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Turati, Treves, Matteotti
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Antonio Glauco Casanova, già amministratore comunale di Fano, sua amata città (è stato anche vice sindaco), nonché ex segretario particolare del ministro delle Finanze Luigi Preti negli anni ‘60 del secolo scorso, è noto soprattutto per le numerose e puntuali ricerche storiche sui principali personaggi del movimento socialista italiano. Si deve alla Fondazione Matteotti la raccolta degli scritti del prof. Casanova che evidenziano le vicende di vita, il pensiero di Turati, Treves e Matteotti con puntuali riferimenti alla situazione politica, alle condizioni della società italiana, al contesto internazionale, al travaglio del contrastato sviluppo del movimento socialista in Italia. Di Filippo Turati, Casanova evidenzia le posizioni pacifiste e per un'Europa unita, la sua politica riformista regolata sulla realtà storica e sociale del Paese, la battaglia sostenuta contro il fascismo vincente, del quale aveva intuito anche la sua vocazione bellicista; mentre della scissione di Livorno del 1921 ricorda l'acuta analisi degli errori ideologici e politici dei comunisti scissionisti formulata da Turati, quasi come “vaticinio”. Di Claudio Treves, proveniente da posizioni mazziniane nelle file socialiste, osserva che questo esponente socialista si collocò nel gruppo riformista “acquisendo in breve un ruolo di spicco quale collaboratore principale di Turati”, costituendone sodalizio politico proficuo per l'azione propositiva dei socialisti, apportandovi idee, proposte innovative, sia in sede dottrinaria che in sede parlamentare, nonché nella vita interna di partito e come giornalista; che in tale qualifica, nel marzo 1911, sfidò a duello Benito Mussolini che lo aveva offeso sul piano della dignità personale. A Giacomo Matteotti Casanova dedica un approfondimento sul ruolo avuto dal martire socialista nella fase terminale dell'età giolittiana, al rapporto tra la politica del riformismo e le masse contadine, all'azione svolta in sede nazionale sia in campo locale, nonché quale convinto assertore del verbo internazionalistico, dal quale Matteotti faceva discendere la sua più decisa avversione alla guerra, secondo i princìpi fondamentali del socialismo turatiano. L'atteggiamento di Matteotti rispetto al fascismo fu di totale avversione morale prima ancora che politica, così come l'avversione al carattere antisocialista del leninismo, con la convinzione della non trasferibilità del suo esperimento in Italia e nell'occidente europeo. Toccanti ed elevate, infine, le pagine sulla “genesi e ragion politica di un delitto di Stato”: cioè sull'assassinio di Giacomo Matteotti per mano degli appartenenti alla famigerata banda Dumini, sollecitata al delitto e poi protetta dal regime fascista e dai suoi capi.
Giuseppe Righetti
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