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Maria Luigia Giovagnoli:
la “zarina” di Pesaro


Addentrandomi in quel mare di dettagli che abitano costantemente la memoria, fra lame di luce e grumi opachi d'ombra, spesso riappare fra ammirazione ed eccentricità la signora Maria Luigia Cecchi Giovagnoli detta “Gigina”, richiamata anche dai ricordi e dalle nostalgie di molti pesaresi che assistono impotenti al mutare dei “paesaggi” e delle “atmosfere” cittadine. La signora Gigina era la “Zarina” del Porto: nipote di Antonio Cecchi – era figlia di Romolo primogenito dell'avventuroso e sfortunato esploratore africano che fu anche console di Aden e Zanzibar – e moglie dell'ing. Marino Giovagnoli, temutissimo insegnante di topografia e preside dell'Istituto Tecnico Bramante, abitava in Via Antonio Cecchi (già Via Doria) nel bel palazzo avito, ora scomparso. La signora Gigina fu, oltre ogni riferimento biografico e familiare, un grandissimo e indimenticabile personaggio che connotò, solo col suo incedere fluttuante ed elegantissimo, la vita di una piccola città colta e civile, discreta e maliziosa, qual era la Pesaro a cavallo della Seconda guerra mondiale.
La signora Gigina non assomigliava a nessuno, sembrava scesa da una rivista di moda degli anni '20: un po' indossatrice, un po' paradisea e un po' leggenda, era trasportata dalla coreografica esibizione di sé durante le quotidiane passeggiate in assoluta e programmata solitudine, lungo le strade più frequentate che erano il Corso XI Settembre, Via Branca e Via Rossini, i veri salotti della città. Puntualissima, ore 12 la mattina, ore 18 il pomeriggio, eseguiva il suo rito deambulatorio con straniata superiorità, con ricercata armoniosità, con grazia e bizzarria magnificamente raggelate, quasi ad elaborare un antidoto per la vita, che anche a lei, creatura di rara e assurda tipologia, aveva riservato e riservava dolori lancinanti. La signora non voleva che le sue pene inficiassero la quotidiana rappresentazione del suo personaggio, mentre recitava la difficile libertà di proporre un suo capriccioso e innocente desiderio: quello di essere un “unicum”. Elegantissima senza mai essere alla moda, vestiva dalla “Bolognese”, mentre i cappelli glieli confezionava la modista Lugli che con la sua lavorante Lucietta creava nel suo “atelier” del Corso, protetto da verdi e plissettate tendine, gli ultimi modelli personalizzati per una moda, ormai al tramonto, che esigeva, per le signore eleganti, il capo coperto. I cappelli della signora Gigina erano bellissimi: completavano e caratterizzavano le “mise” per ogni stagione e per ogni occasione: grandi a falde larghe, di paglia o di taffettà, ariose e asimmetriche per gli abiti estivi di lino o di vera seta pura, a turbante o a tocco di pelo o di feltro per l'inverno, da indossare con mantelli o corte giacche di pelliccia; questi ultimi erano severi, austeri, trattenuti oltre che dallo spillone di perla, anche da velette fitte e avvolgenti che, pur permettendo parole e sorrisi, mascheravano e appianavano tutte quelle imperfezioni epidermiche che la signora cercava di correggere con le creme e le ciprie che comperava, assieme ai profumi, dalle sorelle Ancarani. Nei giorni di pioggia la signora non rinunciava al suo privato défilé, protetta com'era dai suoi “ombrelli dai manici scolpiti nell'avorio o nel legno: teste rapaci di camosci, di leoni o di lupi”, come scriveva Marcello Cocco con un appassionato mix di ironia e ammirazione. Sotto gli abiti di gran fattura e leggermente “fané”, la signora era in grado di far apprezzare la tonicità e l'elasticità del suo corpo alto e sostenuto da un incedere così innaturale da sembrare una danza rituale. I suoi osservatori più maliziosi assicuravano che la signora riservasse al suo corpo, ogni mattina, una doccia che alternava acqua gelata e acqua caldissima con un avvicendamento regolare e ripetuto: fianchi armoniosi, caviglie perfette, décolleté quasi sempre coperto da incroci di pizzi scuri o da candide pettorine di “piqué” che spesso si alzavano fino al collo in una specie di gorgerina voluttuosa e invitante come tutti i divieti. Tutte le indiscrezioni che le venivano rivolte non scalfivano neppure l'aplomb di quel suo aristocratico e stravagante proporsi. La signora Gigina aveva ben altro a cui pensare: prima di ogni altra cosa la cura della sua persona, i suoi abiti e i suoi accessori, poi c'era il governo della casa e la gestione della servitù. Quando era a casa, la signora indossava lunghe e ricche vestaglie di seta pesante (che Memmina Mariotti ordinava proprio per lei) e alla cintura un mazzo di chiavi che aprivano e chiudevano dispense e armadi. Mi piace pensare ai suoni contrastanti che seta e chiavi avranno prodotto, sollecitate dal suo passo cadenzato nelle vaste sale del suo bel palazzo avito! Una strana e felliniana “azdora” che concentrava in sé l'attenta gestione della casa e voluttuose e innocenti fantasie mondane! Fra le sue attività sociali, quella gratificante di mecenate. Giovani artisti erano spesso “promossi” e proposti nel corso di pomeridiani tè, durante i quali la signora volteggiava leggera e ospitale, concedendo la sua curatissima ospitalità: eppure c'era un impercettibile brivido interrogativo nel suo avvicinarsi agli ospiti, come se si aspettasse o le fosse dovuto un riconoscimento speciale per quei suoi gesti di accoglienza, sulla cui preziosità lei era assolutamente convinta. Nino Naponelli pittore, Luciano Fradelloni violista, i fratelli Pomodoro, erano i suoi preferiti. Poi c'erano gli impegni teatrali, il GAD, le opere liriche al Palazzo dello Sport (anche se non le piaceva così spoglio e disadorno, non le sembrava adatto per accoglierla). La signora adorava il Teatro Rossini dove occupava il palco n. 24 di primo ordine. Per anni aveva avuto una poltrona di prima fila in platea, poi a causa dei suoi sistematici ritardi – era noto che la signora Gigina aspettava d'entrare quando tutti gli spettatori erano già seduti e le luci stavano per spegnersi – la pregarono d'accettare il palco n. 24 (che più scomodo di così non si può): ma lei ne fu felicissima perché voltando le spalle al palcoscenico, si sedeva in modo di essere vista in pieno da tutti gli spettatori e nel contempo vedere tutta la platea. Poi c'erano le mostre d'arte. Appariva nel tardo pomeriggio pausando l'ingresso con un ristare interrogativo e disinvolto un attimo in più del dovuto, sulla porta: con questo ingresso di tipo teatrale si assicurava l'attenzione di tutti, poi svolgeva, con irresistibile garbo e partecipato interessamento, i riti canonici dei complimenti e delle osservazioni appropriate. Presto se ne andava, silenziosa: la vera sorpresa era di non trovarla più, improvvisamente. Con un gioco di passaggi studiato con naturalezza, la signora sembrava imporre, con l'assenza, il segno della sua presenza di poco prima.
Quando ogni sera avanzava con la sua camminata ondulatoria e ritmata, ci sembrava isolata nella sua danza come in una qualità di superbia, in una aristocratica vigilanza che escludesse noi, la città e il mondo tutto da questo suo rito privato: oggi veniamo a sapere invece che dalla sua finestra di piano terra la signora allungava con tenerezza quel cartoccino di cioccolatini comprati il giorno prima all'Unica a un bambino di nome Giancarlo Cioppi che manterrà cioccolatini e Gigina fra i suoi ricordi più cari. Sfogliando “Lo Scambio” di 50 anni fa, proprio in cerca di “lei” trovo una mia piccola nota di cronaca che dice: “Ondeggiando vellutatamene avanza in nero la Signora di ogni occasione mentre lo strillone-giornalaio, appoggiato alla vetrina della farmacia Ruggeri, con voce ogni sera più arrochita, ripete vedendola arrivare: ‘La Notte'!”.
Gigina Cecchi elaborò ogni giorno il saporoso gusto della libertà che offre la maschera, che si trasformerà via via da costume quotidiano in allegoria, da memoria a mito: quasi a dar ragione a Voltaire, che sosteneva che Dio aveva concesso agli uomini la frivolezza per aiutali a vivere.

Ivana Baldassarri

 


 
 
 
 
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