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Il Canto degli Italiani

Goffredo Mameli, caduto a 22 anni durante la Repubblica Romana.
Nella foto in basso Michele Novaro: ha musicato il Canto degli Italiani, colonna sonora del Risorgimento

A Pesaro una conferenza-spettacolo sull’Inno di Mameli

Qual è stata l’ultima volta che avete visto qualcuno piangere cantando “Fratelli d’Italia”? Forse durante qualche raduno di combattenti e reduci un po’ avanti con gli anni. A me è successo a Pesaro il 2 ottobre, a Palazzo Montani Antaldi, mentre un’intera platea lo cantava in piedi, quasi sull’attenti, al termine di una relazione di un’ora e mezza sull’origine e il significato del nostro inno nazionale. Quasi tutti avevamo gli occhi un po’ umidi, ma una ragazza vicino a me, che si era divertita molto durante la brillante esposizione dell’oratore, piangeva a calde lacrime, sciogliendo il trucco senza ritegno, dopo aver pronunciato l’ultimo “Sì!” che conclude il ritornello.
Che cosa è successo quel pomeriggio? La Biblioteca Oliveriana e la Società pesarese di studi storici hanno concluso un breve ciclo di conferenze, nel quadro delle celebrazioni in corso per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, con un incontro dal titolo L’“Inno svelato, chiacchierata musicale su Il Canto degli Italiani”, a cura di Michele D’Andrea. Dietro la definizione minimale di “chiacchierata” si è svolta una straordinaria esposizione storica, accompagnata da brevissime esecuzioni di brani musicali, sui canti del nostro Risorgimento; con alcune comparazioni tra gli inni nazionali di vari Paesi. Si poteva sentir volare una mosca nell’auditorium mentre l’oratore rievocava la Repubblica Romana e il sacrificio di Goffredo Mameli: morto nel 1849, a meno di 22 anni, per una cancrena a una gamba (inutilmente amputata) dopo uno scontro a fuoco con i francesi al Casino dei Quattro Venti. Finiva così l’epopea patriottica di questo bel ragazzo di nobile famiglia genovese, giornalista e letterato, già aiutante di campo di Garibaldi, il discepolo preferito di Mazzini. In un Paese ancora arretrato, con quasi l’85% di analfabeti, era toccato agli intellettuali come lui riprendere il sogno di Dante per guidare un popolo verso una mèta forse inconscia, neanche voluta da tutti, forse solo sognata. Se quella pallottola non lo avesse fermato per sempre, probabilmente i libri di storia lo ricorderebbero come uno dei principali statisti del Regno d’Italia.
E’ stato un vero e proprio show, leggerissimo nella forma ma profondo nella sostanza, cui è stato tributato alla fine un applauso liberatorio e interminabile: rivolto naturalmente all’oratore – come medium – ma in realtà tributato a noi stessi, all’inno, a Goffredo Mameli, a Michele Novaro, alla nostra storia, a quello che è rimasto del nostro sentimento di solidarietà civile. Finché qualcuno può ancora commuoversi per cose del genere, forse non tutto è perduto in questo Paese.

Il profeta di Mameli

Michele D’Andrea, 52 anni, laureato in Lettere, romano di origine veneziana, è un funzionario della Presidenza della Repubblica; con una precoce vocazione per il Quirinale, testimoniata dal servizio militare di leva nel corpo dei Corazzieri. Durante la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi ha cominciato a fare presentazioni sulla storia patria nel quadro del “progetto giovani”; e proprio attraverso il confronto con i ragazzi ha messo a punto il linguaggio e il ritmo di questa conferenza-spettacolo, basandosi sui suoi studi di storia, di araldica militare, di ordini cavallereschi, in generale dei simboli significanti della Nazione. Ha approfondito in particolare il tema dell’Inno di Mameli anche dal punto di vista musicale e oggi svolge questa attività di divulgatore quasi privatamente, nel suo tempo libero: come un profeta itinerante.
Negli ultimi anni ha tenuto una quarantina di queste presentazioni in ogni parte d’Italia e si parla già di una replica a Pesaro, a furor di popolo, con una platea allargata a tutti gli studenti delle scuole superiori; magari con una ripresa televisiva, questa volta, perché rimanga un documento in Dvd fruibile nel tempo. A mio parere, comunque, una presentazione del genere non dovrebbe essere limitata al pubblico ristretto delle singole città interessate. Dovrebbe essere proposta in TV in prima serata: come è avvenuto con altre performance simili, ad esempio il “Vajont” dell’attore Marco Paolini che – senza nessun preventivo battage pubblicitario – ha incatenato milioni di spettatori davanti allo schermo. Sono pronto a scommettere su un analogo successo in termini di ascolto: senza bisogno di rincoglionire gli italiani con i reality-show e altri programmi di varietà più o meno demenziali. Chissà che la musica del nostro inno non trovi una seconda giovinezza anche nelle sonerie dei telefonini…

I Pissum

Il punto centrale della presentazione di D’Andrea è la rivalutazione del nostro inno nazionale, contro il parere di chi continua pigramente a ripetere che si tratta di una marcetta e che quelle parole sono ormai superate. Per questi critici improvvisati ha coniato l’acronimo “Pissum”: “Parlare dell’Inno Senza Saperne una Mazza”. Spiega infatti che l’inno non va eseguito col ritmo di una marcia ma come un brano operistico, sullo spartito originale di un altro genovese: Michele Novaro. Né avrebbe alcun senso sostituire le parole con un testo moderno: perché Goffredo Mameli esprimeva col linguaggio letterario della sua epoca il sentimento liberale e unitario di quell’epoca. Anche per chi ha fatto le scuole in anni non sospetti, è stato utile ricordare che “schiava di Roma” (l’incubo della Lega Nord) non si riferisce all’Italia ma alla vittoria; e che non è il caso di cantare “stringiamoci a corte” (come se non ci fosse abbastanza spazio nelle sale del palazzo reale) ma “stringiamci a coorte”: una formazione militare dell’antica Roma – il decimo di una legione – equivalente grosso modo a un nostro battaglione. Comunque, a parere del relatore, le parole dell’inno (di tutti gli inni) non debbono essere prese alla lettera: sono una specie di “mantra”, una litania di tipo religioso che accompagna un rito collettivo. Addirittura non è neanche necessario cantarlo – come invece consigliava il presidente Ciampi – per evocarne l’intima suggestione.
Gli inni di altri Paesi ci sembrano più belli non solo perché l’erba del vicino è sempre più verde, ma soprattutto perché sentiamo dietro quei canti la fierezza di un’identità nazionale, un senso dello Stato, uno spirito di popolo e di Nazione consolidato da secoli di storia. Ma spesso la loro qualità musicale e letteraria non è poi così elevata, anche se nessuno propone di rimettere le mani su concetti piuttosto “datati”. Per esempio l’inno olandese utilizza ancora le parole del 1500 “Il Re e Signore di Spagna io onoro e riverisco”; e la “Marsigliese” contiene versi un po’ truci, come “il muggito dei feroci soldati che vengono a sgozzare i vostri figli e le vostre compagne”. L’inno americano ha aggiunto solo le parole all’antica melodia di un club massonico londinese del 1700; la musica di quello inglese, “God save the Queen”, è nata in Prussia, è stata ripresa dall’inno svizzero fino al 1961 e oggi è anche l’inno ufficiale del Lichtenstein.
In genere gli inni non si cambiano, salvo casi eccezionali. Forse è nata da questa convinzione la gaffe del cerimoniale inglese, prima di una partita di calcio a Londra nei primi anni ‘60: quando la nostra squadra è stata salutata con le note della “Marcia reale”, sfiorando un incidente diplomatico. Mai e poi mai il maestro della banda inglese poteva immaginare che l’Italia avesse non solo abolito la monarchia, ma addirittura sostituito il suo inno nazionale!

I canti del Risorgimento

Sono molti i canti patriottici dell’epoca che avrebbero potuto diventare un inno nazionale: da “Addio mia bella addio”, alla “Bella Gigogin” (popolarissima per la musica molto orecchiabile, ma con parole in libertà cui si può dare qualunque significato), all’inno di Garibaldi “Si scopron le tombe…”. Ce n’è uno dello stesso Mameli (“Suona la tromba”), musicato addirittura da Verdi, che non ha avuto alcun successo. Forse l’unico che non c’entra niente, al di là di una certa interpretazione risorgimentale, è proprio il magnifico “Va pensiero” del Nabucco: che oltre a evocare una triste atmosfera di schiavi ebrei sconfitti, sarebbe troppo lungo da eseguire e contiene versi oggi incomprensibili come “O simìle di Solima ai fati, traggi un suono di crudo lamento” (altro che l’elmo di Scipio!). Invece “Fratelli d’Italia” ha espresso immediatamente una tale forza evocativa che, dopo la prima esecuzione a Torino alla fine del 1847, è stato spontaneamente adottato nel giro di poche settimane in tutta l’Italia, diventando la colonna sonora del Risorgimento. Eppure la sua scelta come nostro inno nazionale, dopo la caduta della monarchia, è avvenuta quasi casualmente: un consiglio dei ministri presieduto da De Gasperi il 12 ottobre 1946, l’ha indicato come “inno provvisorio” della Repubblica (altri avrebbero preferito “La canzone del Piave” della Grande Guerra) per avere qualcosa da suonare durante le cerimonie pubbliche. Talmente provvisorio che ce lo teniamo da sessantaquattro anni.
Il “Canto degli Italiani” si apre con la voce stentorea e profetica del primo annuncio “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta!”, seguita dal “pianissimo” indicato da Novaro per l’inizio della seconda parte: con un tono sommesso del coro, quasi incredulo nella ripetizione delle stesse parole, poi in crescendo fino all’accelerazione finale. L’intero canto è composto di cinque strofe, oltre al ritornello, ma il testo integrale non viene mai cantato. Vale però la pena di leggere almeno la seconda strofa, con la sua struggente tristezza in attesa di un possibile riscatto: “Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme; di fonderci insieme già l’ora suonò”.

A. A.


 
 
 
 
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