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Personaggi allo Specchio: Gianfranco Sabbatini

Settembre 2000

IL BANCHIERE DEMOCRISTIANO

Sai che differenza passa tra un democristiano e un brigatista rosso?
Hai mai visto un democristiano pentito?

(Sentita nei corridoi di Montecitorio all'inizio degli anni '80)

C'era una volta a Pesaro, all'inizio di Via San Francesco, la redazione della Voce Adriatica: la mamma dell'attuale Corriere Adriatico, che adesso si è spostato un po' più in là. Cominciai a frequentarla, ancora studente, per apprendere i rudimenti del mestiere dal giovane corrispondente Pino Mariani, che poi diventerà il direttore regionale della RAI. Mi pagavano gli articoli quattro lire a riga: perciò cercavo di descrivere il più a lungo possibile le vicende della Vis Pesaro e della Victoria Libertas basket, in una delle sue tante sponsorizzazioni, restando molto tempo in redazione.

I locali adiacenti ospitavano la sede provinciale della DC, guidata dal futuro senatore Venturi, con la benedizione pastorale di Arnaldo Forlani: già unto del Signore (sotto le sembianze di Fanfani). Sullo stesso pianerottolo di questo covo democristiano c'era lo studio di un avvocato non ancora trentenne, anche lui funzionario del partito, che veniva ogni tanto a trovarci. Gestiva provvisoriamente il suo studio legale, ma si vedeva che mirava ad altro: infatti era entrato nel partito fin da ragazzo, provenendo dall'Azione cattolica, era amico di Gianfranco Gaudiano (che studiava medicina pensando a Dio), aveva ottimi rapporti con la Curia ed era già stato eletto consigliere comunale. In realtà studiava da presidente: non sapeva ancora di che cosa, ma sapeva che un posto da presidente gli sarebbe spettato, prima o poi. Tutti i democristiani sono uguali, ma questo giovane avvocato era più uguale degli altri: bello, elegante, con un taglio perfetto dei capelli precocemente brizzolati, godeva una fama di irresistibile "tombeur de femmes", sia pure nei limiti imposti dalla rigida morale cattolica: una specie di Pier Ferdinando Casini dell'epoca.

All'inizio degli anni '60 così appariva, agli occhi ingenui di un aspirante giornalista sportivo, un Gianfranco Sabbatini DOC: Democristiano di Origine Controllata.

Gli anni del potere. Il Presidente, oggi con i capelli di un bianco più compatto, mi ha dato appuntamento presso la Fondazione Cassa di Risparmio a Palazzo Montani Antaldi: restaurato dall'architetto fiorentino Pierluigi Spadolini e inaugurato nel 1991 alla presenza dell'illustre fratello Presidente del Senato e di un Arnaldo Forlani in odore di Presidenza della Repubblica che lanciava qualche battuta attentamente calibrata all'indirizzo del Presidente in carica Cossiga.

Salgo con dovuta compunzione lo scalone marmoreo che porta al primo piano. Nel deserto del pomeriggio di fine luglio, ci accomodiamo in uno dei tanti saloni di rappresentanza: lo attraversa di tanto in tanto, in punta di piedi, una segretaria superstite, intimidita dall'atmosfera ufficiale del colloquio e dal ronzio del registratore in funzione. Stiamo rievocando gli anni del massimo potere politico della DC: il partito in cui è entrato appena ventenne e che lo aveva subito spedito a frequentare un corso nazionale di formazione per i quadri a Canazei, diretto dall'allora segretario (e ideologo) Guido Gonella. Appartiene alla seconda generazione della DC pesarese, dopo quella dei capi storici: Coli, Comandini, Gori, De Biagi, Filippucci, Badioli, Nardelli. Partecipa come delegato giovanile del partito alla campagna elettorale del 1953 e inizia la scalata: consigliere comunale nel 1956 (lo rimarrà, in varie tornate, per più di 15 anni); vice segretario provinciale nel '58, segretario provinciale dal '63 al '68 (con 150 sezioni da coordinare nel territorio); consigliere provinciale negli anni 60/70; segretario regionale dal '69 al '72. La domenica si riposa andando a fare comizi nei paesi dell'entroterra, con strutture mobili per l'amplificazione. Sono gli anni di Moro e di Fanfani, i "cavalli di razza" che si alternano alla segreteria. Nelle Marche sono gli anni di Forlani e soprattutto di Tambroni, vicino alle posizioni di Fanfani al congresso del '59 e poi travolto dalla sfortunata avventura di Presidente del Consiglio (con appoggio MSI) l'anno successivo.

Nel 1972 viene eletto deputato con oltre 45 mila preferenze e lo rimarrà per tre legislature (abbreviate), fino al 1983. Fa sempre parte della Commissione Giustizia, in una falange di 260 deputati del gruppo democristiano. Dal suo scranno è testimone di tutti gli avvenimenti cruciali, a volte drammatici, di quel periodo: il caso Lockeed, quando fa parte del collegio di difesa di Gui in Parlamento; il referendum sul divorzio, la legge sull'aborto, con le relative battaglie parlamentari sugli emendamenti per renderla un po' più accettabile alle coscienze dei cattolici; l'elezione di Sandro Pertini che prevale su Fanfani nella gara per la Presidenza della Repubblica (quando i democristiani "crumiri" scrivevano vistosamente "Fanfulla" sulla scheda, per ingannare col movimento della penna il controllo visivo del capogruppo); il terrorismo e gli anni di piombo. Era alla Camera il giorno del sequestro di Moro, quando un Ugo La Malfa sotto shock chiese il ripristino della pena di morte per i terroristi.

Segue un periodo di qualche anno come dirigente nazionale del partito (responsabile degli Enti locali, cioè una specie di super-ispettore in giro per l'Italia, sotto la segreteria di De Mita); poi arrivano finalmente gli anni della presidenza annunciata. Nel 1987 succede a Gino Filippucci al vertice della Cassa di Risparmio ed entra a far parte dei "poteri forti": in confronto quelli di un deputato sono noccioline. Nel 1994, dopo la fusione con le altre Casse marchigiane, diventa Vice Presidente della Banca delle Marche fino al maggio di quest'anno, quando cambia presidenza e va alla Fondazione. Per la massima poltrona della Banca della Marche è stato superato sul filo di lana da un altro avvocato pesarese, Bruno Brusciotti. Ma la cosa non sembra turbarlo più di tanto. Ne fa solo un accenno indiretto, ricordando incidentalmente che era già stato una prima volta Presidente della Cassa di Risparmio di Pesaro dal '69 al '73. "Forse (mormora quasi fra sé e sé) ormai è ora di andare a casa…".

La caduta degli Dei. Era già tornato a casa (politicamente e geograficamente) quando nel 1992 si abbatte sull'Italia la bufera di Tangentopoli: una vera caduta degli Dei, senza la tragica grandezza nibelungica, che spazza via di fatto un'intera classe di governo con i relativi partiti di riferimento. Sabbatini rievoca quel periodo con sfumature accorate, difendendo con calore e convinzione l'integrità morale di alcuni fra i maggiori imputati di "Mani Pulite", tra cui Forlani e Citaristi: che erano rispettivamente Segretario politico e Segretario amministrativo della DC all'epoca dei fatti. Non nega l'esistenza di una diffusa situazione di illegalità per quanto riguarda il finanziamento dei partiti (di tutti i partiti), ma non crede, almeno per quanto riguarda la DC, a un sistema organizzato di "tangenti" e tanto meno a casi di arricchimento personale dei suoi esponenti. Per il resto la sua posizione si avvicina a quella espressa a suo tempo da Craxi: la legge sul finanziamento pubblico dei partiti prevedeva cifre del tutto inadeguate alle necessità di funzionamento della politica; e non era possibile iscrivere a bilancio in modo trasparente i contributi ricevuti dai privati, a causa della comprensibile resistenza dei finanziatori. Riconosce che era ormai necessario voltare pagina dopo il vaso di Pandora scoperchiato dal pool dei magistrati milanesi, ma esprime qualche riserva sul loro operato: sia per il sospetto di accanimento giudiziario in una sola direzione, anziché a 360 gradi, sia per l'utilizzo un po' disinvolto degli strumenti giudiziari.

Considera comunque un grave errore politico la spaccatura del rinascente Partito Popolare provocata da Buttiglione nel '95 con l'avvicinamento a Forza Italia, quando il partito aveva ancora quasi il 19% dei voti. Poi… "è subito sera", anche a causa di un sistema maggioritario bipolare che non è congeniale alle caratteristiche di un partito centrista e interclassista. In ogni caso rivendica con orgoglio i meriti storici della DC, del valore della sua classe dirigente espressa nel dopoguerra, della sua gestione della trasformazione sociale del Paese nella libertà e nella democrazia, utilizzando voti sostanzialmente moderati per svolgere una politica di tipo non conservatore: il famoso "partito di centro che guarda verso sinistra", secondo una definizione attribuita a De Gasperi (forse una delle tante citazioni inventate, ma verosimili, di cui è piena la storia).

Come aveva già fatto De Sabbata nella mia intervista, ha parole di rispetto e di apprezzamento, quasi di nostalgia, per gli avversari politici del tempo, nonostante i toni furenti delle contrapposizioni ideologiche. Considera quello stile più rispettoso della buona fede degli avversari, meno "velenoso", e al limite dell'insulto personale, di quello praticato ai giorni nostri.

L'ombra di Don Gaudiano. Il Sabbatini privato emerge nel secondo round dell'incontro, che si svolge nel suo luminoso appartamento in zona centro-mare. Le pareti del soggiorno e dello studio, che danno sul terrazzo, ospitano scaffali carichi di libri e innumerevoli quadri di artisti pesaresi: Caffè, Fiorucci, Valentini, Baratti. Fra le opere esposte, mi colpisce la statuetta di una bionda procace in guepiere rossa e nera: acquistata per amore della cultura al Mercatino dell'antiquariato di Fano e forse ricordo di mai sopite tentazioni giovanili. La fronteggia dal terrazzo un magnifico spaventapasseri vestito di tutto punto, opera d'arte (involontaria) di sua moglie Giancarla nel tentativo non riuscito di tener lontani i piccioni: uno di questi, infatti, passeggia indisturbato nella veranda e si avventura, con qualche esitazione, anche sul pavimento del soggiorno. Sa benissimo che in questa casa gli animali sono amati.

Su questo stesso terrazzo prendeva il fresco nei pomeriggi domenicali Don Gianfranco Gaudiano, suo fraterno amico, punto di riferimento, guida spirituale, che aveva anche celebrato il suo matrimonio nel '74 (quando era già "onorevole") con una cerimonia sobria e riservata. Gaudiano veniva a trovare un amico e chiedeva evangelicamente anche il suo aiuto per gli "ultimi": i reietti della società, gli ammalati di Aids, gli immigrati senza speranze, i drogati, i minorati mentali. E lui (come tanti altri pesaresi di ogni convinzione) questo aiuto glielo ha dato: sia attraverso l'attività istituzionale della Banca, sia probabilmente con i suoi soldi. Parla di Gaudiano a lungo, con commozione e con gratitudine; e ricorda che quando nel 1993 è morto, per un tumore, a 63 anni, il Sindaco ha proclamato il lutto cittadino: perché quel prete apparteneva a tutti.

L'uomo Sabbatini in camiciola estiva non è diverso dal Sabbatini presidente in doppiopetto o dal Sabbatini deputato: un uomo gentile, senza traccia dell'istintiva prosopopea dei potenti. Ha esitato a lungo prima di accettare il mio invito a mettersi in posa per questo ritratto: non si sentiva abbastanza "personaggio" per figurare in questa galleria di illustri conterranei. Giudicheranno i lettori. Per quanto mi riguarda, non so se ho trovato un personaggio. Spero però di essere riuscito (nonostante le inevitabili battute) a tratteggiare il profilo di una persona perbene: un cattolico che vive il suo impegno come una coerente scelta morale e non come un abito da cerimonia appiccicato addosso per garantirsi un'assicurazione sulla carriera.

Alberto Angelucci

 

 

 

 


 
 
 
 
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