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Settembre 2003 / Lettere e Arti
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La svagata dolcezza
di Ciro Pavisa


Il pittore Ciro Pavisa moriva a Pesaro, giusto 30 anni fa, a 83 anni. In vita lavorò moltissimo, non fu mai preda dei galleristi, né fu mai accompagnato da una calda notorietà, neppure cittadina: pochi gli articoli, poca la letteratura relativa al suo lavoro e al suo valore, quasi a ribadire ed estremizzare quelle sue cifre caratteriali che erano la discrezione, il nascondimento, l'introversione serena, e quella fondamentale noncuranza nei confronti delle sfide e dei cimenti pur sempre vivi nell'ambiente degli artisti. In questa stessa ottica di riservatezza e di placido appagamento per le piccole cose, gli furono indifferenti, nella sua vasta produzione paesaggistica, gli effetti spettacolari del paesaggio, preferendo la natura raddolcita della controra, il pacato scorrere del Foglia, le marine deserte e i porti sonnacchiosi con le bilance ancora al loro posto, racchiusi in uno spazio pittorico di vibrante freschezza e chiarità cromatica. Visioni dolci e familiari nella contemplazione del “suo” luogo, curando magari magistralmente il rapporto tra luminosità del cielo e l'animato gioco di luci e ombre sul terreno, fino a sottolineare così una specie di effetto climatico che determinasse, con più realtà possibile, la specificità ambientale e geografica.
Non fu mai travolto da tentazioni di “modernismo”: il mondo e la natura gli sembravano così divinamente belli, da considerare quasi un sacrilegio trasformarle o interpretarle con un qualsiasi apporto o sottrazione arbitraria. Si dedicò invece, discreto e risoluto come sempre, a dar forma a un proprio “stile”. Lo fece con notevole coerenza e sensibilità, accostandosi alla natura con umiltà e muovendosi silenziosamente sia nell'ambito di un paesaggismo di quieta poesia dove si potessero riconoscere le sue frequentazioni abituali; sia, più tardi, in quello delle nature morte che poteva comporre, fra carte gialle e oggetti di uso comune, sul tavolo della sua soffitta-studio e a suo piacimento; sia, proprio nella vecchiaia, in quei gran mazzi di calle e di gladioli dipinti con la marmorea preoccupazione di farli apparire freschi.
Nato a Mombaroccio nel 1890, Ciro Pavisa aveva visto subito e con chiarezza la sua strada: l'Istituto di Belle Arti di Urbino e la Scuola del “Museo Artistico e Industriale” di Roma gli danno la sicurezza di quel “mestiere” e di quell'artigianalità alta per affrontare, assieme all'innata e “istintiva vocazione naturalistica” la via dell'insegnamento artistico, assieme a quella dell'affrescatore di chiese e di pittore da cavalletto. La tematica sacra gli fu teneramente congeniale: non è difficile correlarla all'infanzia campagnola vissuta al Beato Sante, ai racconti intensi e ingenui di sua madre e a quella fede semplice e poetica che era naturale nelle tradizioni domestiche del tempo.
Negli anni Pavisa rimane “prezioso e candido, né sofisticato, né primitivo”, come dice Grazia Calegari nella scheda compilata per lui in “Arte e Immagine”: la sua vena lirica, il suo forte radicamento nella tradizione, la felice fattura impressionista del suo paesaggio (steso sempre “en plein air” e poi completato in studio), ne fanno un pittore di costante serenità, di silente sensibilità, svagata dolcezza e di strabiliante capacità disegnativa.
Dopo qualche anno di peregrinazioni come professore di disegno, Pavisa si stabilisce a Pesaro dove insegna alla Scuola d'Arte “Mengaroni”: dal 1922 al 1938 partecipa a mostre regionali e nazionali: intanto lavora come affrescatore in molte chiese marchigiane, tanto che l'opinione corrente lo rinchiude, limitandolo, proprio in questo suo operare di “frescante”, come in un limbo di specifica artigianalità. Non si era tenuto conto evidentemente degli autoritratti, del “Ritratto del padre”, né dello straordinario e inarrivabile “Ritratto della moglie” a matita e carboncino (oggi proprietà della Fondazione Cassa Risparmio di Pesaro), né delle spiagge pesaresi arricchite da variopinte tende appena mosse dal vento, né degli “Ulivi di Pietrasanta” dove la luce si insinua fra i rami con riflessi rossi e viola che contrastano con i tronchi fitti e scuri. Il terreno scosceso alterna luci ed ombre suggerendo l'idea di un difficile camminare: anche perché si sta facendo notte.
Nel 1974, ad un anno dalla morte, la famiglia gli dedica una bella antologica nella Galleria Perugini: è un grandissimo e inatteso successo, quasi una scoperta, come se quel distinto signore che ogni sera faceva il suo giretto per le strade del centro con l'amico Massioni, non fosse quel pittore così raffinato e armoniosamente figurativo, così fedele, così liricamente innamorato della campagna, della spiaggia, del porto di Pesaro e di quella sua moglie bellissima, aspra e severa che lo proteggeva come un bambino, nella consapevolezza del candore e del celeste isolamento di lui.  

Ivana Baldassarri


 
 
 
 
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