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Ottobre 2000 / Lettere e Arti
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  *

Monti, Mare e l'arbitro Campagna

Non si tratta di un dissidio orografico o di uno scherzo; ma di qualcosa di ben più importante per ragazzi che, allora, avevano quattordici, quindici, sedici anni. A Pesaro il fronte era appena passato e, terminato lo sfollamento, finalmente si ritrovavano con gli amici che avevano lasciato nell'incombenza del pericolo. Cosa poteva esserci di più aggregante di un pallone da calcio?

Quello giallo, di cuoio, lucido, tutto a spicchi, aveva subito l'ora di adorazione di tutti i compagni, mentr'era esposto in Via Branca nella vetrina di Piovaticci. Un costo proibitivo... impossibile. E poi occorreva anche la valvola per poterlo gonfiare con la pompa della bicicletta, l'ago e il refe per le eventuali riparazioni. E la pece per rinforzare le cuciture e farlo durare di più. Occorse ben più del mese di accumulo delle uova che bastarono per l'acquisto delle scarpe del Valentino pascoliano, per racimolare, a forza di spiccioli, la cifra necessaria.

Vi contribuii anch'io, benché col gioco del pallone non avessi davvero alcuna dimestichezza, e restavo seduto a guardare mentre gli altri giocavano. Quel pallone scorrazzava su e giù, a pedate, lungo la Via Vincenzo Monti. In virtù del mio contributo economico, quando attorno al pallone si compose la squadra della "Monti", io fui nominato, visto che proprio non ne capivo nulla di calcio, "allenatore". E così venivo presentato quando la squadra andava in trasferta. Come nel caso dell'incontro con la squadra "Mare" che si giocò nel campo dei postelegrafonici in fondo a Viale Trieste. E, per completare il titolo, su quell'incontro cascò, come il cacio sui maccheroni, l'arbitro Sebastiano (Nuzzo) Campagna. Che abitava verso il mare ma godeva di ottima fama di onestà e correttezza. Mi sembra di ricordare: in porta c'era Aurelio (Nerone) Pagliai, biondino, con viso da cherubino, che si era guadagnato quel soprannome per via d'un calamaio d'inchiostro lanciato contro una maestra alle elementari. Uno dei terzini era Giancarlo (Caio) Basili, e poi lo stuolo degli attaccanti: Giuliano Basili, fratello di Caio e altri due fratelli Carlo e Lino Bettini, e poi Gastone (Gacio) Mezzottoni, Alberto (Bibi) Battisti, Italo Mencoboni, Cesarino Vampa, Giorgio (Lungo, a causa dell'altezza), Giannoni, Vincenzo (Cenzino) Vecchioni, Carlo Pensalfini (che però preferiva il pugilato e una volta era salito su un ring di fronte al pubblico). Sono undici? Non lo so e non mi va di contarli. Perché temo che, ogni volta che li ricordo, ne manchi qualcuno. Il numero esatto non ha però molta importanza. Può darsi anche che qualcuno (la memoria ad una certa età comincia a far difetto) sia arrivato dopo: ma quel che è certo è che tutti militarono, prima o poi, nella "Monti" (Vincenzo).

Alla fine della partita, non ricordo con quale risultato, fu organizzata una cena che, per un equivoco, venne ricordata da tutti noi come una cena "patriottica" per antonomasia. Cesarino Forlani, che faceva il pasticciere con gli americani, rimediò farina e uova; non so quale madre stirò le tagliatelle; Carlo Pensalfini, il cui padre aveva l'osteria in Via Venturini, procurò il vino. Avevamo bevuto un po' troppo, evidentemente, perché quando davanti al garage di Via Guidi dove si svolgeva la cena, passò la bella Italia, che era l'adocchiata donna di servizio di un signore che abitava nei pressi, sorse l'equivoco. Qualcuno gridò "Italia Italia" per richiamarne l'attenzione, e qualcun altro, forse distratto, cominciò a inneggiare al nostro Paese.

In Via Monti si giocava in pace. A quel tempo non passavano automobili. L'unica che c'era in quella zona della città prima della guerra, era quella del dottor Palmerio (una Lancia Ardea, mi pare) che col passaggio del fronte era sparita. Il tum tum del pallone contro i muri sollevava qualche lamentela, e a volte sollecitava il lancio di "deposito" di pitali. Ma gli allenamenti continuavano. Erano anni in cui cominciava a sentirsi qualche richiamo sessuale e nasceva qualche amoruzzo. Un fotogramma col seno nudo di Clara Calamai tagliato dalla pellicola della Cena delle beffe, portato da Carlo Rossi, che abitava in Via Monti, ma non giocava perché era operatore in un cinema, credo sia stato consumato dai nostri sguardi. Molto, molto meglio la Calamai della Ferilli, della Merz, della Marcuzzi. E, soprattutto, più apprezzata perché assai rara.

Poi lentamente la squadra si sciolse. Era cominciata la diaspora che è continuata per anni. Il primo fu Bibi che andò in Argentina e poi Italo in Brasile, Cesare in Svizzera, il Lungo in Francia, Giuliano in Africa. E poi in Italia, Gacio a Milano, Cenzino in un paese dell'Appennino pesarese, Lino in un paese dei dintorni. Adesso molti non ci sono più. E coi pochi rimasti (Nerone, Carlo Pensalfini, Carlo Bettini) ci si incontra raramente e ci si saluta di sfuggita. Forse per evitare di ricordare e immalinconirsi. Perché i ricordi a volte fanno male al cuore. Quando quest'estate dopo più di cinquant'anni ho rivisto Bibi che veniva dall'Argentina, quasi non lo riconoscevo e ho provato un tuffo al cuore.

Valentino Rocchi


 
 
 
 
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