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Visti da vicino: Leo Valiani


Il rigore e il coraggio

Recentemente in televisione ho visto proiettato il documento con il quale il CLN per l’Alta Italia stabiliva che Mussolini, una volta catturato, dovesse essere immediatamente giustiziato. Un documento storico oggetto di contestazioni infinite. In calce allo stesso ho ritrovato la firma di due persone che ho “visto da vicino”: Sandro Pertini per i Socialisti e Leo Valiani per il Partito d’Azione. Confesso di aver provato una certa emozione. Nella mia non breve vita avevo infatti, confuso tra oltre cento autorità amministrative, politiche e militari, sfiorato Pertini in occasione della sua visita come Presidente della Repubblica a Fano e Pesaro mentre nell’ambito delle funzioni che allora svolgevo a livello regionale avevo personalmente invitato Leo Valiani a parlare in Ancona all’inizio degli anni ‘80 e conseguentemente spettava a me l’onore di presentarlo ai cittadini di quella città convenuti per ascoltarlo.
Mi ero presentato a lui con tutto il rispetto che meritava un Padre della Repubblica e pronunciai parole elogiativamente retoriche che non avrei mai dovuto rivolgergli. Nell’eccitazione del momento avevo dimenticato la sua innata e coltivata modestia e la sua umiltà. Per tutta la vita aveva ridimensionato i propri meriti e schivato i riconoscimenti. Non mi concesse neppure un sorriso. Bruscamente chiese soltanto: “Dove si parla?”. In silenzio lo accompagnai al tavolo della presidenza passando tra due ali di folla; al suo gesto che rappresentava un invito a cominciare dissi due parole soltanto per dire che non era il caso di presentare un uomo come lui. E cominciò: “L’Italia non è stata ancora mai governata come dovrebbe essere. I fattori negativi che occorre eliminare, o perlomeno attenuare, sono la lottizzazione partitocratica dei posti di comando, il corporativismo presente in tutti i settori della pubblica amministrazione ma anche nelle forze sociali, le massicce evasioni fiscali ed in molti casi l’imprevidenza dei governi”. “La programmazione non deve far uscire l’Italia dall’economia di mercato; al contrario deve garantire la permanenza dell’Italia nell’economia internazionale fondata sul mercato e quindi sulla competitività”. “Oggi in Italia il compito è difendere la democrazia, anche se molti dei suoi aspetti sono poco entusiasmanti. (…) Bisogna difenderla dai ladri, dai violenti di ogni risma e dalle sue stesse paralizzanti tendenze al rinvio. I sacrifici necessari vanno chiesti e all’occorrenza imposti; senza demagogia ma anche senza esenzioni ingiustificate ed oltraggiose per i più deboli. (…) La libertà è la più alta ragion d’essere della vita umana consapevole e l’anima del progresso civile”.
Parlò per un’ora e anche se non risparmiò critiche ai partiti allora dominanti (la DC, il PCI ed il PSI) il suo discorso lucido ed appassionato fu molto applaudito. Era stato il discorso di un uomo in cui rigore e statura morale per una intera esistenza si erano congiunti ad un coraggio esemplare, un uomo che per difendere le proprie idee di democrazia, giustizia e libertà durante il fascismo aveva scontato sei anni di carcere, un anno di confino ed un anno di campo di concentramento. Aveva vissuto da emigrato in Francia, la guerra civile in Spagna, era stato esule in America. Fu uno degli organizzatori della insurrezione di Milano nell’aprile del 1945 e, come ho già detto, il rappresentante del Partito d’Azione nel CLN dell’Alta Italia, poi deputato per lo stesso partito alla Costituente. Aveva infine combattuto il terrorismo politico con assoluta intransigenza, contestando in termini perentori le tesi di coloro che avrebbero voluto che lo Stato democratico si piegasse al ricatto di pochi che cercavano la legittimazione politica con l’omicidio. Terminato il discorso si fermò un attimo per non apparire scortese, salutò e si ritirò. Le domande che avevo preparato rimasero tutte nella mia agenda. Ma non mi rammaricai troppo. Avevo stretto la mano ad una persona che aveva fatto la Storia.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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