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Visti da vicino: Luciano Anselmi


A cinque anni dalla morte di Luciano Anselmi scrissi: “Credevamo allora che niente sarebbe stato più come prima ma abbiamo continuato a vivere come se egli non avesse mai attraversato la nostra esistenza”. Oggi, dopo un altro lustro, non posso che confermarlo. A Fano non c'è più nessuno con cui parlare, con cui dibattere, con cui litigare. Non c'è più neppure un luogo in cui andare: uno di quei luoghi modesti che Luciano illuminava con la sua sola presenza. Una città morta. Oggi molti, troppi nella nostra città, si vantano di non aver mai letto un libro. L'ignoranza regna sovrana. La borghesia intelligente si è chiusa in se stessa ed i barbari hanno preso il potere. Quei barbari contro cui Luciano aveva lottato per tutta la vita. Allora si dicevano di sinistra, oggi si dicono di destra ma sempre barbari sono. Non perché non hanno studiato ma perché non vogliono studiare. Suppliscono alla cultura ed alla morale che sempre ne consegue con l'astuzia ed il relativismo etico ad essa connesso. Roba da spavento. “Dai nemici intelligenti e colti ti puoi difendere ma dagli stupidi ed ignoranti è impossibile”, diceva Luciano citando l'amato Flaubert il cui “Bouvard e Pécuchet” divenne riferimento letterario costante dei suoi ultimi anni.
"Molte serate di nebbia" e "Molte serate di pioggia" sono passate dalla sua scomparsa, quasi quante quelle passate insieme a parlare, bere e fumare al "Vicolo". A parlare con pochi amici di letteratura, il grande amore, e di politica, il sogno segreto. Dopo tanto girovagare si tornava però sempre a "Gramignano" il bel romanzo che piaceva a Vittorini, pubblicato da Cappelli nel 1966 dopo l'uscita semiclandestina di "Niente sulla piazza" del 1960: l'opera in cui aveva narrato la struggente vicenda della tragedia familiare da lui personalmente vissuta nel contesto dell'ultimo conflitto ad Arcevia. Una vicenda che, come sanno bene i lettori di Anselmi, percorre come un fiume carsico tutta la sua opera. Più voleva allontanarsi da essa e più come in un vortice ne era inghiottito. Non riuscì mai a dimenticare e neppure a perdonare; solo una volta in casa di un amico fu possibile analizzare la vicenda lucidamente, nel suo contesto storico. Ma torniamo a "Gramignano" che tanto aveva fatto discutere a Fano per la non difficile individuazione del personaggio che aveva dato il nome all'opera, individuazione che Anselmi sempre si affrettava sdegnosamente a smentire con le parole di Gustave Flaubert rivolte a chi gli chiedeva notizie sulla vera signora Bovary: "Madame Bovary c'est moi" e quindi a troncare il discorso. Luciano Anselmi, oggi lo comprendo,  scriveva per gli altri, viveva per gli altri. Più si isolava e più partecipava. Aveva letto tutti i libri ed aveva provato la stanchezza della carne. Lunghe notti passate a scrivere con l'orrore della pagina bianca e con il sogno che il prossimo romanzo sarebbe stato l'ultimo, non per il successo di pubblico ma per il riconoscimento definitivo del suo valore artistico da parte delle persone che per lui contavano. Due volumi di teatro, i gialli del commissario Boffa, il Diario che si ostinava a chiamare alla francese "Journal", i romanzi, le poesie, gli studi su Proust e quelli sul più grande dei pittori fanesi che egli tanto amava: Emilio Antonioni. Persino una fiaba: "Tapioca" pubblicata da Gilberto Bagaloni Editore con prefazione di Gianni Rodari e presentata in un albergo cittadino dall'allora ministro della Difesa Arnaldo Forlani.
Viveva in una dimensione europea, con una particolare predilezione per la cultura francese, ma aveva scelto di abitare in provincia, a Fano d'inverno ad Arcevia d'estate e con non malcelato snobismo si vantava di non essere mai andato a Pesaro negli ultimi trenta anni e ad Urbino negli ultimi quaranta. So io quanto mi costò riuscire a portarlo ad un ricevimento alla “Selva” in casa del regista Leandro Castellani nella campagna di Fano per parlare della trasposizione in una serie televisiva dei suoi gialli con il commissario Boffa, la versione italiana dell'amato Maigret, che non ha ancora visto la luce. Aveva la stima e l'affetto dei fanesi Fabio Tombari, Valerio Volpini, Franco Battistelli, Gabriele Ghiandoni e Tonino Casanova; ma Mario Luzi, Carlo Bo, Raffaele Crovi appena giunti a Fano chiedevano di lui e ricordo di aver dovuto riparare con una certa fatica ad una dimenticanza scortese del Comune che non lo aveva invitato all'incontro della cittadinanza con Giovanni Spadolini allora presidente del Consiglio. L'incontro tra loro fu di quelli che non si dimenticano e le foto lo dimostrano. Detestava i politici, non tanto per quello che erano ma per quello che avrebbero potuto e dovuto essere. Lo diceva e lo scriveva. Chi non ricorda la terribile invettiva contro i politici fanesi della seconda parte de: “Gli anni e gli anni”? Per lui la politica cominciava e finiva con De Gaulle. Pochi in Italia resistevano al confronto. Nobile anche nel disprezzo. La sua ostilità era ricambiata fino alla ingiustificata ed ingiustificabile assenza ai suoi funerali degli amministratori pubblici di allora. Il più grande scrittore della nostra comunità se ne andava ed il potere non offriva neppure l'onore delle armi a chi non si era mai piegato e che si era ostinato a ricordare quello che tutti gli altri volevano dimenticare. Profetico anche in questo se è vero che oggi abbondano gli studi e le ricerche revisioniste fino al punto di far passare i colpevoli per vittime e le vittime per colpevoli mentre è importante solo ricordare e denunciare quanto sia fragile la diga che separa la civiltà dalla barbaria. Oggi ferve il lavoro della giovane studiosa Franca Mancinelli per raccogliere in un unico volume i suoi elzeviri: la pubblicazione sarà una nuova occasione per riflettere sulla sua opera. Le recensioni alle quali Luciano tanto teneva si preannunciano tutte favorevoli.

Alberto Berardi

 


 
 
 
 
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