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Ottobre 2002 / Lettere e Arti
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  *

Fellini collegiale a Fano?


* * *

Di tanto in tanto, come gli Ufo, torna di attualità la vecchia questione circa la frequenza del collegio dei Padri Carissimi di Fano da parte di Fellini. Su questo argomento abbiamo ricevuto un articolo di Antonio Glauco Casanova, che pubblichiamo insieme al commento di Gianfranco Angelucci, regista cinematografico, sceneggiatore e collaboratore di Fellini per oltre vent'anni.

* * *

E' stato allievo dei "Carissimi"?


Fellini a Fano

Nella biografia di Federico Fellini c'è un punto rimasto per molto tempo controverso e diventato per i fanesi un vero tormentone. Il Fellini-ragazzo è stato o non è stato collegiale a Fano presso i "Fratelli delle scuole cristiane", comunemente detti "Carissimi"? Se un Fellini c'è stato, si tratta di lui o di suo fratello? E poi: collegiale vero e proprio o partecipante a corsi estivi per studenti? Nel film Otto e mezzo c'è una sequenza famosa costituita da ragazze danzanti in tonaca nera e con tanto di "facciole" sul petto divise in due bande. Indizio, se non prova, di una conoscenza diretta dell'ambiente dei "Carissimi"?


Veniamo ora al punto che dà ragione del ritorno di attualità del tormentone fanese. L'estate appena trascorsa ha fornito una prova definitiva di una esperienza toccata al ragazzo Fellini nel collegio di Fano. Sull'Unità del 15 luglio il giornalista Andrea Guermandi riferisce di un film-intervista, restato inedito fino al gennaio di quest'anno 2002, allorché fu proiettato a cura della "Fondazione Fellini" di Rimini nel cinema Fulgor in occasione dell'82° anniversario della nascita del grande regista. Il racconto felliniano in questo film-intervista, curato da André Delvaux, è molto circostanziato, direi fin troppo, nel senso che alcuni particolari riguardanti specialmente l'esperienza collegiale Fellini li rivive a mezzo fra realtà e fantasia, come gli accadeva spesso. L'illustre intervistato, per esempio, parla di quattro o cinque anni di sua vita collegiale; sembrano un po' troppi. Nel racconto non manca una fuga dal collegio che sa un po' di stereotipo. Anzi le fughe sarebbero state due. La più breve, durata una sola giornata, avrebbe portato il piccolo evaso all'interno di un circo equestre; e di lì l'intervistato fa nascere la sua fascinosa passione per il mondo del circo con i suoi clown, cavallerizzi, nani, acrobati e giocolieri vari. Ma qui, se fantasia c'è, possiamo riconoscere che essa è molto vicina al vero e al vissuto personale del grande regista, perché in realtà a quel tempo i circhi equestri di passaggio a Fano si accampavano nel piazzale antistante la Rocca Malatestiana, luogo vicinissimo alla sede del collegio dei "Carissimi".


In tale testimonianza autobiografica, la lontananza temporale e la fantasia personale dell'io narrante giocano – come già si è accennato – brutti scherzi. Non è vero, ad esempio, che in quel collegio si praticassero punizioni come le preghiere da recitare per un'ora inginocchiati "su grossi chicchi di granturco". Forse si trattava di punizioni più minacciate che inflitte veramente. Comunque, non è certamente fantasia l'insistito riferimento che nel film-intervista riceve l'esperienza della vita collegiale rievocata in modo così preciso.


Conclusione: la presenza del ragazzo Fellini nel collegio di Fano non può più essere messa in dubbio. Chi scrive, del resto, ne ha avuto una prova durante un colloquio avuto con il grande regista e di cui ha riportato qualche particolare in un suo recente libretto di ricordi dei personaggi incontrati o frequentati.

Antonio Glauco Casanova


Il gusto beffardo dell'illusionista

"Mi ha rubato tutto, anche la vita", si lamentava stizzosamente Flaiano quando ormai il rapporto con Fellini si era guastato da anni. Alludeva al saccheggiamento del proprio "vissuto", di cui faceva parte – a suo giudizio – anche l'episodio del collegio. Infatti l'esperienza infantile da convittore era stata la sua. Il coinvolgimento personale riusciva a far velo persino alla sua mente di scrittore raffinatissimo, impedendogli di considerare come nel campo dell'arte la paternità è sempre e soltanto di chi compie il prodigio della nascita dell'opera, di chi porta ad espressione l'inespresso. E che l'attribuzione dei singoli episodi di una sceneggiatura è spesso esercizio sterile, ancorché filologico.

A proposito però dei Padri Carissimi, la querelle sul presunto passaggio del piccolo Federico a Fano, non si è mai sopita, riemergendo a stagioni alterne, fin dai tempi di Otto e ½. Non è servita neppure la perentoria smentita della madre Ida Barbiani, raccolta da Sergio Zavoli nel 1963 nel lungo servizio dedicato appunto a Il Regista di Otto e ½ . A dimostrazione di quanto la voce dell'arte sia sempre più potente persino di quella - un po' flebile - di una madre. Del resto il primo a non avvalorare la versione familiare, ma soltanto quella cinematografica, era proprio Federico, persuaso che l'unico vero realista è il visionario: cioè che una verità inventata, proprio perché inventata, è di fatto più gravida di simboli, e quindi decisamente superiore ad ogni altra.


Nel caso di Fano e dei Padri Carissimi, la finzione era stata ben apparecchiata (con l'aiuto del costumista Piero Gherardi), se qualcuno arriva a riconoscere nei minimi dettagli l'uniforme dei collegiali. Il piccolo Federico indossa infatti mantellina nera e cappelluccio rigido con visiera quando insieme ai suoi compagni fugge in spiaggia dalla Saraghina, un drago affascinante che per pochi spiccioli volteggia sulle torbide note della rumba fino ad alzare la lacera veste sul sesso. E' abbigliato nello stesso modo quando, consumato il delitto, verrà rimproverato davanti alla madre in lacrime, per "aver fatto piangere San Luigi". E il costume, più o meno identico, si ripropone nella sequenza del film Roma (1972), durante la proiezione domenicale delle immagini edificanti di basiliche e crocifissi, fra le quali si mescola all'improvviso, contro la parete bianca, la visione di una poderosa prostituta nuda, a cavallo su una sedia, di spalle e a gambe larghe (una delle poche fotografie di scena che mi è rimasta e di cui posso far dono ai lettori dello Specchio). Davanti a tanta messe di prove, è difficile per chiunque dubitare, soprattutto se motivato da affettuose rivendicazioni campanilistiche. Qualcuno, fra i meno tetragoni, si è spinto a immaginare che Federico possa essersi appropriato dei ricordi del fratello minore, Riccardo. Sempre una bugia, ma almeno in famiglia.


Quanto a Federico, il suo atteggiamento preferito era quello semmai di ingarbugliare la matassa, fedele fino all'ultimo alla sua mitobiografia, l'unica per lui accettabile. Non soltanto per il gusto beffardo dell'illusionista, ma per l'atteggiamento suo tipico che è stato definito "la sindrome del criminale": sviare sempre ogni traccia, disperdere ogni prova. E' nota la voluttà con cui Fellini distruggeva immediatamente e sistematicamente tutta la corrispondenza, e persino i propri disegni, tracciati compulsivamente su ogni superficie utile, dal foglio extra-strong al tovagliolo di ristorante.


Per quello che mi riguarda, le poche volte che mi accadeva di scivolare nel trabocchetto e indagare la verità fattuale, come si dice, cioè di rivolgergli una domanda di spirito notarile, il suo sguardo era sempre lo stesso, di divertimento e delusione insieme, come dire: ma proprio tu me lo chiedi? Pretendendo che io, al pari di lui, dopo tanti anni di complicità, sapessi ormai distinguere sotto quale bicchiere fosse nascosta la carta giusta. Aveva ragione, perché nel lungo gioco a rimpiattino grazie al quale ero divenuto prima suo ghost-writer e poi suo sceneggiatore, il confine delle luci e delle ombre, che ho cercato di raccontare nel mio romanzo Federico F. era ormai diventato la mia più precisa collocazione.


A conclusione dell'argomento posso soltanto anticipare ciò che apparirà nella recente biografia aggiornata di Tullio Kezich, in uscita da Feltrinelli: "Quella che non trova riscontro nella realtà dei registri scolastici è la conclamata frequentazione di due anni delle classi elementari, terza e quarta, come convittore interno presso il collegio ecclesiastico dei Padri Carissimi a Fano. Alla luce di riscontri obiettivi, è certo che Fellini in questo collegio non ci mise piede. Ci manderanno Riccardo, e forse Federico visse la durezza della disciplina e i traumi per procura, nei racconti del fratellino".


Sembrerebbe quasi d'obbligo, a questo punto, avanzare una proposta: che ne direste di un monumento del piccolo Federico in divisa da collegiale da esporre nel refettorio dei Padri Carissimi? Altro che Pinocchio!


Gianfranco Angelucci


 
 
 
 
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