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Visti da vicino: Mario Capanna


Il profeta del ‘68

Eravamo verso la fine del 1998 quando ricevetti una telefonata da un giovane di Tavernelle che aveva bisogno di parlarmi. Concordammo un appuntamento con la sollecitudine dovuta a chi si presentava come rappresentante di una intera comunità giovanile che intendeva riflettere insieme sul periodo storico che sbrigativamente viene chiamato “il ‘68”. A casa mia si presentarono in due, pieni di entusiasmo giovanile ed ansiosi di conoscere per capire. Non riuscii mai a sapere chi li aveva indirizzati a me: che, a parte un entusiasmo iniziale per l’aspetto morale della contestazione, avevo condiviso poco di quella esperienza. Ma li ascoltai con una certa sorpresa mentre mi proponevano di presentare l’ultimo libro di Mario Capanna: “Lettera a mio figlio sul ‘68”, in presenza dell’autore. Non lo avevo ancora letto e di Capanna sapevo quello che la stampa “borghese”, come la si definiva allora, su di lui aveva scritto. Giudizi negativi ma così univoci che avevano ottenuto in me l’effetto di far nascere qualche dubbio.
Cercai di prendere tempo dicendo che avevo bisogno di leggere il libro. “Glielo abbiamo portato”, fu la risposta, e da una cartella uscì pronta una copia. Ero ormai incastrato, non restava che concordare la data ma anche quella era stata già decisa ed era molto vicina. Mi accinsi alla lettura. Mi intrigò molto la dedica: “A tutti coloro che non si rassegnano allo stato presente del mondo”. Lessi il resto di un fiato e fu così che la semplice, a tratti rude, sincerità di matrice umbra di Mario (così volle che lo chiamassi quando lo incontrai a cena) mi costrinse a cambiare giudizio su quella esperienza, un giudizio molto diverso da quello che avevo maturato fino a quel momento. Non ero caduto da cavallo, avevo più semplicemente battuto la testa su un libro. Non fui il solo e mi consolai ancor di più quando appresi che in poco tempo l’opera era arrivata alla dodicesima edizione, pubblicata per giunta da un editore vero – non di parte – come Rizzoli. Ma non voglio parlare del libro, che ha fatto il suo cammino, ma di Mario. La presentazione nella sala parrocchiale fu un successo. Sembravamo due vecchi amici che si ritrovavano dopo tanti anni. Ancora oggi c’è qualcuno che mi ricorda con una certa dose di complicità che una volta presentai un libro di Mario Capanna, ed altri che me lo rimproverano: a riprova di quanto sia difficile ragionare serenamente in questo nostro Paese eternamente diviso. Eppure Capanna avrebbe potuto essere la sintesi ma così non è stato. Un’altra occasione perduta. Studente brillante all’Università Cattolica di Milano, ne viene espulso poco prima della laurea per intolleranza nei confronti del suo impegno. Passa alla Statale dove otterrà la laurea in Filosofia ma dove soprattutto diventerà il leader indiscusso del Movimento studentesco. Per questo subirà attacchi feroci sulla stampa “dei padroni” e vere e proprie aggressioni fisiche. Diventerà poi nel 1979 deputato europeo e nel 1983 deputato nazionale. Fino al 1987 fu Segretario nazionale di Democrazia Proletaria e successivamente nel 1989 co-fondatore dei “Verdi Arcobaleno”.
Un giorno lo reincontrai inaspettatamente a Viareggio dove partecipavo ad un convegno su “Carnevale tra mito e rito” e lui presente tra il pubblico. Ricordava perfettamente l’incontro di Tavernelle e fu cortesissimo, addirittura amabile. Si complimentò per la mia relazione e mi parlò del suo nuovo libro: “L’Italia viva”, sempre edito da Rizzoli. Immaginate quale fu la mia sorpresa il giorno dopo, durante la grande sfilata carnevalesca, vederlo sorridente ed applauditissimo alla guida del trattore che trainava un enorme carro allegorico. Avrei voluto che i suoi detrattori lo vedessero allora. Chi ama il Carnevale, come lui dimostrava di amare, non può essere cattivo. Mi unii entusiasticamente all’applauso.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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