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  *

Achille Wildi,
cantore di Pesaro


“Chilen” aveva una naturale predisposizione all'avventura: era un bambino, quando, affascinato dalla storia di Icaro, si era costruito due alucce autarchiche di carta, canne e penne incollate fra loro, e si era gettato dalla finestra della cucina: sprofondando nel cortile, si era fatto molto male, ma non era morto: fu anzi pronto per tutte le mille altre avventure che gli ribollivano già dentro.
Achille Wildi, detto “Chilen” era nato a Pesaro nel 1902: la sua povera famiglia discendeva da uno svizzero tedesco della Guardia Pontificia e per rispetto a quell'avo arrivato dal Nord, Achille Wildi aveva mantenuto nel cognome quella “W” teutonica e straniera che nobilitava un po' quel “Chilen” povero e dialettale. Con quella “W”, Wildi aveva firmato tutti i suoi quadri, tutte le sue belle ceramiche e – da vecchio – le sue poesie. A trent'anni dalla sua drammatica morte (nel marzo 1975 si era sparato un colpo di pistola alla tempia) il ricordo di Achille Wildi pittore si è come sbiadito nella memoria della città: nessuno più ne parla e molti sono rimasti stupiti, visitando la collezione della Fondazione della Cassa di Risparmio, di trovare il suo bel Pasqualon che declama le sue storie con tuba e stiffelius, in una quadreria così importante.
Dopo una vita irrequieta, avventurosa e scollegata da ogni certezza e da ogni progetto chiaro – era stato a lungo a Parigi, a New York, in California e ad Haiti, assorbendone con avidità colori e atmosfere – Achille Wildi torna definitivamente a Pesaro verso il 1967, con tutto il suo confuso bagaglio di impressioni e di folgorazioni, frutti di “inesausta avidità di conoscenza”. Era stato attirato dalle avanguardie europee, dal cubismo e dalla deformazione impressionista, dal mondo esotico e primitivo delle accensioni visionarie di un cromatismo folgorante e simbolico, dai modernismi e dai gigantismi metropolitani che tutto inghiottiscono e tutto smemorano. Poi, stanco e deluso, era tornato a Pesaro portandosi dentro le sue strampalate avventure che gli avevano però dato l'illusione di essere risalito alle sorgenti di un'espressione artistica aperta ai mutamenti e alla valorizzazione di forme libere e primitive, lontane da ogni accademismo.
Pesaro, sorniona, lo aveva riaccolto nel suo tran-tran quotidiano: le passeggiate con Giuseppe Ceccolini, i luoghi dei ricordi, il Porto e Via Cassi, gli appuntamenti da Della Chiara, le discussioni, i racconti, la fatica di tirare avanti. Vive solo nella casetta avita che si sporge come una prua fra Via Cassi e Piazzale 1° Maggio: ed è proprio qui, in una stanzetta sghemba piena di tele e di colori, sempre più preoccupato per i suoi occhi ammalati, che elabora la storia bella e coloratissima, del suo paradiso perduto. La vecchia Pesaro, cinta delle belle mura roveresche, diventa il suo vero paradiso perduto, con i suoi poverissimi genitori, con l'acquaiolo e le prostitute di Via Mammolabella, i cordai, i giocatori di bocce e quelli della palla al bracciale, le feste da ballo al Teatro Rossini, il tram a cavalli di “Bucon” e la gloria delle vele rosse e gialle lungo il Porto canale. Per queste favole vere, Wildi sente, in una specie di gara parossistica fra l'esuberanza e la passionalità dei ricordi, e la forza trasfigurante della sua immaginazione, che ha bisogno di stesure con colori puri, a violento contrasto di toni, ha bisogno della immediatezza delle immagini che, come canto spiegato, cantino i cieli, il mare, le povertà, il calore e la semplicità di una vita cittadina che non c'è più, in un accordo spontaneo fra sentimento e trasfigurazione pittorica.
Dipinge 27 grandi tele che mette in mostra alla “Galleria Comunale” nel dicembre del 1969 col nome di “Pesaro ‘900”: ottiene un gran successo. I pesaresi sfilano compiaciuti davanti al fantasmagorico racconto di Achille Wildi sempre più solo e malato. Dopo qualche tempo, quando la miseria batterà ancora più forte alla sua porta, baratterà quei quadri – come fosse un bohemienne parigino – con un invito a pranzo. La fame, l'incombente cecità, la poca sensibilità degli amici, l'avidità dei “mecenati” portano Achille Wildi, detto “Chilen”, a quel silenzioso, tragico e definitivo addio alla vita. A venti giorni dalla sua solitaria e inascoltata morte, un parente venuto da lontano lo va a trovare. Nessuno gli risponde. Nessuno per venti giorni l'aveva cercato, nessuno si era accorto che Achille Wildi il cantore della nostra città, il lirico e nostalgico pittore delle nostre strade, dei nostri cieli, del suo e nostro paradiso perduto, se ne era andato per sempre. 

Ivana Baldassarri

 


 
 
 
 
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