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  *

11 Settembre 1860 finisce il governo pontificio

Perché il corso principale della città di Pesaro è denominato "Corso XI Settembre"? La risposta a questa domanda è contenuta nella lapide allocata sotto l'arco di Porta Rimini, che recita:

Sia memorando
ai più tardi nepoti
l'undecimo di settembre 1860
che vide da qui dispersi
i mercenari della teocrazia
avanti alle armi liberatrici
del nascente italico regno
a cui
con voto concorde
il IV e V di novembre
ci volemmo congiunti
nella unità imperitura della Patria

Infatti quella data ricorda l'entrata in Pesaro dell'esercito piemontese comandato dal generale Enrico Cialdini, impegnato nella liberazione delle Marche dal dominio dello Stato Pontificio.

All'angolo tra Via Canale e Via Porta Rimini un'altra lapide, collocata sotto dodici palle di ferro che allora venivano lanciate dai cannoni, dice:

Queste palle di ferro
schiudendo a libertà e civiltà
l'11 settembre 1860
le porte di Pesaro
ricordarono al Pontefice
che l'Italia
gli avrebbe ritolta Roma

Nel proclama alle truppe piemontesi il generale Cialdini, comandante il 4° Corpo d'Armata, scrisse: "Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari e per mano vostra sentano l'ira di un popolo che vuole la sua nazione, la sua indipendenza".

Di fronte all'avanzata delle truppe del generale Cialdini i soldati dell'esercito pontificio (denominati dai pesaresi i "barbacani"), unitamente al Delegato apostolico monsignor Tancredi Bellà, si rinchiusero nella Rocca Costanza, portandosi dietro anche numerosi cittadini. L'assedio alla Rocca, a seguito di un intenso fuoco di artiglieria delle batterie piemontesi, si concluse con la resa dei soldati e dello stesso Delegato pontificio. Nella città liberata la marmorea testa di Papa Urbano VIII (chiamata dai pesaresi "el teston del pépa) venne abbattuta, e solo nel 1976, rinvenuta nei magazzini comunali, sistemata in fondo al cortile del Museo Oliveriano di Via Mazza.

In data 12 settembre 1860 il commissario regio Luigi Tanari, in nome del Re d'Italia Vittorio Emanuele II decretava: "La passata rappresentanza municipale è sciolta. E' costituita una Commissione municipale provvisoria, per soddisfare a tutti gli interessi comunali. La Commissione è composta dai seguenti cittadini: Domenico Guerrini, Conte Giacomo Mattei, Dottore Giovanni Mangaroni. La Commissione entrerà subito in ufficio".

Il plebiscito del 4 e 5 novembre 1860 per l'annessione delle Marche al Regno Sabaudo registrò, su 135.019 votanti, 133.783 sì, 1.212 no e 260 voti nulli. Il diritto di voto riguardava tutti i maschi di almeno 21 anni; di questi espressero il voto il 63,7 per cento. La propaganda astensionistica dei preti fu notevole (soprattutto nei confronti dei contadini) e l'analfabetismo che superava l'80 per cento, influirono sull'astensione al voto. Votarono anche alcuni preti che furono subito sospesi a divinis.

I provvedimenti più rilevanti per le Marche, entrate a far parte del Regno d'Italia, furono del Commissario Generale straordinario per le province marchigiane Lorenzo Valerio che operò dal settembre 1860 al gennaio 1861. La regione Marche venne divisa in quattro province, sopprimendo due delle precedenti delegazioni pontificie (Camerino e Fermo) e attribuendo Gubbio all'Umbria. All'epoca della fine del potere temporale della Chiesa, che aveva visto mille anni di storia, era papa il senigalliese Giovanni Maria Mastai Ferretti, Pio IX, che tre anni prima, nel 1857, aveva benedetto la città di Pesaro da un balcone del Palazzo Ducale.

Giuseppe Righetti


 
 
 
 
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