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Ottobre 2002 / Lettere e Arti
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La gabella del Papa

Cronache dal passato

Una notizia dell'ottobre 1669 informa che il porto di Pesaro, "formato dall'Arte con palificate e terrapienato di sassi", si trova da qualche anno, per le frequenti piene del Foglia, molto malandato "et aperto in più punti". Il luogotenente della città teme, inoltre, che nuove acque impetuose potrebbero distruggerlo completamente. Un'eventualità che avrebbe privato la città del suo maggior utile: i dazi portuali. Innanzitutto di quelli che si ricavavano dalla pesca, ma anche di quelli che gravano sulle mercanzie che giungono "dall'Impero, Venezia, Schiavonia ed altre parti del mondo". Pesaro è anche scalo delle merci provenienti dal suo entroterra, dalle città umbre e dai confini della Toscana, oltre che da "Roma istessa, di dove capitano condotte de muli, che proseguiscono il viaggio per mare caricando esse merci in questo porto". Mercanzie arrivano anche da Livorno, dirette a Venezia, le quali "s'inviano qua per schiena di muli per abbreviare il lungo giro di mare".

Dunque si deve correre ai ripari. Questa è la "mente" anche del Papa (Clemente IX) che nel 1667 ha instaurato per l'accomodamento del porto – in aggiunta al ritratto della gabella di un grosso per collo per le merci che giungono via terra o via mare al porto e di uno scudo ogni cento per quelle, forestiere, destinate alla città, in essere dal 1643 - un dazio triennale di "due quattrini per libra de bocci che si vendono in questa città e suo territorio" a carico dei compratori che nel 1667-68, ha fruttato circa 330 scudi romani. Detto peso straordinario, che integra le più cospicue entrate della gabella sulle merci, viene rinnovato da tutti i papi succedutisi a Clemente IX fino al 1690-92. Ora, nel 1693, entrambi i tributi sono oltremodo necessari perché il restauro ultimamente fatto "per le escrescenze dell'acque del fiume ha sofferto qualche notabile detrimento, ma anche perché si dall'uno come dall'altro lato del porto l'alveo del fiume si ritrova senza riparo" per non esserci più pali a sufficienza per contenere il flusso delle acque. Il magistrato pesarese così implora il Papa di prorogare il dazio sui bachi da seta almeno per dieci anni e la gabella del 1643 per altri trenta, onde poter mantenere in efficienza il porto ed evitare in questo modo la rovina economica della città.

Il porto è disastrato ed in pericolo di completa rovina. Ma ciò che si teme maggiormente è il degrado del grosso muro fabbricato nel 1614 per contenere le acque del Foglia deviate dal vecchio corso per farle scorrere nell'alveo artificiale del nuovo porto. Muro che, "fieramente battuto dal fiume", potrebbe diroccare e permettere alle acque di invadere tutto il rione del porto, con evidenti, gravissimi danni alle cose e alle persone, oltre a un possibile sensibile abbassamento delle acque del porto canale che avrebbe reso insensibile gran parte della flottiglia peschereccia e impedito alle barche da carico di accedervi.

Il rinnovo delle concessioni papali dei dazi pare non essere mancato se, nel 1695, l'entrata annua destinata al mantenimento del porto è di scudi 500 ducali. Una somma del tutto irrilevante per riparare i danni ingenti che avrebbe provocato l'impetuosità della piena dell'agosto dello stesso anno che, addirittura, avendo divelto un largo tratto di palificata, aveva aperto "con nuova bocca l'adito al mare".

Ciononostante nuovi importanti lavori, resi possibili con l'impiego di una grossa somma presa a censo, avrebbero consentito al porto di riacquistare la sua funzionalità. Questo accadeva nel 1669, ma il fiume era in agguato e meno di un anno dopo avrebbe distrutto con l'impeto delle sue acque in piena tutto quanto era stato ripristinato.

Marco Battistelli


 
 
 
 
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