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Questioni di lingua: Né passato, né futuro
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Poveri noi, non abbiamo futuro (né semplice né, tantomeno, anteriore). Chi dice più: “Fra pochi mesi andremo in montagna?”. E' tanto più semplice e sbrigativo dire “andiamo”. Basta un termine che già contenga l'idea di futuro, un avverbio, un'espressione temporale (“domani”, “quest'inverno”), e il gioco è fatto: è come se a quella parola seguisse uno stop mentale e il discorso subisse una sterzata che lo indirizzi al presente. Tanto, l'idea di futuro è stata già espressa! Il presente-pro futuro non è una novità in assoluto: è attestato nell'italiano antico ed è presente nei dialetti moderni, quelli meridionali in particolare; ma è altrettanto vero che in nessun'altra epoca si è diffuso come nel nostro tempo per la crescente espansione del parlato e per la sua tendenza alla semplificazione, ormai inarrestabile. Intanto la nostra lingua perde qualcosa. Ma, ahinoi, rischiamo di perdere anche il passato (remoto), che va scomparendo a vantaggio del passato prossimo, fra gli otto tempi verbali uno di quelli attualmente più usati, insieme al presente e all'imperfetto. Il passato prossimo, tipico dell'Italia settentrionale e di parte delle regioni centrali, indica un passato vicino (essenzialmente nei risvolti psicologici), le cui conseguenze perdurano nell'attualità. “Ho letto molti libri” significa “Ho maturato una buona istruzione”. Il passato remoto segna uno stacco netto nei confronti del presente: “Leopardi nacque nel 1798”. Oggi però non si presta più attenzione alla distanza temporale rispetto al momento in cui si parla o si scrive; sì che il passato prossimo è in espansione, almeno nel parlato, anche nelle regioni meridionali ove pure il passato remoto ha resistito tenacemente per lungo tempo. Ai nostri giorni è poco più che uno sconosciuto, mentre il passato prossimo lo sentiamo più nostro: addomestica in qualche modo la memoria. Si direbbe che l'oggi prenda le distanze da ciò che viene avvertito come irreparabilmente lontano. Del resto, un fatto di cui non si parla più da tre giorni è come se non fosse mai avvenuto, riassorbito nel flusso della quotidianità e dai ritmi della nostra esistenza frenetica. Intanto rimaniamo schiacciati sul presente, privati dell'immaginazione che ci proietta in avanti e del gusto della memoria, di ciò che ci sta alle spalle e che spiega il nostro oggi. La coniugazione del verbo si restringe e il presente (non solo quello grammaticale) sembra voler sostituire tutto. Prosit.
Alfredo Prologo
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