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La lapide di Piazza Esedra: il caso è chiuso


Riassunto delle puntate precedenti. Nel numero di giugno dello "Specchio" è apparso un articolo del prof. Vittorio Ciarrocchi che contestava severamente la traduzione della lapide in latino apposta sull'arcata di accesso alla piazza, chiamando in causa lo stesso assessore alla Cultura del Comune di Pesaro. Nel numero di luglio/agosto è apparsa la risposta dell'assessore Luca Bartolucci, che confermava l'errata traduzione (dopo aver consultato autorevoli latinisti) e si augurava di trovare un accordo col sig. Verter Baldassarri, proprietario dello stabile, per la modifica della versione italiana della lapide. Nel frattempo, il 1° agosto, il prof. Ivano Dionigi, docente di Letteratura latina all'Università di Bologna, ha pubblicato un suo intervento sul "Carlino" (forse perché questo giornale si era occupato a suo tempo della stessa questione, o forse perché "Lo Specchio" era in ferie), concordando sul fatto che l'attuale traduzione è sbagliata, ma proponendo una versione diversa da quella di Ciarrocchi; che ha replicato a sua volta sul "Carlino" del 4 agosto.

Infine sia l'assessore Bartolucci, sia il sig. Baldassarri, ci hanno confermato di aver raggiunto un accordo per la sostituzione del pannello che contiene la traduzione. Giustamente, però, il sig. Baldassarri ha chiesto che gli venga indicata la traduzione giusta, vista la disparità di opinioni fra i latinisti interpellati.

Pubblichiamo i testi degli interventi di tutti i protagonisti di questa "querelle" estiva e riteniamo chiusa felicemente la questione.

Una traduzione sbagliata, ma…

Accantonato dalla Chiesa ed espulso dalla Scuola, il latino torna a vivere (si fa per dire), nella pratica di alcuni nostalgici e nelle piccole dispute cittadine. E', quest'ultimo, il caso verificatosi a proposito della lapide di Piazzetta Esedra Ciacchi: Amicis et ne paucis pateat etiam fictis. La traduzione apposta da Verter Baldassarri – "Il passaggio è aperto agli amici, ai pochi non amici ed anche ai falsi" – è manifestamente sbagliata, come già da tempo ha ripetutamente contestato il collega Vittorio Ciarrocchi anche su questo giornale, sia perché non rispetta la sintassi latina (il congiuntivo pateat vale "sia aperto" e non già "è aperto") sia perché rasenta l'incomprensibilità: cosa vorrà mai dire "ai pochi non amici e anche ai falsi"? Un bel braccio di ferro con la logica.

Ma la stessa soluzione del contestatore, riproposta anche recentemente – "la casa si apra agli amici, e neppure a pochi, anche falsi" – non coglie correttamente nel segno, perché fa a pugni con la lingua latina e non consente una comprensione immediata e lineare: infatti il ne non significa "neppure" (semmai il nec) e il messaggio "neppure a pochi, anche falsi" rimane francamente oscuro. E allora cosa significherà mai quella scritta in latino? (in verità un latino brutto, e non "bellissimo", come è stato detto). Semplicemente questo: "L'ingresso sia aperto agli amici, e perché non rimanga aperto a pochi, lo si apra anche ai presunti amici". Così, in un colpo solo, si rende giustizia alla grammatica e al senso […].

Ivano Dionigi

Quell'amore per la latinità

"La (mia) casa sia aperta agli amici, e neppure a pochi, anche se falsi". Così il primo maggio 2004 in queste pagine, e di recente nel periodico Lo Specchio della città (giugno 2006), tradussi una lapide scritta in latino e posta nella Piazzetta Esedra. In entrambi i casi spiegai diffusamente le ragioni della mia traduzione. Ma, nel suo articolo di martedì primo agosto, il professor Ivano Dionigi scrive, riferendosi al mio testo, che esso "non coglie correttamente nel segno, perché fa a pugni con la lingua latina e non consente una comprensione immediata e lineare: infatti il 'ne' non significa 'neppure' (semmai il 'nec') e il messaggio 'neppure a pochi, anche falsi' rimane francamente oscuro". Egli dà poi questa traduzione: "L'ingresso sia aperto agli amici, e perché non rimanga aperto a pochi, lo si apra anche ai presunti amici". Non intendo competere con l'illustre interlocutore né in lingua italiana né in lingua latina.

Credo tuttavia che la mia traduzione - quanto al suo significato essenziale! - non differisca molto da quella del professor Dionigi. Potrei però sbagliare. Ma è certamente sbagliato asserire che il 'ne' latino "non significa 'neppure'". A conferma di quanto ho detto basterà l'esempio seguente che, come attesta il 'Thesaurus linguae Latinae', non è unico: "Prae metu latronum nulla sessibilia ac ne sufficientem supellectilem parare nobis licet" (Apuleio, 'Metamorfosi', libro I, cap. 23); traduzione: "Per la paura dei briganti, non ci è permesso tenere sedie e neppure la mobilia necessaria". Il professor Dionigi conclude poi il suo articolo facendo "un paio di considerazioni laterali". A me ne basta una, riguardante questa sua frase: "Accantonato dalla Chiesa ed espulso dalla Scuola, il latino torna a vivere (si fa per dire), nella pratica di alcuni nostalgici e nelle piccole dispute cittadine". Parole che sembrano contenere una certa ironia verso taluni cultori di latino, non cattedratici come il professor Dionigi, il quale già altra volta (in una lettera del 22 luglio 1998, pag. 5 nazionale de 'il Resto del Carlino') manifestò la sua avversione o ironia o disprezzo (giudichi il lettore) a proposito di "Associazioni che arruolano adepti che parlano latino, scrivono in latino e cucinano secondo ricette latine". Ebbene, cucina romana a parte, sono uno di quegli 'adepti', onorato di trovarmi in compagnia di Michael von Albrecht, di Walahfrid Stroh, di Thomas Pekkanen, di Terence Tunberg (nomi certamente noti al chiarissimo professor Dionigi), e di altri insigni docenti di lingua latina, i quali favoriscono quelle associazioni e propugnano un latino 'vivo', cioè non cadaverico e imbalsamato, come purtroppo usano trattarlo molti cattedratici italiani.

Vittorio Ciarrocchi

Il proprietario: "Una reazione eccessiva"

Sono un assiduo lettore del vostro periodico, ricco di informazioni su diversi aspetti del nostro Comune. E particolarmente interessato alle notizie storico-artistiche. Proprio nei due ultimi numeri ho seguito la polemica iniziata dal Prof. Vittorio Ciarrocchi circa la traduzione dello scritto sulla lapide esposta nella Piazzetta Esedra Ciacchi. Considerato che il Prof. Ciarrocchi aveva chiamato in causa persino il Comune, in quanto responsabile di aver permesso uno "sconcio" perpetrato ai danni della cultura, nel numero di luglio-agosto c'è stata la risposta dell'Assessore alla Cultura, Luca Bartolucci, molto diplomatica.

A questo punto chiedo: non sarebbe stato il caso di aver interpellato anche il sottoscritto, co-proprietario della Piazzetta Esedra Ciacchi, primo responsabile di quello che è stato definito uno "sconcio", "un disdoro dei pesaresi" e colpevole di aver miseramente deturpato la frase latina? Dal momento che la discussione accalora gli animi e appassiona i lettori, la invito a rispondere, se possibile, nel prossimo numero di settembre (o successivo), con la pubblicazione degli eventuali sviluppi. Ha ricordato, giustamente, che come tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (Costituzione Repubblicana, art. 21), così tutti hanno il diritto di essere informati e aggiornati su storie che possono interessare i cittadini. La ringrazio.

Verter Baldassarri

P.S. Allego alcuni esempi di traduzioni finora proposte.

1. (La Piazzetta, la rotonda, l'esedra) essa e solo essa è aperta a tutti, persino se falsi o presunti.
Interpretazione del Prof. Paolo Teobaldi, tratta dal racconto "La gara" (1986-1987)

2. Per gli amici e, perché non si apra a pochi, anche se falsi.
Comitato promotore "Musica nei cortili" dell'Assessorato alla Cultura – Estate 1988

3. Si apra pure l'uscio di casa a tutti, anche ai falsi.
Dal manoscritto a pag. 14 del conte Carlo Alberto Stramigioli Ciacchi (1987-1988)

4. Questa casa è aperta agli amici e ai falsi amici, purché fingano di essere amici.
Interpretazione dell'ex Ministro alla Cultura, Prof. Vittorio Sgarbi. Da "Panorama" del 20 gennaio 2002

5. Sia aperta (la mia casa) agli amici ed anche a non pochi (di essi, cioè amici) pur se falsi.
Traduzione Prof. Vittorio Ciarrocchi. Dal "Resto del Carlino" del 1° maggio 2004

6. La mia casa sia aperta agli amici ed anche ai falsi, seppur non pochi.
Traduzione Prof. Vittorio Ciarrocchi. Dal "Resto del Carlino" del 10 maggio 2004

7. L'ingresso sia aperto agli amici, e perché non rimanga aperto a pochi, lo si apra anche ai presunti amici.
Traduzione Prof. Ivano Dionigi. Dal "Resto del Carlino" del 1° agosto 2006

Riepilogando

Nel fascicolo di giugno de Lo Specchio della città avevo definito quella traduzione "un vero sconcio che torna a disdoro anche dei pesaresi". Parole che non si riferiscono né a chi ha fatto la versione italiana né a chi ha provveduto a farla incidere. Perciò mi dispiacerebbe se il signor Verter Baldassarri si fosse sentito offeso dalla frase sopra riportata, che esprimeva soltanto il rammarico di leggere una traduzione "manifestamente sbagliata", come ha scritto anche il professor Ivano Dionigi. Riconosco che la versione corretta da lui indicata è più chiara e più aderente della mia al "senso" delle parole latine fatte scolpire dal conte Ciacchi: forse più per ironizzare su certi suoi falsi o presunti amici, che per manifestare la solenne intenzione di accoglierli ed ospitarli ("intenzione solennemente dichiarata", secondo Ivano Dionigi). Ma, come la traduzione da me proposta, così anche questo mio giudizio potrebbe non cogliere nel segno: sia perché sono semplicemente "Latinitatis cultor voluptuarius", cioè ‘semplice dilettante di latino', e sia perché non ebbi la fortuna di conoscere il concittadino Andrea Ciacchi, che tuttavia mi piace immaginare dotato di sottile umorismo.

Vittorio Ciarrocchi


 
 
 
 
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