congo” e nostri velivoli C-119 (i famosi “vagoni volanti”) iniziano la spola fra Italia e Leopoldville e, da qui, alle varie basi e città della sterminata regione.
La mattina dell’11 novembre 1961 (la missione dei nostri sarebbe terminata il successivo 23) due aerei, al comando del maggiore Amedeo Parmeggiani, decollano dalla capitale diretti a Kindu, ai margini della foresta equatoriale: zona attraversata da tutte le fazioni in lotta e solo teoricamente sotto controllo delle truppe governative e di un battaglione malese, destinatario del carico bellico (autoblindo e munizioni) dei nostri velivoli. L’ordine era di scaricare il materiale e ripartire subito per il rientro. Dopo i necessari sorvoli di ricognizione sul campo di atterraggio, gli aerei prendono terra e gli equipaggi, accolti con calore dai malesi; e prima del decollo vanno a rifocillarsi presso una baracca adibita a mensa dell’ONU poco distante dall’aeroporto, accompagnati dal comandante malese Maud e lasciando le armi individuali a bordo. Ma i soldati governativi, che da giorni sono in allarme nel timore di un aerosbarco di paracadutisti e mercenari katanghesi, forse scambiando i nostri per tali, si dirigono verso la mensa, malmenano e disarmano i pochi malesi di guardia, entrano e catturano i nostri aviatori (il solo tenente Remotti tenta la fuga ma viene abbattuto). Incuranti delle dichiarazioni di nazionalità e dello status loro assicurato dal basco blu dell’ONU, gli italiani vengono pestati a sangue e quindi, al calar delle tenebre, sono tutti trucidati a raffiche di mitra davanti alla prigione. La gente accorsa sul posto fu lasciata libera di gettarsi sui poveri cadaveri, che furono assaliti a colpi di machete e probabilmente anche oggetto di atti di cannibalismo. Ma perché le truppe malesi non intervennero? Alla domanda ancor oggi non è stata data risposta.
Sul fare del giorno, il brigadiere della locale polizia Amisi N’Gombe è incaricato di gettare i poveri resti degli italiani nel fiume Lualaba, in pasto ai coccodrilli ma, da buon cattolico e contravvenendo agli ordini, egli li fa invece seppellire poco lontano, nel cimitero di Tokolete. Nulla si sa della strage fino al giorno 13, quando il Primo ministro Adoula invia sul posto due suoi emissari per indagare sulla sorte dei nostri connazionali. Il colonnello Vidal Pakassa (aveva 22 anni) nega il permesso di visita ai prigionieri (come affermò nella relazione ufficiale) e assicura che “godevano ottima salute” e che sarebbero stati liberati nel momento in cui fosse giunto sul posto il generale Lundula (braccio armato di Gizenga). Quando ciò avviene, sostiene che gli italiani sono evasi e se ne sono perse le tracce. Assieme a Lundula giunge sul posto anche un funzionario italiano dell’ONU, il dottor Giorgio Pagnanelli, originario di Macerata che, intuito l’inganno, si fa assegnare una scorta e prende ad indagare per la città, scoprendo così in breve la triste verità. Le cronache attribuiscono al Pagnanelli modi assai spicci e convincenti: anche qualche bel calcio opportunamente assestato nel sedere di chi sapeva e taceva. La Commissione d’inchiesta ONU riconobbe il colonnello Pakassa tra i responsabili dell’eccidio: arrestato pochi mesi dopo, non subì alcun processo e fu scarcerato nel 1963. Riparato a Parigi e nuovamente arrestato, la Francia ne negò l’estradizione sia all’Italia sia al Congo. La stessa Commissione individuò anche gli esecutori materiali dell’orrendo delitto ma nessuno poté essere arrestato né processato e tutti finirono nel vortice dei massacri che continuarono ad insanguinare la regione. Se le salme dei caduti hanno trovato degna sepoltura lo si deve all’opera di don Emireno Masetto, cappellano militare della 46^ aerobrigata che non esitò a recarsi a Kindu, eseguire ricerche ed ottenere quelle informazioni che portarono al recupero delle stesse.
Le salme furono esumate il 23 febbraio 1962 ed il 10 marzo trasferite a bordo di un C-124 dell’USAF nella base libica di Wheelus. Da qui, su un C-130 sempre dell’aviazione americana e scortati da una squadriglia di F-86, i resti dei nostri eroici e sfortunati aviatori giunsero a Pisa l’11 marzo. Oggi riposano nel Sacrario eretto in quell’aeroporto da cui erano partiti per portare aiuti umanitari e contribuire alla missione di pace in terre lontane. Saranno i primi di una lunga serie. Solo nel 1994 è stata riconosciuta alla loro memoria la Medaglia d’oro al valor militare e solo nel 2007, grazie ad una legge Boato-Berlusconi, controfirmata Ciampi, i familiari hanno ottenuto un risarcimento. Nulla si è più saputo sulla cospicua somma di denaro che l’ONU stanziò a suo tempo in favore dei familiari.
Onorio De Luca, 25 anni, sottotenente pilota. Filippo Di Giovanni, 42 anni, maresciallo motorista. Armando Fabi, 30 anni, sergente maggiore elettromeccanico. Giulio Garbati, 22 anni, sottotenente pilota. Giorgio Gonelli, 31 anni, capitano pilota. Antonio Mamone, 28 anni, sergente marconista. Martano Marcacci, 27 anni, sergente elettromeccanico. Nazzareno Quadrumani, 42 anni, maresciallo motorista. Francesco Paga, 31 anni, sergente marconista. Amedeo Parmeggiani, 43 anni, maggiore pilota e comandante della formazione. Silvestro Possenti, 40 anni, sergente maggiore montatore. Francesco Paolo Remotti, 29 anni, tenente medico. Nicola Stigliani, 30 anni, sergente maggiore montatore. Noi non vi dimentichiamo.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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