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Settembre 2002 / Lettere e Arti
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I vincitori del concorso 'Lo specchio allo specchio'

Nel numero di giugno, per festeggiare i cinque anni di vita del giornale, abbiamo lanciato un mini-premio letterario/artistico: basato sulla stesura di un elaborato che avesse per oggetto lo specchio, in tutte le forme e i significati di questa parola.

La Commissione giudicatrice, composta dagli scrittori pesaresi Marcello Mamini, Valentino Rocchi e Paolo Teobaldi e dal direttore del giornale Alberto Angelucci, ha assegnato il primo premio a Maria Grazia Tacchi, autrice della poesia "Specchi". Riportiamo in questa pagina i lavori della "cinquina" finale.

Il primo classificato ha ricevuto in premio un buono/libri di 200 euro, da utilizzare presso una libreria di sua scelta. Ai cinque finalisti è stato assegnato un abbonamento al giornale, che riceveranno comodamente per un anno al loro domicilio.

PRIMO PREMIO

Specchi

Gli specchi sono diversi di casa in casa.

La luce –complice– li guida

a immagini nascoste e simpatie.

Luce di spalle,

sono tutta d'oro e vecchia.

Di lato,

profilo dolce e pelle più chiara.

In treno (strano)

i migliori aspetti,

forse perché il viaggio toglie tempo al tempo.

In ascensore

l'ombra è lunga e triste.

In casa di mia madre la bugia è ovvia

e la bambina che vedo è dietro il vetro

aldilà di me stessa.

Nelle vetrine poi

sono in vendita per un attimo.

Non guardo mai a lungo il mio viso specchiato.

Mi conosco e non mi cerco.

…Un giorno, forse, conterò anche i sorrisi.

 

Maria Grazia Tacchi

 

Specchio

E' il luogo sperduto del posto più reale del mondo.
Frenano le ruote sulla terra rossa, scendiamo per avvicinarci al villaggio.
E' il diciotto marzo 1986. Ed è Africa.

Il nostro arrivo fa piangere i bambini che corrono via a nascondersi. Nessuno ha mai visto l'uomo bianco nella sua figura dagli indumenti di lino, agile e diritto, con gli occhi affamati e il set da viaggio delle cose utili e indispensabili.

Rimaniamo abbagliati dai colori forti e dalla delicatezza che insieme si mischiano in tutto ciò che contestualmente ha vita.

Il popolo ci accoglie, curioso quanto noi e con un incedere composto iniziamo a manifestarci, lenti e leggeri.

Mi accorgo di lei, della sua bellezza rara e indicibile con quegli occhi che mi scavano dentro. Allora apro lo zaino per cercare qualcosa, un omaggio che catturi la sua attenzione ed estraggo lo specchio che adopero quando mi rado. Glielo porgo, lei scorge il suo viso, ma lo respinge con uno scatto di mano e un lampo di paura. Non conosce quell'immagine, non l'è mai appartenuta.

Non esistono specchi, né acque che rendano un riflesso, perché lì il fiume, lì, è un lungo serpente marrone dalla pelle sabbiosa.

All'alba ripartiamo e la donna mi sorride, tenendo fra le mani il mio dono.

Si guarda divertita ed ora tutti si guardano dentro quel quadretto che mostra due occhi, un naso e una bocca.

 

Raffaella

Fra i due porti

Si era sempre chiamato così lo specchio di mare compreso tra il porto antico, naturale riparo offerto, dall'estuario del Foglia, ai naviganti sorpresi dal maestrale e quello moderno risanato e restituito all'attività marinara dalla bonomia di Urbano VIII, cui non mancava l'arguzia di capire che non l'avrebbero mai ripagato, se non col busto scolpito dopo vent'anni di discussioni in consiglio comunale, a papa morto.

Ora che la spiaggia tra i due porti era diventata bacino d'ormeggio, con la costruzione della diga foranea, fu subito chiaro dopo la prima mareggiata che porto vero non sarebbe mai stato, né commerciale né turistico. L'imboccatura esposta a tramontana, senza il dislivello a gradino del porto canale era un imbuto preferenziale per la sabbia rimossa dalle burrasche. La rada, perennemente insabbiata, poteva servire solo per barche a fondo piatto. Finalmente avevano deciso di usare la draga, rifare completamente l'invaso aprendo una bocca sul canale e chiudendo quella a mare; creando una vera ansa del porto, per barche da pesca. Mentre le benne della draga cominciavano a schiarire il fondo opaco, ecco che dalla trasparenza ancora ignota prendeva corpo un'inquietudine e un'ansia più simile al rimorso che alla paura. Gli addetti dicevano "no... no" e se ne andavano. Solo quello dicevano "no,..no" a testa bassa e non davano altre spiegazioni. Cambiarono quattro volte l'impresa, ogni volta si schiariva un riquadro di fondo in più, ogni volta se ne andavano tutti, imbarazzati e pentiti, i più vecchi per primi, con gli occhi lucidi.

Quando un monaco di fonte Avellana, tale padre Salvatore, passando per la città nel suo andare peregrino, fu condotto sul porto a consulto, rivelò la verità inconfessabile impressa sulla retina degli occhi limpidi di bambino. Custoditi per centinaia di anni, gli eventi e le colpe, le miserie ignobili e gli indegni protagonisti scaturivano dal chiarore dell'argentatura ripristinata, come fotogrammi di un film angoscioso. Per troppi anni, prima dello schermo della diga, quel lembo di mare era stato lo specchio della città.

Giuliano

 

Lo specchio nella casa vuota

Rimanda un volto disfatto

lo specchio dorato di nonna;

somiglio a un maniero un po' antico

ricolmo di mille fantasmi.

Cent'anni di morti di casa…

Si specchiano i vecchi ritratti

che guardano dalle pareti

silenti e un po' stupefatti.

Memorie di vite lontane

e un grande presente dolore:

mi sembra un editto di guerra

che morde la vita che vola.

Di un'Itaca persa e fuggente

rimiro il residuo incantato…

Pallore di morte nel cuore.

Che immagini ho ereditato!

Rosanna Bargnesi

 

Disegno di Francesca Ciuferri



 
 
 
 
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