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I 150 anni del Corriere Adriatico

Silvia Sinibaldi, responsabile della redazione di Pesaro del Corriere Adriatico, insieme al capo redattore centrale Andrea Fraboni.

La cronaca e la storia

Si è concluso a Pergola il lungo viaggio del bus della storia: un impeccabile Ludekka rosso che ha traghettato i 150 anni di vita del Corriere Adriatico nelle piazze, raggiungendo i lettori, i curiosi e tutti i testimoni di una lunga vicenda giornalistica. A Pergola, accolto da una folla di bambini appena usciti di scuola, incuriositi dall'uomo sulla luna, dal Papa buono, dal primo titolo mondiale della Nazionale italiana, fatti raccontati dalle grandi e storiche pagine del quotidiano. Un'occasione per dimostrare alle generazioni di domani che uno sguardo attento sulle piccole cose (la cronaca locale) apre gli occhi sui grandi eventi del mondo, sulla storia. Nel caso specifico del Corriere Adriatico, la storia dell'Unità d'Italia si apre e si intreccia proprio con il primo foglio del giornale. Era il 5 ottobre 1860, sei giorni dopo l'ingresso ad Ancona delle truppe piemontesi, e dopo la battaglia di Castelfidardo. L'allora commissario regio, Lorenzo Valerio, per il governo delle Marche dà vita al giornale che, con la testata Corriere delle Marche, divulga decreti, ordinanze e disposizioni del governo Italiano. Cambierà il suo nome nel corso di quegli anni che hanno visto anche due guerre mondiali, si adatterà agli eventi, muterà foggia e dimensioni fino ad arrivare al quotidiano che oggi è presente in edicola. A Pesaro ha vissuto e vive la storia delicata ed entusiasmante di un giornale abituato alla frontiera e alle barricate della periferia, senza mai essere il più forte. Votato fisiologicamente all'impegno e alla grinta per sopravvivere in un mercato che non fa sconti. Forse è per quel destino di combattente che il Corriere Adriatico ha formato tanti dei protagonisti dell'attuale informazione cittadina.

Silvia Sinibaldi

La rotativa impazzita

“Voce Adriatica”, il giornale che oggi celebra il prestigioso traguardo del secolo e mezzo di vita (traguardo da record se paragonato ai 125 anni del più blasonato Resto del Carlino), non aveva ancora cent'anni quando l'indimenticabile Carlo Raffaelli aprì a Pesaro, in un angusto appartamento di via Diaz, il primo ufficio di corrispondenza del quotidiano di Ancona. Eravamo infatti alla fine degli anni ‘50, quando la piccola città, con i segni ancora visibili delle ferite di guerra, cominciava ad aprirsi all'industria e al turismo di massa. In quei mesi l'attenzione era concentrata su un delitto commesso ad Ancona e del quale era accusato un giovane pesarese. Titoli cubitali, piccole impennate nella tiratura.
Di lì a breve Carlo Raffaelli entrò a far parte della redazione anconitana ed io lo seguii qualche anno dopo. Carlo bruciò le tappe con una carriera folgorante ma dolorosamente ci lasciò per sempre, ancora giovane, quando era direttore della sede marchigiana della Rai. Per me era cominciata un'avventura durata quasi quarant'anni. Alla morte di Fernando Tambroni, sotto la cui tutela era il giornale, seguì un periodo di grande incertezza con frequenti incursioni romane di amministratori senza troppi scrupoli. L'instabilità durò a lungo e lo stipendio a fine mese era diventato abitualmente una scommessa. Ma anche prima, quando le cose non andavano tanto male, l'austerità consigliava al gestore di chiedere ai rari giornalisti in trasferta di non presentare note di spesa troppo pesanti: “Per favore, in trattoria niente tagliatelle, basta un secondo!”, era solito ripetere. “E' meglio per la vostra linea e per le magre casse del giornale!”.
Facevamo una rubrichetta di poche righe dal titolo “Cronache di cinquant'anni fa”. Oggi fa sorridere per la banalità ma allora era considerata un'idea illuminante. Si riprendevano trafiletti dalle polverose collezioni del giornale degli anni ‘10, fatti di cronaca e di costume: il delitto per gelosia, la sfida a duello, la pubblicità delle tinture per capelli o delle macchine per cucire, le cronache politiche, sicuramente meno tristi e arruffate di quelle di oggi. Era direttore del giornale Gabriele Armandi, uomo di profonda cultura umanistica, lavoratore instancabile. Armandi si occupava di tutto e svolgeva materialmente gran parte del lavoro organizzativo, esaminando personalmente i chilometrici dispacci Ansa che le tre telescriventi vomitavano in continuazione. Quando dovette assentarsi per un lungo periodo volle lasciare in mano a me il lavoro che lui svolgeva, ivi compresa la redazione della prima pagina del giornale. Fu una grande esperienza, anche se nell'ambito di un piccolo giornale di provincia.
Il giornale si faceva in un vecchissimo stabile, ora demolito, in via Menicucci. La rotativa era al piano terra, la redazione e la tipografia, con sei pesanti linotypes, al primo piano, poco più che un giornale fatto in casa. Pochi, all'epoca, i redattori che si spostavano in macchina. Un collega ascolano si muoveva in sella ad una vecchia bicicletta sul manubrio della quale aveva applicato una targhetta con la pomposa scritta “Stampa” e con quella entrava direttamente in questura o in ospedale! La "provincia" la scoprivi anche in una certa socialità di timbro felliniano. Scherzi, a volte anche crudeli, nel dopo-giornale, alle 4 del mattino, col telefono o con i caratteri di stampa. Una notte un collega buontempone fece stampare in tipografia la scritta a caratteri cubitali “Vietato parcheggio autobus di linea” e tappezzò con cartelli la via Menicucci, sotto il giornale, che era appunto... riservata al parcheggio degli autobus. Sconcerto e confusione tra gli autisti!
Un'altra notte – ma questo non era uno scherzo – il giornale “tirò” un numero spropositato di copie perché il rotativista (un simpatico personaggio alto-atesino) si era addormentato sulle bobine di carta dopo un'abbondante bevuta di birra. La macchina aveva continuato a girare senza freni e le copie in eccedenza dovettero essere regalate ai... pescivendoli. Oggi diremmo che quelli erano i “favolosi” anni ‘60 e questi sono solo lembi di memoria di quel periodo ricchissimo di importanti avvenimenti, dal Papa Buono nelle Marche, all'uccisione dei Kennedy, alla conquista della Luna. Giorni, e soprattutto notti, memorabili. Sono ricordi che meriterebbero, forse, un libro. Un collega lo ha già scritto e pubblicato: il titolo è “C'era una volta Ancona...”, storie del Novecento, di Attilio Pancioni.

Pino Mariani


 
 
 
 
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