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Marcello Stefanini:
il sindaco ragazzino


A dieci anni dalla scomparsa, dedicata la piazza del BPA Palas a Marcello Stefanini

Marcello Stefanini, nato nel 1938 e scomparso a cinquantasei anni il 29 dicembre 1994, è stato sindaco di Pesaro dal 1970 al 1978. Dopo gli incarichi di assessore alla Pubblica istruzione e alla Cultura, aveva solo trentadue anni al momento della sua elezione a sindaco. Per questo vogliamo ricordarlo come “il sindaco ragazzino”, parafrasando una famosa definizione del magistrato siciliano Rosario Livatino (“il giudice ragazzino”), coniata dall'allora presidente Cossiga; e poi tragicamente smentita da uno dei tanti delitti di mafia.
Laureato in Agraria, e profondo conoscitore della realtà economica del nostro territorio, è stato un dirigente del PCI a livello locale, regionale e nazionale, deputato e senatore, e infine Tesoriere del partito dopo la trasformazione in PDS. Ma gli sportivi ricordano anche il “Gufo”: uno dei protagonisti storici della squadra di basket nella massima serie.
Nel decennale della morte è stato commemorato a Pesaro con l'intitolazione della piazza prospiciente il BPA Palas e con una solenne cerimonia nella sala del Consiglio comunale, alla presenza del senatore Cesare Salvi come rappresentante ufficiale del suo partito. In quell'occasione è stata allestita una mostra fotografica (tuttora esposta) con le immagini più rappresentative della sua attività; ed è stato proiettato il film della regista Giuliana Gamba (e sua moglie) che raccoglie le commosse testimonianze di tanti amici e compagni.
Lo Specchio ha chiesto un breve ricordo a Giorgio De Sabbata, il suo immediato predecessore nella stessa carica; al suo successore Giorgio Tornati; all'attuale sindaco della città Luca Ceriscioli; e infine a un avversario politico di quei tempi, il liberale Roberto Pantanelli.

L'etica della politica

Quando incontrai Marcello Stefanini e Giorgio Tornati mi rallegrai per aver conosciuto due giovani che - come pochi - erano interessati all'attività politica, ai rapporti con il Partito Comunista, al pensiero critico di Antonio Gramsci. Marcello Stefanini, con un gruppo di amici, fu il più attivo fondatore del Circolo Gramsci: che rappresentò un fatto nuovo nella vita culturale cittadina e non solo, aprendosi alle problematiche più difficili, più attuali e più proiettate verso il futuro. Il Circolo ottenne l'appoggio dei dirigenti comunisti, ma alcuni, anche di vertice, furono ostili in modo anche pesante.
In tutta la sua vita politica Stefanini mantenne sincerità nelle sue convinzioni, fermezza nei suoi comportamenti, rispetto di quanti con lui consentivano e dissentivano, trasparenza nella formulazione delle sue opinioni, rifiuto della disfatta distruttiva dei suoi avversari anche i più ostili, impegno totale della sua attività umana, per alcuni aspetti anche eccessivo, certamente nocivo per le sue condizioni di salute che ne furono gravemente minate fino alla conclusione prematura. Con queste rare doti personali poté conseguire una rapida promozione nel partito e successo nelle varie mansioni che gli furono affidate. Nonostante le difficoltà nei rapporti fra il partito e il Circolo Gramsci, divenne dirigente provinciale. Successivamente fu assessore indi sindaco di Pesaro, deputato e senatore, dirigente della sezione Agricoltura della direzione e infine componente della segreteria nazionale del partito.
Posso testimoniare della sua attività di assessore comunale nella Giunta che presiedevo come sindaco. Per fare solo alcuni esempi, il suo apporto fu necessario nell'approvazione del Piano Regolatore, il primo piano intercomunale d'Italia, nell'accelerazione della costruzione di scuole, nel promuovere e organizzare le circoscrizioni territoriali e i loro consigli e anche nel sostegno del Festival del Nuovo Cinema, nel quale poté esprimere la sua autentica passione per l'arte cinematografica. Da sindaco sviluppò in modo nuovo queste ed altre attività con una svolta innovatrice nella complessiva gestione della città. Realizzò nuovi strumenti urbanistici che ebbero notevole rilievo culturale amministrativo in campo nazionale. Non ebbe vita facile come segretario regionale. Come parlamentare e responsabile della politica del partito nell'agricoltura riuscì ad affermare orientamenti moderni e anticipatori, utili non solo per il partito, ma per tutta l'Italia. Della sua attività di componente della segreteria nazionale amava ripetere ai suoi amici l'importanza del ruolo svolto nel discutere con Occhetto la cosiddetta “svolta della Bolognina”, destinata a mutare il carattere stesso del partito. Ma come Tesoriere dovette subire vicende immeritate che certamente influirono sul deterioramento finale della sua salute.
Voglio concludere ricordando gli aspetti umani, il suo carattere gioioso come sportivo di “serie A”, il suo atteggiamento burlone con gli amici, la sua capacità di divertirsi nelle occasioni di festività o di vacanze, il suo alto gradimento dei gelati del Bar del Fiore. Ma non posso dimenticare la sua sofferta rinuncia alla candidatura parlamentare di fronte ad un'accusa immeritata e poi risolta nel modo più soddisfacente ma troppo tardi e ciò per lo scrupolo che le false apparenze non danneggiassero i risultati elettorali. E' un esempio di una forte concezione etica della politica che oggi rappresenta un alto insegnamento per i non pochi che subordinano la propria attività politica alle soluzioni di problemi personali che sono qualcosa di più di un'apparenza.

Giorgio De Sabbata

La lezione gramsciana

Marcello Stefanini ed io abbiamo lavorato insieme nell'amministrazione comunale di Pesaro per 13 anni, dal 1965 al 1978, che rappresentano un terzo degli oltre quarant'anni d'amicizia, d'impegno politico e amministrativo, di comuni “scelte di vita”. In Stefanini era forte il senso della Stato. Difendeva l'idea del Comune come “casa di tutti”, sopra ogni concezione di parte. Non si sentiva parte del “ceto politico”, piuttosto espressione di una nuova “classe dirigente” in formazione. Infatti nell'esperienza del governo locale vedeva la scuola ideale per la formazione di un “dirigente” nuovo, cioè inteso come politico più specialista di cui avvertiva una preoccupante carenza nei partiti di sinistra. In questo “assillo” c'era senz'altro l'influenza della lezione gramsciana cui si è ispirato sin dal primo impegno giovanile.
Marcello leggeva, studiava, scriveva e parlava tanto. La “fatica” fisica, intellettuale e morale la considerava un dovere per coloro che sentivano l'impegno politico come una “scelta di vita”. Per alcuni suoi tratti culturali era debitore a Giorgio De Sabbata da cui  apprese, come alcune generazioni di amministratori locali, i principi fondamentali su cui poggia la visione del Comune come parte integrante dello Stato. Ne assorbì la concezione dell'ente locale e dei suoi rapporti con lo Stato. Divenne suo stretto e fidato collaboratore, poi successore alla carica di sindaco. Ne porterà avanti, aggiornandola, gran parte della linea amministrativa. La frequentazione di importante sindaci emiliani, quali Rubes Triva, Renato Zangheri e Guido Fanti, agevolò la sua formazione riformista. Così come furono importanti le elaborazioni di Pietro Ingrao sui temi dello Stato e della democrazia di massa. Nel corso di quei decenni prende corpo un'elaborazione “pesarese” sulla questione degli enti locali, sintesi tra la tradizione socialista del riformismo emiliano e l'elaborazione “ingraiana” del Pci.

Giorgio Tornati

Un punto di riferimento

Chi ha quarant'anni o più ricorda molto bene Marcello Stefanini. Per loro è il grande, amato, stimato sindaco degli anni Settanta, il dirigente massimo del suo partito (prima il Pci, poi il Pds ) a Pesaro e nelle Marche, il deputato e poi il senatore di questa città, il dirigente di primo piano nazionale, il Tesoriere nazionale del Pds. Per chi, come me, ha meno di quarant'anni ed una militanza di sinistra, è soprattutto questa seconda parte della personalità di Stefanini che è viva nel ricordo, mentre non ho potuto condividere l'esperienza di Stefanini sindaco, la sua esperienza di amministratore comunale, la nitida figura di un uomo che per tredici anni, prima come assessore alla Pubblica Istruzione e Cultura e poi, dal '70 al '78, come sindaco, ha rappresentato il punto di riferimento della città nel suo cammino di sviluppo e di ammodernamento economico, sociale e civile.
Stefanini è stato un uomo sicuramente di sinistra e quindi espressione di una parte politica. Ma per lui essere di sinistra voleva dire non perseguire solamente interessi di una parte politicamente definita della società o di una classe sociale soltanto: per lui essere di sinistra voleva dire agire per trasformare la società ispirandosi a valori e ideali come la libertà, la democrazia, l'uguaglianza, la giustizia sociale, la pace e l'indipendenza dei popoli. Per questo riuscì ad essere sindaco rispettato e per certi versi amato da una platea di cittadini ben più ampia di quelli che lo sostenevano politicamente. Per quelli che militavano con lui nello stesso partito era “il compagno Marcello”; per gli altri era “il nostro sindaco Stefanini”. In questo senso Stefanini fu sindaco di tutti. A cavallo degli anni ‘60 e ‘70, in corrispondenza della sua guida amministrativa ed anche grazie alle sue idee ed al suo impegno, Pesaro cambia profondamente, cresce, si qualifica ed assume quei caratteri che la renderanno una città che si distingue in molti campi. Allora non basta tratteggiare la storia di quegli anni per rendere omaggio al suo sindaco. I passi nuovi che dobbiamo affrontare hanno bisogno dello stesso coraggio innovativo, la stessa passione, lo stesso amore per la città che aveva Marcello Stefanini.


Luca Ceriscioli 

Era amabile e tollerante

Di Marcello Stefanini uomo politico ho un ricordo sfocato. Il tipo di rapporto che avevamo, cioè la frequentazione del Consiglio comunale, non consentiva di capire quale fosse o potesse essere il suo percorso ideale, all'interno del suo partito; se cioè quello di un riformista o di un conservatore. Come amministratore pubblico, sia come assessore che come sindaco, si rivelò invece una personalità molto positiva. Era amabile per natura, tollerante, paziente. Succedeva nella carica di primo cittadino a Giorgio De Sabbata, un mostro sacro di capacità amministrativa, ma con un carattere difficile anche per gli stessi compagni. Si pensi solo che a quel tempo (anni Sessanta, Settanta) il sindaco era anche presidente del Consiglio: di qui l'accusa di comportamenti partigiani. Il percorso intellettuale dei “dottorini” però era quello, da De Sabbata a Stefanini, a Giorgio Tornati, ad Aldo Amati. Niente più origini proletarie, insomma; ma indottrinamento sottile verso terze vie o compromessi storici.
A noi però, forse in ragione della sua giovinezza e della sua amabilità, Stefanini sembrò impersonare una svolta quasi liberale. Era diverso in tutto, soprattutto nei suoi rapporti umani: tollerante, cortese sempre, comprensivo. Gran lavoratore, ci dicevano. Non credo che Stefanini, o qualunque altro al suo posto, potesse molto influire sulla politica amministrativa della città con comportamenti autonomi perché già allora i partiti di governo, tutti di sinistra, si stavano trasformando in formidabili centri di potere. Ma la passione di parte o i doveri di apparato non impedivano a Stefanini di sentirsi figlio della città e di partecipare ai sentimenti genuini della gente.
Vorrei aggiungere una nota personale che non sembri d'occasione o frutto di sentimentalismo. Ecco, ci si incontrava qualche volta per strada, e ci fermavamo a fare quattro chiacchiere. Sempre reciprocamente rispettosi. Le ultime volte, anche confidenzialmente, a parlare del suo cuore malandato o di qualche vicenda familiare. Aveva un bel sorriso, le labbra rosse su un volto sempre più pallido, la parola sempre fluente e scandita. Il ricordo quasi di un fratello minore, affettuoso.

Roberto Pantanelli

 


 
 
 
 
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