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Personaggi allo Specchio:
Giordano Diambrini Palazzi

Ottobre 2002

IL RAGAZZO CHE GUARDAVA
LE STELLE

Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanto si sogni la tua filosofia.(William Shakespeare, Amleto)

C'era un giornalista, tanti anni fa, che intitolò un suo articolo divulgativo: "Brevi cenni sull'universo". Forse era parente di quell'altro che, al ritorno da un viaggio di tre giorni a New York, pubblicò il libretto: "L'anima dell'America". Penso con raccapriccio a questi precedenti giornalistici mentre inizio il colloquio col grande fisico e gli chiedo di spiegarmi per sommi capi l'origine del mondo secondo la scienza. "Vede", mi risponde pazientemente il professore, "per spiegare ai miei studenti cosa è successo nei primi tre minuti di vita dell'Universo, mi ci vogliono dieci ore di lezione…". Poi, con questa confortante premessa, comincia il suo racconto, che sembra l'incipit di una Bibbia laica. In principio c'era il Nulla, caratterizzato da uno spazio/tempo vuoto. Tuttavia, secondo la Fisica, "tutti i fenomeni possibili finiscono per accadere, ad eccezione di quelli proibiti. La transizione dal possibile al reale avviene tutte le volte che non vi siano regole che proibiscono queste transizioni". Non è dunque logicamente impossibile che da questo ‘falso vuoto' possa sorgere un Universo come il nostro, visto che la Fisica definisce il vuoto come un mare di masse con energie negative occupate da particelle. Per favore non chiedete altro a questo povero cronista che ha cercato di arrampicarsi su uno specchio di formule incomprensibili. Prendiamo per buono il fatto che, 15 miliardi di anni fa, una piccola bolla primordiale di plasma ha rotto l'equilibrio termo-dinamico ed è esplosa col famoso Big-Bang, dando origine, dopo un milione di anni di raffreddamento, alla materia dell'Universo come noi lo conosciamo: ammassi di galassie, stelle e sistemi planetari, nati da un meccanismo di aggregazione gravitazionale dei vari frammenti. Su uno di questi pianeti, 10 miliardi di anni dopo, si è sviluppata la prima forma vivente unicellulare, dotata di un Dna. E, dopo altri 4 miliardi di anni di evoluzione, quella cellula è diventata un uomo: chiamato giustamente Homo Sapiens-Sapiens, perché è capace di ricostruire nella sua mente il processo evolutivo che lo ha generato e persino di modificarlo. L'Universo dunque pensa e modifica se stesso attraverso il cervello dell'uomo che è nato dalle sue viscere. Questo concetto dell'Universo pensante potrebbe anche essere un altro modo di definire Dio: ma non chiedetene conferma ai fisici, perché il ‘fenomeno Dio' non è misurabile con i loro strumenti. Del resto la scienza ("selezione sperimentale delle idee mutanti", secondo una raffinata definizione del mio interlocutore) è l'unica disciplina umana in grado di offrire delle certezze: certezze limitate, ma comunque certezze e non ipotesi più o meno suggestive e fantasiose.

Da Fano a Ithaca. Giordano-Varo Diambrini Palazzi mi riceve nel suo sobrio appartamento romano, pieno di quadri e di memorie familiari. Aleggia sulle pareti (e nelle sue parole) lo struggente ricordo della moglie Elena Pompilj che aveva conosciuto da bambina sulla spiaggia: figlia di un artista e letterato di Spoleto e a sua volta scrittrice. Gli ha dato due figli (entrambi musicisti, che vivono all'estero) ed è scomparsa da dieci anni lasciandolo troppo solo, in mezzo a un mare di particelle da accelerare.

Il fisico proviene da una famiglia della grande borghesia fanese. Nell'Ottocento il nonno Romolo Diambrini era figlio dell'amministratore del conte Palazzi che, non avendo figli suoi, lo aveva adottato: trasferendogli il suo patrimonio e il doppio nome di Diambrini-Palazzi. Suo padre era un famoso avvocato con quattro lauree, che è stato anche sindaco di Fano negli anni '20. Sua madre era direttrice dell'asilo e pittrice: nell'appartamento romano sono custoditi alcuni suoi quadri, con le composizioni cromatiche di uccelli e di pesci nello spazio, che richiamano vagamente le atmosfere oniriche di Chagall.

Il piccolo Giordano ha cominciato ad interessarsi di astronomia attraverso i libri divulgativi di Flammarion: andando poi a controllare il cielo, le notti d'estate, nei giardini del Pincio. Era ancora un ragazzo quando si costruì da solo il primo cannocchiale, per guardare più lontano; e gli fu persino concesso di lavorare come volontario presso l'Osservatorio di Arcetri, dopo un colloquio col direttore che aveva accertato la sua non comune preparazione astronomica. La sua è una storia lineare di studente modello, nonostante le vicende della guerra e una precoce attività di diffusore di stampa clandestina durante la Resistenza (seguendo le orme degli amici Valerio Volpini e Aldo Deli) che gli è costata un breve periodo di detenzione nel carcere pesarese di Rocca Costanza e il concreto rischio di lasciarci la pelle. Lo hanno salvato due ufficiali austriaci, per sua fortuna dissidenti, che lo hanno riportato a casa brindando allegramente a "Mussolini e Hitler kaputt!".

Grazie alla sua notevole stazza atletica, ha sempre gareggiato nel nuoto a buon livello e ha partecipato fino a pochi anni fa alla Nutata longa (aperta a tutte le classi di età) che si svolge ogni anno in agosto nel mare di Fano. A Cartoceto aveva, ed ha ancora, la sua casa di campagna per le vacanze. Nella chiesetta adiacente, fa celebrare ogni anno, il 29 agosto, una messa nell'anniversario del suo matrimonio con Elena: un momento di raccoglimento e di comunione spirituale con i figli, i nipoti e i cugini fanesi.

Un anno fa è andato in pensione, a 75 anni, come professore ordinario di Fisica superiore all'Università La Sapienza di Roma, dopo una lunghissima carriera iniziata all'elettrosincrotrone di Frascati e proseguita come ordinario all'Università di Genova (dove ha avuto tra i suoi collaboratori di primo piano il fisico e politico pesarese Franco Grianti), ricercatore e docente alla Cornell University di Ithaca negli Stati Uniti, collaboratore del Cern di Ginevra accanto ai premi Nobel Carlo Rubbia e Sam Ting e poi direttore di esperimenti in collaborazione con gruppi universitari europei e russi. Continua comunque la sua attività di ricerca presso l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare; e proprio in questi giorni è di nuovo in partenza per gli USA, per partecipare a un convegno internazionale. Nella gerarchia della scienza si potrebbe definire un "beato", perché è stato anche lui in odore di premio Nobel per la scoperta di un nuovo metodo sperimentale per produrre raggi gamma (Brems-Strahlung) polarizzati di alte energie monocromatiche attraverso la collisione di fasci di elettroni con i nuclei atomici di un cristallo di diamante. Poi è andato in giro a spiegare il concetto ai responsabili di tutti i "sincrotroni" (acceleratori di particelle) sparsi nel mondo: dagli Stati Uniti alla Siberia. Per queste ricerche gli è stato assegnato il premio ‘Ettore Maiorana' della Società Italiana di Fisica.

L'infanzia dell'Universo. Esaurito il capitolo di questa bella biografia privata, cerco di ottenere dallo scienziato le risposte agli eterni quesiti dell'uomo circa il suo destino; una speranza per le nostre ansie di sopravvivenza individuale. Ma le cose si mettono subito male, perché il discorso comincia dai quark, che si pronunciano "quork" visto che li ha scoperti un americano; e pare che ne abbia ricavato il nome dalla contrazione di question-mark (cioè punto interrogativo), a proposito delle certezze della scienza. Sono comunque elementi infinitesimali che, combinandosi in modo diverso tra loro, danno origine a tutte le particelle esistenti. Li ritroviamo naturalmente anche nel nostro cervello, con la sua architettura composta di 100 miliardi di neuroni, collegati vorticosamente da centinaia di migliaia di connessioni reciproche. Come dicevamo all'inizio, ci sono voluti 15 miliardi di anni per arrivare a questo risultato: ma per Diambrini questo è ancora niente, anche perché noi utilizziamo meno del trenta per cento del nostro computer naturale. Con questo pezzetto di cervello riusciamo tuttavia a riprodurre nei laboratori (attraverso giganteschi anelli dove si accelerano le particelle, facendole viaggiare quasi alla velocità della luce) lo stesso tipo di materia che si è prodotta un millesimo di secondo dopo il Big-Bang. Noi siamo un minuscolo pulviscolo nello spazio, ma quello che dà valore alla nostra esistenza non è la dimensione fisica ma la capacità mentale di informazione che ci permette di studiare tutte le regole dell'Universo che ci ha creato. Un singolo individuo, rispetto alla mente collettiva, ha una funzione equivalente a quella di un neurone nella mente individuale: Einstein non avrebbe scoperto niente se non fosse stato preceduto da Galileo e da Newton. La nostra sopravvivenza, dunque, consiste nel far parte di questa auto-coscienza collettiva, che cresce attraverso il contributo di pensiero di tutti gli uomini. Ma siamo solo all'inizio della storia, perché 15 miliardi di anni sono un tempo molto piccolo nell'orologio del cosmo. Questo è ancora un Universo nella sua infanzia, che l'uomo (diventato quasi immortale con la riproduzione delle cellule staminali) moltiplicherà a dismisura, provocando una serie di altri Big-Bang in una specie di esplosione pirotecnica a catena.

Barcollo sotto questa grandinata di concetti che assume i colori di un terrificante film di fantascienza. Peraltro questa concezione della sopravvivenza come alimento del pensiero di altri uomini è già stata ipotizzata da altre discipline. Qualcosa di simile lo aveva detto anche Ugo Foscolo, che non era un fisico nucleare. Ma la cosa non doveva consolarlo molto, se poi ha anche scritto: "All'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto, è forse il sonno della morte men duro?".

La musica dei numeri. Mi sembra superfluo sottolineare che Diambrini non è un credente, a differenza di qualche suo illustre collega: forse, in termini filosofici, si potrebbe definire un panteista. Lui comunque si stupisce che un fisico possa essere religioso, nel senso tradizionale del termine, con la conseguente accettazione di una fede dogmatica; ma rispetta le religioni, se non altro per il conforto donato allo smarrimento dell'uomo di fronte all'idea della morte. Considera la scienza come una specie di sistema immunitario contro tutti i fanatismi: e, anche per questo, auspica la somministrazione di dosi massicce di cultura scientifica a tutti i Paesi in via di sviluppo.

Osservo con simpatia questo imponente signore alto un metro e ottantacinque, con i capelli bianchi e lisci, le lunghe mani da pianista e gli occhi che brillano di entusiasmo dietro le lenti quando profetizza lo straordinario destino dell'Uomo-Dio. Nell'abbigliamento sportivo del sabato mattina indossa anche la cravatta, ma il nodo non è completato e si appoggia sulla camicia come un piccolo foulard: perché – mi spiega – non ama sentirsi stringere la gola da un nodo scorsoio (quasi un'allegoria della libertà). Mi appare come un uomo mite e gentile, ma anche piuttosto deciso quando è il caso; come quella volta all'Università di Genova, in pieno '68, quando un gruppo di giovani contestatori invase l'aula e gli intimò di interrompere la lezione per lasciare spazio a una discussione politica. Lui si appellò al metodo democratico, chiedendo ai suoi studenti di esprimersi per alzata di mano: a grandissima maggioranza si decise di continuare.

Da ragazzo suonava la fisarmonica e poi, piuttosto bene, il violino. Forse sarebbe diventato un virtuoso (come i suoi figli), ma ha preferito dedicare il suo tempo alla fisica. Ancor oggi suona al pianoforte le Danze ungheresi di Brahms e le musiche folk del repertorio russo. Mi conferma che c'è un rapporto tra matematica e musica: contrappunti e armonie hanno una loro architettura che implica relazioni matematiche fra le note. Non a caso molti scienziati sono attratti dalla musica: anche Einstein suonava il violino mentre concepiva la teoria della ‘relatività' che ha cambiato la nostra conoscenza del mondo.

Per fortuna non abbiamo parlato dell'amore perché forse mi avrebbe spiegato anche quello con un paio di formule matematiche o chimiche. Ma non si vive solo di scienza. In uno dei suoi rari articoli comprensibili, racconta che tanti anni fa una cara ragazza (sua moglie) con cui parlava di poesia passeggiando sulla spiaggia di Fano, gli insegnò questo pensiero di Oscar Wilde: "Siamo tutti nel fango. Solo qualcuno tra noi guarda alle stelle".

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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