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Personaggi allo Specchio:
Giuseppe Pontiggia


Vivere con i libri

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto.

(Marcel Proust, Il Tempo ritrovato)

Un giorno una giovane intervistatrice bussò alla porta di un appartamento di Milano. Venne ad aprire un uomo alto e corpulento, in tuta da lavoro, e la ragazza gli spiegò che stava facendo una ricerca di mercato.

"Lei legge almeno un libro all'anno?", gli domandò mentre cominciava a riempire il modulo di un questionario.

"Sì", rispose l'uomo.

"Mi può dire esattamente quanti libri legge?", proseguì l'intervistatrice passando alla riga successiva.

"Una trentina…", rispose l'uomo.

"Lei legge trenta libri all'anno?!", esclamò incredula la ragazza, felice di aver incontrato uno dei più assidui lettori del Paese.

"No, per la verità io leggo trenta libri al mese…".

Ricordo a Giuseppe Pontiggia questo episodio, che aveva raccontato lui stesso qualche anno fa agli studenti dell'Università di Urbino, nel corso di una serie di lezioni sulla ‘scrittura creativa' promosse dal prof. Bogliolo (oggi Magnifico Rettore). Ma scopro che la situazione è notevolmente peggiorata nel frattempo, perché adesso fa incetta di quasi cento libri al mese, tra acquisti e omaggi editoriali. La prima volta che l'ho incontrato a Urbino, saliva un po' ansimante la strada che porta al Palazzo Ducale. Gli ho allungato la copia di un mio libro; senza nemmeno fermarsi, l'ha afferrato avidamente con la sua manona prensile, simile alla proboscide di un elefantino che incameri un pacchetto di sigarette o una banana; e forse, prima di sera, ne avrà persino letto qualche pagina. Questa smodata bulimia di carta stampata lo ha portato negli anni ad accumulare più di quarantamila libri nei due appartamenti sovrapposti che occupa in un palazzo del centro di Milano. "Non riuscirei a leggerli tutti neanche se vivessi ottanta vite", ammette. Ma poi mi spiega che non è necessario leggere tutte le parole di tutti i libri, salvo alcuni di fondamentale (e soggettiva) importanza. Quando decide che un libro merita di essere letto per intero, lo percorre alla velocità di 40 pagine all'ora (ma per Essere e tempo, del filosofo tedesco Martin Heidegger, ha impiegato otto mesi; gettando nella disperazione almeno altri 240 autori che speravano fosse arrivato il loro turno…). In altri casi gli piace guardarlo, accarezzarlo, sfogliarlo, leggerne qualche brano per accertare la qualità di scrittura, per catturare un'idea o un'emozione; gli piace sapere che c'è, che lo può riprendere in mano magari in un altro momento, quando gli serve o ne ha voglia. Perché i libri (è ancora il suo pensiero, anche se liberamente riportato da me) sono presenze vive che ci trasmettono sempre un'influenza, un messaggio; emettono vibrazioni nell'aria anche dall'alto degli scaffali.

Comunque se un giorno dovesse crollare il pavimento della sua casa sotto il peso di tutti quei volumi, sarebbe una catastrofe culturale paragonabile all'incendio della Biblioteca di Alessandria nel 47 avanti Cristo.

Nato due volte. "Bepo" Pontiggia, 68 anni a settembre, è un brianzolo di Erba, anche se nato all'ospedale di Como in previsione di un difficile parto podalico. Secondo figlio di un funzionario di banca e di una casalinga che aveva fatto teatro in gioventù, dopo la morte prematura del padre ha accelerato gli studi fino alla maturità classica, impiegandosi in banca a diciassette anni: un'esperienza così poco divertente da ispirargli il soggetto del suo primo libro La morte in banca. Anche il fratello maggiore lo aveva preceduto nello stesso mestiere, con la differenza che ha resistito fino alla pensione ed è diventato un poeta importante, con lo pseudonimo di Giampiero Neri: il che, tutto sommato, depone a favore degli istituti di credito come fucina di scrittori. Comunque, seguendo la sua vocazione, si è poi laureato in Lettere e ha scelto di insegnare nelle scuole serali di Milano in modo da avere tutta la giornata libera; e cominciare così la sua rincorsa verso l'improbabile lettura di quarantamila libri. Non si capisce bene come abbia trovato anche il tempo per occuparsi di qualcos'altro (gli piace molto lo sport e una volta andava anche a San Siro come tifoso dell'Inter) e soprattutto per scrivere: sta di fatto che ha pubblicato finora dodici opere (oltre a una marea di saggi e di articoli), da quel primo romanzo autobiografico fino a Prima persona che è uscito in libreria da pochi giorni: un'antologia di scritti brevi e di aforismi sui temi più vari, dal costume alla morale, dalla letteratura alla psicologia. Il suo penultimo libro, Nati due volte (che ha vinto il Premio Campiello), affronta il tema dell'handicap: basandosi in gran parte sulla vicenda reale del figlio Andrea, nato disabile dopo un parto col forcipe. E' una storia di straordinaria leggerezza che ha lanciato un messaggio di speranza a un vastissimo pubblico: descrivendo un'esperienza oggettivamente drammatica con grande intensità ma senza nessun compiacimento sentimentale, e persino con una certa dose di umorismo. Vivendo accanto a quel ragazzo ‘nato due volte' (e che lo ha fatto nascere due volte) è riuscito ad accettare, con grande fatica, la dimensione dell'handicap nella sua visione della realtà. Leggo in una sua recente intervista a Sette: "Chi ha detto che i disabili sono infelici, o più infelici dei normali? Non è così... La Società è disabile nei confronti dei disabili perché ha voluto rimuovere ciò che non si può rimuovere: l'ineluttabilità del dolore, della malattia, della morte. Dobbiamo guardare con occhi diversi sia la disabilità che la nostra presunta normalità". Ritiene che nell'Italia centrale, e in particolare a Fano (dove trascorre spesso le vacanze e ha rischiato anche di affogare in un giorno di ‘bandiera rossa'), la gente abbia un atteggiamento mentale più positivo verso i disabili: una solidarietà costruttiva, a volte anche gioiosa, senza toni compassionevoli e consolatori. Una situazione ideale per quel figlio, ormai adulto, con problemi motori e di linguaggio che impacciano le sue notevoli capacità intellettive e di relazione.

In un torrido pomeriggio di luglio, nello studio con gli scuri abbassati e illuminato solo da un faretto e una lampada d'angolo, ascolto quest'uomo che mi regala generosamente una parte del suo tempo, parlando con un po' di fatica per i postumi di un intervento chirurgico. Parla di letteratura e – per accontentarmi – di se stesso: della "utopia delirante" dei suoi progetti che non riesce mai a realizzare fino in fondo, della sua dissociazione tra un atteggiamento critico e razionale e una emotività passionale. Confessa una grande ammirazione per le donne, per il loro modo di ragionare: più concreto, più lucido, più flessibile. "L'ho conquistata leggendole Proust…", raccontava agli amici un vanaglorioso. Pontiggia sorride e commenta: "Ci vuole l'infinita pazienza delle donne per giustificare una frase di questo genere".

Non si considera particolarmente religioso (a differenza di suo figlio che lo è moltissimo), ma ha potuto scrivere queste parole: "Forse preghiera e guarigione convergono. La preghiera è guarigione: non dal male, ma dalla disperazione. Proprio nel momento in cui si è soli, la preghiera spezza la solitudine del morente".

Le uova strapazzate. "Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto". Queste sono le prime righe del racconto La Metamorfosi di Franz Kafka. E' stato detto che nessun regista cinematografico potrebbe riprodurre in 7 secondi l'esplosione di effetti speciali che si verifica nel cervello di ognuno di noi leggendo questa frase. E' uno dei tanti esempi da lui riportati quella volta, in un teatro di Urbino, commentando con acutezza e generosità qualche frase degli aspiranti scrittori che gremivano la sala.

Probabilmente – ammette – non si può veramente insegnare a scrivere, e certamente non si può far diventare nessuno uno scrittore se non possiede già un talento naturale. Però si può far acquisire una certa sensibilità nei confronti della parola e della frase; si può analizzare un testo per scoprire come renderlo più efficace, o più elegante, con semplici sostituzioni o spostamenti di parole, con l'aggiunta o l'eliminazione di un aggettivo, evitando le espressioni ormai consunte. Oggi, diceva Cechov (ed era un ‘oggi' del suo tempo!) soltanto le signore scrivono "il viso incorniciato dai capelli". Si può studiare come si costruisce un attacco narrativo, come l'hanno costruito grandi scrittori, perché l'incipit di un libro è importante come la prima mossa di una partita a scacchi. Questa ‘attenzione orientata' è forse il massimo raggiungibile da un corso di scrittura. Si spiega con un esempio: "Scrivere è come fare le uova strapazzate: non si può mettere il burro insieme all'olio, perché il risultato è sgradevole". Ma non ci sono ricette per costruire un incipit folgorante e tanto meno un romanzo di successo. Questo nasce da una serie di fattori diversi, di cui fa parte l'attesa inconscia del pubblico per quella storia in quel particolare momento, da una comunicazione quasi miracolosa che si stabilisce tra uno scrittore e i lettori.

Leggo sul suo sito Internet (www.giuseppepontiggia.net): "Nelle mie opere cerco di inventare, nel senso etimologico del termine, dal latino invenire (cioè trovare) nella pagina qualcosa che non conoscevo e che si rivela per me, e spesso per il lettore, ricco di significato. Alcuni personaggi me li sono trovati lì: prima di iniziare non sapevo nemmeno che esistessero". Dai suoi libri sono stati tratti tre film: Il giocatore invisibile per la TV svizzera; Facciamo Paradiso (regia di Monicelli, protagonista Margherita Buy), basato su uno dei racconti di Vita di uomini non illustri; e un prossimo film di Gianni Amelio, liberamente ispirato a Nati due volte.

La macchina del romanzo. Di tanto in tanto si sente ripetere che gli italiani non sanno scrivere romanzi; che gli americani, per esempio, hanno una maggiore predisposizione genetica per la letteratura in forma di fiction. Sarà anche vero, ma personalmente ho ricavato grandi emozioni e una vera crescita culturale e umana da alcuni libri della nostra letteratura di cui magari non ricordo quasi più nulla; mentre di un avvincente racconto poliziesco di Grisham ricordo perfettamente la trama ma non la stessa sensazione di appagamento.

Pontiggia ascolta bonariamente le mie considerazioni, ma è d'accordo solo in parte e mette meglio a fuoco l'argomento. Mi ricorda che un romanzo è fatto di linguaggio, invenzione, personaggi, azione, in grado di avvincere un pubblico ampio. In questo senso, la grande tradizione del romanzo, la capacità di montare una complessa macchina narrativa, non è tanto italiana: è più inglese, francese e russa, nell'Ottocento, e americana nel Novecento. Anche in Italia ci sono stati narratori (per esempio Tozzi, Svevo, Savinio), ma non formano una stagione così potente; abbiamo avuto molti grandi scrittori (basta pensare a Leopardi), ma non erano romanzieri. Comunque, a suo parere, la differenza tra un bel romanzo e un capolavoro letterario sta nello stile, nel linguaggio forte. Tolstoj è un genio sia sul piano della costruzione romanzesca che nello stile. Dumas, Agata Christie, Conan Doyle sono grandi autori di romanzi di azione, ma hanno un linguaggio povero, insignificante: oggi sono, giustamente, rivalutati ma non si possono mettere sullo stesso piano di Simenon o di Graham Greene.

Tornando ai nostri giorni, osserva che i contemporanei sono sempre i meno adatti a capire il valore di un'opera: sia perché l'Italia è piena di lettori immaginari che giudicano i libri senza leggerli (questo è tipico dei premi letterari N.d.R.); sia perché siamo tutti condizionati da molti fattori di disturbo, come le mode culturali, i pregiudizi politici, le nostre simpatie, paure e predilezioni. Solgenitzin è stato inizialmente liquidato come uno scrittore modesto, senza leggerlo, perché non andava bene ideologicamente. "Gli uomini sono pieni di violenza, di aggressività, non vogliono lasciare spazio ad altri; la cosa più importante è uccidere il nemico. Sperare in una critica imparziale è come sperare che una bella donna giudichi obiettivamente un'altra bella donna".

Alberto Angelucci

 


 
 
 
 
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