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Il capodanno ebraico tra nuovi lutti

Rosh Hashanà, il capodanno ebraico, è di origine biblica (Lev.23:23-25): "Un'occasione sacra, commemorata con forti squilli dello shofar, il corno di montone". Il termine Rosh Hashanà, (inizio dell'anno) è rabbinico, come lo sono i formidabili argomenti delle festività: pentimento, preparazione per il giudizio divino e preghiera per un anno fruttuoso. I due giorni di festa cadono l'uno e il due di Tishrì del calendario ebraico, di solito a settembre in quello gregoriano: quest'anno cade il 27 e 28 di settembre. I principali costumi di Rosh Hashanà includono il suono dello shofar nel mezzo di una lunga funzione religiosa che si incentra sui temi della festività, ed elaborati pasti in casa per accogliere il nuovo anno. Alla preghiera liturgica si aggiungono preghiere di pentimento.
Guardando a ritroso questi 2.000 anni di storia, si constata quanto estremamente doloroso è accaduto al popolo ebreo. Una lunga catena di ingiustizie, delitti, hanno caratterizzato questi due millenni: sofferenze ben vive nella coscienza del popolo ebreo. Se ripercorriamo attraverso questi secoli di tradizione cristiano-europea quello che è stato inflitto agli ebrei, non possiamo fare a meno che inorridire e provare vergogna. Tra questi terribili avvenimenti ricordiamo la marcia dei crociati in Europa e la conseguente conquista di Gerusalemme più di 900 anni fa. I misfatti, il fanatismo che ha alimentato i miti antiebraici, i pogrom, i gulag sovietici, le persecuzioni che hanno avuto luogo durante la breve e drammatica epoca nazista, l'orrore più grande che ancora oggi reca un dolore incommensurabile a tutto il popolo ebreo.
Spero che gli squilli dello shofar, che segna l'inizio del nuovo anno, il 5764, portino gioia, salute, prosperità e soprattutto pace, quella vera, quella senza morti, quella pace che Israele sogna da quando è nato. Su questa pace, Israele ha scommesso al cento per cento e non rinuncerà a farla prevalere, malgrado i continui attentati contro il suo popolo, come non rinuncerà alla sua sicurezza: un popolo con una forte fibra morale, vuole la sicurezza e la pace. Uno sguardo alla mappa di quello che oggi sarebbe lo Stato palestinese se nel 2001 le proposte israeliane non fossero state rifiutate, suscita inquietanti interrogativi: è difficile credere che gli insediamenti, che oggi sarebbero già smantellati, siano la causa prima della "rabbia" palestinese e dello scoppio delle violenze. La coesistenza tra i due popoli, ritengo che non sia un problema di spazi fisici. Quello che brucia all'integralismo e ai suoi sponsor, non è la rinuncia al possesso di un territorio grande come la Lombardia, ma il fatto che su quel territorio è sorta un'espressione di libertà, di democrazia che può essere contagiosa per i popoli di quell'area e per lo stesso popolo palestinese.
Il nuovo Premier palestinese Abu Mazen non riesce a controllare i suoi "sabotatori". Lo dimostra il fatto che dal 29 giugno, in cui i palestinesi hanno annunciato l'accordo della Hudna che interrompe gli attacchi terroristici, ci sono stati 34 morti (molti bambini), 130 feriti e 207 attentati. Ogni volta che Israele accetta di ritirarsi, gli assassini colpiscono. Abu Mazen che ha ripetutamente dichiarato che l'intifada è stata un errore e che non si possono guadagnare concessioni con il terrorismo, deve decidere molto in fretta, con azioni concrete  e non a parole, di fare o la pace con Israele o mettersi dalla parte dei terroristi. Speriamo che i palestinesi colgano quest'ultima occasione della Road Map. Non vorrei che si avverasse di nuovo ciò che a suo tempo disse Abba Eban e cioè: "I palestinesi non perdono mai l'occasione di perdere un'occasione".


Galliano Nabissi
presidente
Associazione di Amicizia Marche-Israele


 
 
 
 
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