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Marchionne e i sacrifici umani

Sergio Marchionne, il massimo impiegato della Fiat, ha sentenziato al pari di un oracolo antico, quasi fosse la profetica Pizia seduta a Delfi, sul fatidico “ombelico del mondo”, o la terrificante Sibilla cumana. Questo profeta del dio Sviluppo Industriale (peraltro senza progresso), ha preconizzato che se non vogliamo rifiutare il cambiamento, rifiuto che significherebbe dire di no al futuro, i lavoratori devono accettare nuove regole sulla flessibilità negli orari, sul ricorso allo sciopero, sulla struttura dei contratti e dei salari. Ogni cambiamento, del resto, pretende sacrifici. Ma quali sacrifici e il sacrificio di chi? Degli operai naturalmente, e senza esclusione dei sacrifici umani. Il progresso che propone l’impiegato supremo al servizio degli interessi dei più grandi borghesi d’Italia, richiede vittime. D’altra parte, quale mutamento epocale non le esige? Nelle Baccanti di Euripide, Dioniso vuole imporre ai Tebani i suoi culti. Penteo, il re della città, siccome cerca di opporsi a questa religione che promette gioia e piacere a giovani e vecchi, a ricchi e poveri, viene prima reso ridicolo e umiliato, quindi fatto a pezzi dalle mani di sua madre e delle sue zie, menadi rese furenti dalla volontà dispotica e feroce della nuova divinità.

Le magnifiche sorti e progressive hanno causato scempi e creato dolore. La processione dionisiaca comprende il corteo diretto all’altare, o alla fonte più luminosa del vetro, con l’animale, il toro, maxima victima, o il capretto, che deve insanguinare i gradini dell’ara o tingere di rosso sangue le gelide correnti. Ma in certi casi, come quello raccontato da Euripide, la massima vittima è umana. Ora, di fatto, il sangue richiesto dall’amministratore delegato, e da altri della sua specie di superpagati dalla razza padrona, è quello cavato dalle vene degli operai e di quanti sono già ora malpagati e vivono al limite della miseria. Il culto empio e disumano in questo caso è quella idolatra del profitto. Pasolini in Il caos, scriveva “Il borghese – diciamolo spiritosamente – è un vampiro, che non sta in pace finché non morde sul collo la sua vittima per il puro, semplice e naturale gusto di vederla diventare pallida, triste, brutta, devitalizzata, contorta, corrotta, inquieta, piena di senso di colpa, calcolatrice, aggressiva, terroristica, come lui”. Molti purtroppo, anche proletari e sottoproletari, la pensano come Marchionne. Quando il povero prende a modello il ricco, non c’è più speranza di cambiamento in meglio. Zafòn ha scritto: "Il sistema migliore per rendere inoffensivi i poveri è insegnare loro a imitare i ricchi" (L’ombra del vento). Che in questa congiuntura i sacrifici siano necessari è indubitabile. Ma dovrebbero farli, in primis, coloro che hanno di più, quanti non hanno dovuto mai farne prima. Le disuguaglianze retributive tra le persone adesso sono tali non solo da includere un punto di partenza enormemente svantaggiato per il figlio dell’operaio rispetto a quello del manager, ma finanche da escludere la libertà del poveraccio. La remunerazione di Marchionne supera di 435 volte il salario medio di un operaio. Leopardi nello Zibaldone notava, a proposito delle caste indiane, che senza l’uguaglianza non c’è vera libertà. Sergio Marchionne sostiene che la lotta di classe è finita in quanto non ci sono più le classi. Infatti ci sono le caste, due caste principali, una delle quali, molto più piccola numericamente, sta escludendo l’altra, assai più grande, dai benefici essenziali di una società bene ordinata, che sono principalmente: salute, cultura, libertà di scegliere ed esprimere i propri pensieri, di vivere la vita propria cercando di realizzare i propri bisogni e i propri sogni, non quelli degli amministratori delegati da chicchessia. Nessuno vuole vivere la propria vita per delega, la delega concessa da uno delegato a opprimere la povera gente. Naturalmente non mancano altre interpretazioni della religione di Dioniso, come si è visto al convegno ciellino di Rimini dove Cesare Geronzi ha detto, tra gli applausi devoti dei furfanti bigotti: “siamo tutti chiamati a una fase di impegno di costruzione del futuro”. Un futuro dove la povera gente, ossia la gente povera, prenda, conti, possa sempre di meno, e viva sempre peggio.

Giovanni Ghiselli


 
 
 
 
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