Da che parte si comincia quando ci si trova davanti ad un'opera d'arte contemporanea? Di solito ci si sente come davanti a un baratro e si viene colti da un devastante senso di interrogazione: Che vuol dire? Che rappresenta? E subito dopo da un senso altrettanto generico ma forte di fastidio, soprattutto quando si scopre che non si riesce a trovare alcuna risposta plausibile. Le conclusioni sono solitamente due: di automortificazione "Non sono all'altezza, è un'arte per pochi eletti ed io sono ignorante"; oppure più aggressiva "Quest'arte contemporanea è una presa in giro, non significa proprio nulla e non possiede il senso della bellezza eterna che invece emana dall'arte antica". Nessuna delle due è in realtà la risposta ai problemi che la maggior parte delle persone, indipendentemente dal loro grado di cultura, hanno nei confronti di questo settore della cultura, perché quelle in apertura non sono in realtà le giuste domande per avvicinarvisi. E' infatti sbagliato pensare che un'opera d'arte che non rappresenti qualcosa di riconoscibile voglia solo nascondere il suo soggetto tra le pieghe di invenzioni stilistiche più o meno originali e che bisogna "indovinare" di cosa si tratti: così si finisce solo per far coincidere il suo senso con la sua tecnica e, se così fosse, sarebbe giusto sottolineare la povertà dell'arte contemporanea rispetto a quella antica, ben più virtuosistica e coinvolgente.
I presupposti ed i meccanismi dell'arte contemporanea sono invece completamente diversi da tutto ciò a cui siamo abituati. Ma come è possibile non essere abituati alla propria contemporaneità? E' una grande occasione perduta, perché se l'arte di Raffaello o di Giorgione ci racconta della loro epoca, nessuno può parlarci con saggezza e lungimiranza della nostra meglio di un artista contemporaneo, facendoci intuire problemi ed aspetti che egli solo, con la sua visione ampia e al di sopra della quotidianità, riesce a vedere e a trasmetterci. Colpa della scuola è vero, ma anche delle istituzioni e dei media che, solo molto recentemente e in modo cauto, cominciano a pensare di "educare" un più ampio pubblico possibile all'arte contemporanea. Si organizzano così sempre più spesso esperienze di didattica dell'arte contemporanea, che permettono un approccio divertente, indiretto (non si tratta della solita visita guidata) ma metodologicamente serio, alla stessa. L'Assessorato alle Politiche Educative del Comune di Pesaro ha intrapreso questa strada, lo scorso anno con un gruppo ristretto di bambini e quest'anno con un corso di aggiornamento per insegnanti. La prospettiva è però che non si tratti di un lavoro limitato all'attività scolastica, ma che possa toccare ogni ambito della vita sociale. La "confidenza" con l'arte contemporanea deve poter appartenere a tutti, ma i problemi sono tanti. Primo tra tutti la mancanza di una collezione d'arte contemporanea nella città. Quest'anno abbiamo dovuto lavorare davanti alle sculture urbane e quindi sotto la pioggia e il vento. E poi non poter contare su un gruppo di persone formate (perché mai sempre corsi di formazione per elettricisti e parrucchiere?). Ed infine un proficuo collegamento (mancante oggi) con l'Accademia e l'Università di Urbino, per operare un lavoro ben radicato nel territorio. Insomma costruire una coralità di partecipazione intorno all'arte perché questa possa essere finalmente fruita davvero (e non sopportata) da tutti.
La mia speranza è di poter costruire a Pesaro un laboratorio di Didattica dell'Arte contemporanea aperto a bambini e ragazzi, genitori e insegnanti, anziani e portatori di handicap (sapevate che esistono gruppi specializzati in visite a mostre per non vedenti?). Ma è necessario cambiare atteggiamento. La regola d'oro per avvicinarsi ad una galleria senza timori e patimenti è una banalissima informazione. Si pensa erroneamente che all'arte ci si avvicini con il sentimento e con l'anima: se è vero, lo è solo in parte. Non si può dire di comprendere Raffaello senza conoscere i problemi religiosi, filosofici e politici del momento: quello che si ha la sensazione di capire non è il senso della sua opera, ma è solo un superficiale riconoscimento del soggetto del quadro. Così come non si può dire di amare gli Impressionisti se di essi sappiamo solo che ci piacciono molto i colori sfumati, senza sapere in che rapporto è stata la loro poetica con la ricerca scientifica dell'epoca. Insomma vige sull'arte contemporanea un singolare errore: che non serva alcuna competenza per poter esprimere un parere, per ricoprire un incarico o per riconoscere dei ruoli, ma che basti una predisposizione d'animo, una generica passione. Considerazione banale: sarebbe mai possibile per un critico d'arte, anche il più famoso a livello internazionale, sedere al tavolo di un consiglio d'amministrazione di una banca o di un'azienda? Certamente no, per fortuna. E allora perché gestiscono la programmazione artistica persone che appartengono ad altri campi? Ma questo è un altro problema. Mi preme considerare invece che nel mondo si stanno moltiplicando musei e manifestazioni d'arte contemporanea: Istanbul, Lubiana, il Kosovo, la Cina, la Spagna stanno costruendo su questa gran parte del proprio rilancio e della propria identità. Perché rimanere fuori da questa "sbornia" culturale? E' mai possibile che siano tutti matti e che -per tornare ai dubbi di partenza- sia in moto un ingranaggio mondiale per prenderci in giro? Non è vero piuttosto che sempre più è necessario fermarsi e riflettere su questa nostra realtà che cambia ormai a ritmi vertiginosi e che poche cose riescono come la mente di un artista a renderci improvvisamente evidente tutti i suoi aspetti meravigliosi o catastrofici? L'arte d'oggi forse più di altre epoche è in stretto dialogo con ognuno di noi; più di quanto lo fossero i santi rappresentati nelle chiese antiche. E' necessario solo sapere come guardare un quadro: trovare il suo dritto e il suo rovescio.
Antonella Micaletti