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Settembre 2002 / Lettere e Arti
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L'insalata di Fabio Tombari

In tutta la sua opera Fabio Tombari ha avuto una grande ricercatezza formale. Leggendo con calma, molto lentamente, ogni libro, ogni capitolo, ogni frase, è difficile trovare un vocabolo errato, una virgola fuori posto o mancante od un a-capo stonato. Questa perfezione è il frutto di molti fattori. Metodicità nel lavoro. C'era sempre nella tasca di Fabio un pezzetto di carta, un lacerto, su cui appuntare l'idea e c'era sempre nella borsetta dell'Angela un pezzetto di lapis, una penna stilografica, più tardi una biro, per fissare la folgorazione, svolazzante come una farfalla, per inchiodarla al sughero.

Quegli appunti erano la memoria di Fabio, soprattutto negli ultimi cinquant'anni. Li portava a casa, li ammucchiava sulla credenza celeste, più tardi rosso denso, a destra di chi entrava dalla porta principale, e lì rimanevano. Non li avrebbe riletti più, ma se fossero scomparsi sarebbe svanita quell'idea dalla mente di Fabio. Teneva quei foglietti confusamente ammucchiati nella grande cucina, si rinserrava al tavolo a scrivere, sempre lo stesso tavolo ovale, sempre alla stessa ora del mattino. Angela, premurosa e devota, lo costringeva a cessare di lavorare ad ora fissa, per non farlo sciupare. La presenza di Fabio che scriveva trasformava la cucina in enclave extraterritoriale, sacra al silenzio. Se proprio ci fosse stata una imprescindibile necessità della cucina soltanto l'audacia dell'Angela poteva rischiare le escandescenze del marito. Piegava il capo, curvava ancor più le spalle la povera donna, s'addolorava per il dolore che dava al suo uomo e procedeva nella faccenda.

Angela procedeva, in punta di piedi, per le quotidiane necessità, anche mentre Fabio componeva. Perché, sia pur pochissimo, anche Fabio mangiava, mangiava ancor meno nei giorni di vigilia delle sue conferenze, l'abbiamo sperimentato l'Assunta ed io. Dopo quattro ore di amabilissima e familiare e affettuosa conversazione in un pomeriggio d'autunno sopravvenne la notte. Avevamo parlato tanto di tutto e provai scrupolo quando realizzai che l'Angela era stata sempre con noi, tacita, perché Fabio le consentiva soltanto di far da spalla e da trovanomi e ricordi; aveva fatto una fugacissima assenza al lavello. Annusai, fiutai e non s'avvertiva né odore di cibo, né di fumo, né luce di fuoco. Ed era ormai buio. S'alzò Fabio, accese la lampadina elettrica sul gran tavolo ovale, avrebbero potuto star comodamente con Gesù i suoi dodici, e guardandomi disse. "Hai ragione, voi dovete arrivare a Rimini e vien lunga per mangiare. Ora però, provvedo. Resterete con noi".

Cercammo di resistere, avevo dubbi forti che ci fosse ammannito qualcosa di commestibile, ma Fabio ci vinse con una di quelle frasi che, nella penna di Tito Livio, sarebbe passata alla storia. Chiamò forte l'Angela che aveva già posto quattro piatti alla gran tavola ed era presso lui con un piatto più grande in cui giacevano comodamente quattro foglie di insalata: "Angiolotta, i Piscaglia fan comunione con noi!". Sedette, sedemmo. Col forchettone dette ad ognuno di noi una foglia tenendo per sé la più piccola. A noi diede anche una landa di pane. Alzò lo sguardo in alto e s'assentò. "Mangiate! Quel che è poco per due è certo poco anche per quattro!".

Non era bella la grafia di Fabio, difficile da interpretare, illeggibile quella degli appunti, che facevano riferimento a pensieri che rimanevano entro il capo di chi li aveva vergati. Riusciva, però, a decriptarla l'Angela, riusciva a ricomporre le frasi che poi dettava. Negli ultimi anni era un piacere per lei dettare perché s'era fatta pratica e perché dettava a Lucia. Voleva bene a Lucia come ai suoi nipoti ed ella ricambiava con un sorriso pieno, che rallegrava il cuore. Lucia Generali era la giovane luce della casa del Rio. Sul dattiloscritto, in cui vedeva già la pagina, s'avventava lo scrittore che ritornava maestro. E il maestrino di Casepio correggeva assai poco la forma che, uscita di getto, era giusta anche quando non era corretta, ma, severamente, la grammatica. Aveva dentro la certezza di possedere l'autorità che gli consentiva di inventarsela una lingua; glielo aveva confermato il suo primo critico, l'autorevole Gandino.

L'impegno dell'Angela era programmato per un secondo tempo. Mirabile il lavoro sulle bozze. Ordinata per sua natura, precisa per la lunga educazione tedesca avuta in Germania, intonata musicalmente, quando qualcosa stonava lo percepiva anche senza leggerlo, concentrata per la devozione che portava al suo uomo. Nei libri di Fabio Tombari non trovi un refuso, non manca una virgola e non ce n'è una fuori posto ed ogni punto vuole la pausa. "Sono le pause che fanno la musica" – ripeteva di tanto in tanto Tombari e, forse, non ne era convinto. E come mai allora, mi sono chiesto, sconcertato, in "Frusaglia" io trovo uno sproposito, e proprio in relazione alla Madonna, che il grande scrittore ha sempre, teneramente venerato? Prima di dirlo, poiché l'ho veduto sull'edizione curata da Scarabicchi nel 1999, sono corso a verificare. Può capitare. Invece no, c'era nell'edizione del ‘74, in quella del ‘70 e in tutte le precedenti dell'editore Mondadori sin da quella del 1933. L'han ripetuto per iscritto seicentomila volta quell'errore! Non c'è nell'edizione di Vallecchi. Non c'è l'errore nell'edizione del 1929, non c'è in quella del 1931 e non c'è neppure la cronaca in cui ho trovato l'errore. A pag. 257, riga 31, dell'edizione di Scarabicchi: "Il sor Terenzio farmacista prese sette costipazioni e tre insolazioni per andare a ispezionare i lavori lungo la linea, e finalmente il giorno dell'Assunzione, in maggio, …" Poco credibile che il sor Terenzio prendesse sette costipazioni in maggio, però possibile perché aveva fitta frequentazione col medico. Meno credibile ancora tre insolazioni nel maggio di Frusaglia, però a Frusaglia tutto può essere. Tutto, fuorché l'Assunta a maggio! Procedendo Tombari precisa: "Era la più bella mattinata del calendario scolastico: un odore per l'atmosfera, un gemito, una timidezza di foglie e di fiori, un ardore di asine". Nel far coincidere le stagioni col calendario Tombari non può sbagliare e, tantomeno, l'estro delle asine: è certo che è maggio. "La mattinata più bella del calendario scolastico è un giovedì, prima di mezzogiorno. Le chiare, fresche e dolci acque del mulino possono recitare Petrarca solo in un giorno di lode, in cui non si lavora; di necessità – sillogizzò il Cortellini – deve trattarsi dell'Ascensione."

Io fui tosto convinto e sottomesso. Entro di me, però, persiste il timore e la soggezione di Fabio che non sbaglia mai, e non ardisco alzare il capo di fronte al di lui ritratto e percepire il suo delicato rimprovero: "E' davvero così difficile da capire?".

Sandro Piscaglia

 


 
 
 
 
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