Con il prezzo del petrolio che si è impennato, mettendo in crisi le economie e i sistemi energetici mondiali, si torna a parlare di energie rinnovabili, cioè di quelle risorse naturali praticamente illimitate, come il sole o il vento, che possono essere convertite in energia elettrica e che, se sfruttate in maniera massiccia, potrebbero - almeno parzialmente - affrancarci dalla dipendenza dagli idrocarburi. A questa tematica è stata dedicata la Conferenza internazionale sulle energie rinnovabili che si è tenuta a giugno scorso a Bonn (l'ex capitale tedesca) e alla quale ha partecipato come inviato del Corriere della Sera il giornalista scientifico Franco Foresta Martin.
Le energie rinnovabili possono davvero compiere l'auspicato balzo in avanti e passare da risorse di nicchia a protagoniste dei sistemi energetici nazionali?
Alla Conferenza internazionale di Bonn sono emersi due fattori che lasciano sperare nel balzo in avanti delle rinnovabili: il primo di carattere politico, il secondo tecnico-scientifico. Sul fronte politico è stato formulato da parte europea l'obiettivo di raggiungere entro il 2020 una quota del 20% di “energie rinnovabili pure”, a fronte del modestissimo 2% di oggi. Spingendosi ancora più avanti nel tempo, si è auspicato di raggiungere il 50% di “rinnovabili pure” verso la metà del nostro secolo.
Che cosa si intende per “energie rinnovabili pure”?
Sono rinnovabili “pure” l'energia solare, l'energia eolica (cioè il vento) e la biomassa ecologica. Quest'ultima ricavata dalla combustione di piantagioni cresciute a scopo energetico in terreni marginali e ripianate subito dopo con nuove piantagioni in modo tale che l'anidride carbonica emessa dalle centrali a biomassa sia riassorbita dalle nuove piante in crescita. Dalle rinnovabili “pure” si esclude, invece, l'idroelettrico poiché comporta pesanti interventi sugli ecosistemi dovuti alla costruzione delle grandi dighe.
E' verosimile che sole, vento e biomasse possano fornire il 20% del fabbisogno energetico entro il 2020?
Bisogna avere ben chiaro il fatto che un'energia promettente come quella solare non si è sviluppata perché gli impianti finora realizzati sono caratterizzati da rendimenti bassi e da costi elevati rispetto a quelli alimentati da idrocarburi.
Ma con il progetto solare “Archimede” (ideato dal premio Nobel Carlo Rubbia e in corso di realizzazione a Priolo, in Sicilia) la situazione potrebbe cambiare?
Sì. “Archimede”, i cui lavori a Priolo sono iniziati proprio alla vigilia della Conferenza di Bonn, è uno dei progetti a cui sono affidate le speranze di portare sia i rendimenti dell'impianto sia i costi per kilowattora a livelli competitivi rispetto ai combustibili tradizionali. Qui giova ricordare che “Archimede” sarà una centrale solare a specchi che concentra la radiazione solare lungo un circuito di tubazioni in cui scorre una miscela di sali fusi. Il calore immagazzinato da questa miscela servirà per mettere in movimento una turbina a vapore e generare elettricità. Siamo dunque nell'ambito del cosiddetto “solare termodinamico ad alta temperatura”. Ma esistono altri metodi per sfruttare l'energia del Sole.
Si riferisce ai pannelli fotovoltaici, quelli che convertono direttamente la radiazione del sole in elettricità, senza passaggi intermedi?
Infatti. Anche su questo fronte a Bonn sono state presentate importanti novità. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Parma ha annunciato di avere completato la sperimentazione di una nuova generazione di pannelli solari, fatti da strati sovrapposti di un materiale semiconduttore, il telloruro di cadmio, depositati su normali lastre di vetro. Questi nuovi pannelli costerebbero l'80% in meno di quelli finora realizzati, a parità di rendimento. Questo gruppo, con il sostegno del ministero dell'Ambiente italiano, è ora pronto ad avviare la produzione industriale del ritrovato che potrebbe essere integrato nell'edilizia abitativa, sotto forma di “tetti solari” o di vetrate.
Insomma, le prospettive favorevoli ci sono, ma bisogna anche crederci e sostenerle.
Indubbiamente. Una delle lamentele presentate alla Conferenza di Bonn è stata la scarsezza degli investimenti finora destinati alle ricerche per energie rinnovabili: appena il 10% rispetto al totale degli investimenti per la ricerca in tutto il settore energetico. Come ci ha insegnato la storia della scienza e della tecnica, per ottenere dei salti di qualità nel settore applicativo, è necessario mobilitare risorse e intelligenze sotto forma di grandi progetti finalizzati. L'impegno di Rubbia e di tanti altri bravi ricercatori nel settore delle risorse energetiche illimitate e pulite rappresenta una svolta fondamentale, che lascia ben sperare per l'avvenire.
Rita Cesaretti Fusco