Fin da quando si era ragazzi, il lavatoio di S. Veneranda-Ponte Valle è stato una meta per i nostri giochi; e in età adulta è diventato luogo di incontro e di aggregazione. Va detto che durante la nostra adolescenza erano pochissimi gli intrattenimenti di cui si poteva godere; quando ci si incontrava in questo luogo carico di storia, si ascoltavano i più svariati aneddoti sui personaggi del luogo.
“Il vecchio Nazareno Gramolini”, racconta Giuseppe Valeri (detto Camilòn), “padre di Ugo, il fabbro di S. Veneranda e, tra gli anni ‘40-‘50 era alle dipendenze del Comune di Pesaro come cantoniere, ma era anche uno degli addetti (volontari) alla pulizia del lavatoio e, quando questi interventi necessitavano, chiamava in aiuto Terenzio Santini di Ponte Valle, meglio conosciuto come Gennarén”. Come mi conferma Savino Vannucci, “Era noto soprattutto per avere una peculiarità tutta sua: anche quando si faceva la barba, riteneva indispensabile conservare il cappello sulla testa”.
In quei tempi di vita non facile, tra Ponte Valle, S. Veneranda e la Celletta quasi in ogni famiglia si potevano contare delle donne che usavano il lavatoio per risciacquare i panni del bucato fatto in casa il giorno prima. La sera dopo cena, testimonia Antonino Costanzi (detto Tony), gli uomini di famiglia intervenivano per la pulizia del lavatoio: si scaricavano le due vasche togliendo il grosso tappo facendo confluire tutta l'acqua da cambiare in un condotto collegato al torrente Genica. Fatta questa operazione, si ripulivano i due fondali delle vasche da tutti i residui dei panni sciacquati durante il giorno, dopodiché il tappo veniva richiuso e tutta la fresca e zampillante acqua della sorgente di Fonte Maiano tornava a riempire le due peschiere.
A S. Veneranda la stessa sorgente, fino agli anni ‘50, riforniva le due fontanelle in ghisa che erano poste in via del Rio di fianco alla seicentesca chiesetta davanti casa del meccanico delle biciclette Giuseppe Magi, che era da tutti conosciuto come Pepèn d'Barloz. Il Comune poi, viste le esigenze della cittadinanza, ha provveduto ad alimentare la frazione di S. Veneranda con una rete idrica cittadina. “Ricordo che dopo aver lavato i panni tutto il giorno usando la cenere come allora era consuetudine per rendere morbido e profumato il bucato”, mi racconta Eloisa Ferri prima lavandaia, e poi nostra amatissima bidella alle elementari di S. Veneranda “una notte verso l'una, mentre mio padre Giuseppe Ferri (detto Pepòn), tirava la carretta carica di panni ed io l'aiutavo spingendola, ad un certo punto mi sono sentita male e, verso la “costa d'Serafini”, che allora era molto più ripida di adesso, a qualche centinaio di metri dal lavatoio mi sono sentita mancare, tanto era grande lo sforzo per quel duro lavoro. Mio padre allora mi lasciò a riposare sul ciglio della strada, riprese la carretta e, con uno sforzo sovrumano continuò il cammino verso il lavatoio: era importante riuscire ad assicurarsi un posto per risciacquare i panni”.
“I mesi più critici”, racconta mia madre Claudia Marzi in De Angelis, all'epoca anche lei lavandaia, “erano quelli invernali, l'acqua gelata del lavatoio tagliava le mani e risciacquare il bucato diventava una vera tortura, tanto che le mani si riempivano di crepe, provocando un dolore immenso; ma purtroppo non c'era alternativa: il lavoro che si poteva svolgere era solo questo”.
A Ponte Valle, c'era il vecchio Luigi Morelli (alias Marcaciòt) che con sua moglie Marietta (la Ploca), gestivano il negozio di Alimentari & Generi Diversi, e ai volontari della pulizia del lavatoio vendeva citrato rigorosamente incartato nella carta paglia. Anche a S. Veneranda nell'Alimentari di Ciro Giovanetti, (detto el Peccle), si poteva acquistare questo prodotto granuloso ed effervescente; la sera, ci si incamminava verso il lavatoio per bere la fresca acqua di Fonte Maiano che mescolata al citrato acquistava vere proprietà dissetanti, tra l'altro riconosciuta a detta degli abitanti del luogo come curativa per i reni e, tra una bevuta e l'altra, si cantava:
Amor dammi quel fazzolettino…
Amor dammi quel fazzolettino
Che vado alla fonte lo vado a lavar…
Oscar Nicolini di S. Veneranda (soprannominato il Moro), racconta che la discesa di Fonte Maiano, sebbene avesse il manto stradale ricoperto di ghiaia stabilizzata, era molto indicata per andarci con il Biroccino costruito con le ruote della Birela (mezzo agricolo leggero più piccolo del Biroccio) e, spesso con grande agonismo, si gareggiava con altri amici.
Renato Crescentini contadino (detto Fattori), mi racconta che negli anni ‘60 andava a rifornirsi di acqua al nostro lavatoio.
“Erano tempi molto difficili per la scarsità di acqua e, per questo tipo di trasporto dei liquidi, l'unico mezzo che si poteva usare era il Biroccio a cassone. Ogni santo giorno, per fare approvvigionamento, si doveva compiere almeno un viaggio fino a Fonte Maiano. Una volta arrivato, per farli dissetare legavo i miei buoi agli anelli in ferro del piccolo abbeveratoio posto di fianco al lavatoio, dopodiché iniziavo il rituale rifornimento dell'acqua degli dei del Monte della Salute”.
Giuliano De Angelis