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Settembre 2007 / Lettere e Arti
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Visti da vicino: Valeriano Trubbiani

Era il 1972. Entrai in una sala della Biennale veneziana e per la prima volta nella mia vita mi ritrovai in "stato d'assedio". Intendo il coivolgimento emotivo che le opere di Valeriano Trubbiani da allora hanno sempre provocato e continuano a provocare in me. "Stato d'assedio" infatti si chiamava l'installazione in acciaio inox e ferro zincato che assieme ad altre sculture dello stesso artista illustrava la condizione umana come mai prima. O almeno così io vissi quel momento. Le mani erano certamente umane. Mani assassine come soltanto gli uomini tra gli esseri viventi posseggono; e gli uccelli fermati nel loro volo libero erano altrettanto umani.
Giravo allora con il simbolo di "Azione non violenta" di Aldo Capitini all'occhiello: due mani che spezzavano un fucile. Idealismo mai abbandonato. Difficile, se non impossibile, coniugarlo con il realismo poetico di Trubbiani. Ma compresi immediatamente che il conflitto era solo apparente. Perché ancora oggi per promuovere l'amore tra gli uomini non so immaginare una icona più struggente di quei poveri uccelli afferrati da mani d'acciaio che li sottraggono al volo ed al nido. L'attuale campagna per la moratoria della pena di morte mostra le orrende immagini di esecuzioni. Picasso, per rimanere nell'ambito artistico, fece volare la colomba solo dopo aver dipinto "Guernica". E la "Società delle Nazioni" e l'ONU furono immaginate soltanto dopo due immani tragedie umane che spezzarono milioni di vite e milioni di sogni. Aveva ragione Valeriano Trubbiani, che era allora nel "mezzo del cammino" della vita. Furono in tanti a comprenderlo se due anni dopo una giuria internazionale gli conferì il più prestigioso riconoscimento di quegli anni: "Il Premio Bolaffi". Enrico Crispolti che lo seguirà per tutto l'arco della sua produzione artistica, fino a dedicargli nel 1990 la monumentale monografia in due volumi "Trubbiani", lo segnalò con queste parole: "Discorso plastico articolato in senso narrativo all'interno di un'immagine sostanzialmente unitaria, condotta con prestigioso intervento diretto sul metallo, in una tradizione fabrile aulica e popolare ad un tempo".
Non è possibile inoltrarsi nella sterminata bibliografia critica che ha fin dagli inizi contrappuntato l'avventura artistica di Valeriano Trubbiani; mi limiterò a ricordare alcuni nomi di critici e di intellettuali che hanno fissato sulla carta le loro impressioni e i loro ragionamenti. Al già ricordato Enrico Crispolti, vanno aggiunti Giuseppe Marchiori, Giulio Carlo Argan, Carlo Ludovico Ragghianti, Edoardo Sanguineti, Federico Fellini, Umbro Apollonio, Franco Solmi, Gillo Dorfles, Antonio Del Guercio, Luigi Carluccio, Roberto Tassi, Mario Novi e tanti altri osservatori. Giudizi non sempre convergenti sul significato delle opere ma sempre concordi sulla statura artistica non comune dello scultore. Io mi onoro soltanto, dopo lo sconvolgimento del mio modo di vedere e di pensare avvenuto a Venezia, di essere sempre rimasto fedele al suo messaggio diventando suo amico ed emotivamente partecipe delle sue realizzazioni. Da allora fino alla suggestiva conversazione recentemente tenuta per iniziativa de "Le Cento Cittè" nella prestigiosa Sala del Rettorato dell'Università Politecnica delle Marche, in cui un Valeriano insolitamente disponibile e dimentico di essersi posto sulle spalle tutte le pene del mondo ammaliò letteralmente il pubblico presente.
Ma queste note non sarebbero complete senza l'agghiacciante passo di una lettera che Valeriano inviò ad Enrico Crispolti nel gennaio del 1987 per presentare l'opera "Turrita urbis pugnandi". Sono passati venti anni. Scrisse allora al critico che "l'inconscia sollecitazione" di un ricordo d'infanzia legato ad un bombardamento su Macerata osservato da una collina "dirimpettaia" aveva "dato la stura ad una installazione museale". La forza delle parole è tale che le riporterò senza commento: "Immaginai allora non una città distesa in orizzontale, ma elevata in verticale e facente capolino da una sorta di bastione tronco-piramidale. Una città corazzata, catafratta, cinghiata su se stessa trafitta da un aereo. (...) La città turrita è aggredita da aerei e attraversata da scie saettanti e guizzanti, come linee incandescenti di un laser. (...) Un aereo penetra gli edifici. Altri scompaiono infilando le pareti. (...) E' la guerra. O la leggenda di una guerra infinita? O la parabola di un evento bellico come tramandata di secolo in secolo così per sentito dire?". Parole che mi piace dedicare al genio che ha scritto: "Non è l'arte che imita la realtà, ma è la realtà che imita l'arte", e prova provata che l'artista vero vede prima degli altri uomini e vede ciò che gli altri non vedono o si ostinano a non vedere. Gli infiniti ed atroci bombardamenti di obbiettivi civili della Seconda guerra mondiale ebbero inizio con la distruzione di un povero e pacifico villaggio spagnolo il cui nome fu eternato da Picasso. Ancora oggi molti sciocchi si scandalizzano per i corpi scomposti di uomini e animali dipinti dal grande artista, invece di maledire chi quei corpi lacerò. Così tanti sorrisero dell'opera di Trubbiani non avvertendo l'artistica profezia del giorno che passerà alla storia come l'11 Settembre. Oggi molti di loro non sorridono più. Il resto è silenzio, quel silenzio che Valeriano per una sera ha voluto rompere soltanto per noi, per noi che lo amiamo.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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