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Ritorno alla città

Pesaro era diventata, ai miei occhi che avevano continuato a vederla con fantasia e desiderio di tornarvi, una deludente città. Diversa, troppo diversa da quella che avevamo lasciato alcuni mesi prima. Ovunque macerie distese. Dove non c'erano macerie restavano i residui di un vandalismo ingiustificato.
Stavamo tornando. Lentamente. Uno ad uno. Più grandi, più consapevoli, ma non ancora adulti. Ciascuno aveva la propria storia da raccontare. Storie di paura, storie lievi, storie raccapriccianti. Con mille intonazioni diverse. Storie che ciascuno di noi tentava di ampliare e corredare di “effetti speciali” per stupire e rendersi più credibili e più importanti. Importanti, anzi, di basilare importanza, le storie di donne! Ciascuno cercava di esibire le proprie improbabili conquiste. Alcuni di noi non tornarono. E solo più tardi, qualche volta, sapemmo la ragione di quei mancati rientri. Qualche nuova famiglia subentrò nelle loro case, e qualche coetaneo nella nostra amicizia. Rabberciate alla meglio, le case tornarono ad ospitarci. Sembravano incredibilmente più piccole. Adesso, che eravamo abituati agli ampi spazi delle campagne, parevano più strette perfino le strade, alcune delle quali avevano già cominciato a cambiar nome. La scuola stava iniziando a stento. Ancora non tutti i professori erano rientrati. Quello sarebbe stato un anno di transizione. E a noi stava bene così. Anche perché le lezioni, quell'anno, cominciarono molto tardi così che la vacanza continuò ancora per alcuni mesi.
Poi venne l'estate, e il confine della città era adesso la spiaggia. Solcata da tubi metallici che portavano carburanti a nord e la sporcavano, macchiandola di rosso e di nero, per le loro perdite. Ma a noi interessava l'acqua. Il bagno. Una scommessa a chi fosse arrivato prima a nuotare attorno alla boa che segnava la zona di sicurezza per la navigazione, e tornare indietro avrebbe dimostrato la nostra maturità fisica.
Dopo cena, adesso, potevamo uscire. La meta preferita era quella del cinema americano. Dove prima della guerra c'era L'Arena Lido, adesso c'era il cinema all'aperto per le truppe d'occupazione. A ridosso dell'Arena una villetta semidiroccata, culminava con un tetto a terrazza. Sdraiati su quel tetto abbiamo seguito tutti i film del repertorio guerresco o western. Disdegnavamo un poco, invece, i film d'amore. Avevamo bisogno d'avvenimenti, non di dialoghi, a causa della nostra mancanza di conoscenza della lingua inglese. Ne ricordo uno, in particolare: “La Famiglia Sullivan”. Un ferroviere con un branco di figli maschi, americano, ovviamente. Che muoiono tutti, uno ad uno, in guerra. E ad ogni morte, il ferroviere, orgogliosamente, con le lacrime agli occhi, appendeva alla finestra della sua casa una bandierina sulla quale aumentava il numero delle stelle che vi erano disegnate, che corrispondeva a quello dei figli caduti. Non sono mai riuscito a spiegarmi come potesse sopportare tutto questo, senza mai dare in escandescenze.
Da quei film ci precipitò addosso, all'improvviso, tutto il Jazz che per vent'anni non avevamo udito: Cole Porter, George Gershwin, Glenn Miller, la tromba di Harry James, il clarino di Benny Goodman e il sax di Gerry Mulligan… A volte ci fermavamo ad ascoltare l'orchestra che, sul terrazzo dell'hotel Vittoria, suonava un jazz nostrano per i soldati delle truppe d'occupazione che ballavano con le signorine pesaresi. Con nostra gran gelosia.
Mentre sognavo grandi spazi e ricchi paesi lontani, mi accontentavo di guadagnare qualcosa facendo lo sguattero per i soldati canadesi che si erano stabiliti nella casa del mio amico Gianfranco. Lavavo i piatti nel seminterrato che apriva la porta sul giardino, nella stessa stanza che era stata del padre e che, un tempo, conservava gelosamente una grande biblioteca. Alla quale, pochi anni prima, eravamo ammessi con molta circospezione, per consultare la voluminosa enciclopedia che dominava sovrana l'ambiente. Adesso non c'era più neppure un libro, e gli armadi erano stati bruciati nella stufa ricavata con una botte metallica priva di coperchio, che serviva a scaldare l'acqua con la quale dovevo lavare le stoviglie. In cambio del lavoro ricevevo scatolette di carne, formaggio di un incredibile colore giallo intenso in scatole di metallo, un pane leggero le cui fette tagliate si piegavano come fossero state di carta, burro salato, una strana polvere verde per una zuppa immangiabile... e sigarette. Feci, attraverso le sigarette, la scoperta di un'America incredibilmente ricca. Fra le tante marche fumate dalle truppe d'occupazione, che avevano nomi incredibili come Sweet Caporal, che m'induceva a chiedermi come facesse un caporale ad essere dolce, c'erano le Kensitas K4, il cui pacchetto, all'interno, era diviso in due da una confezione in alluminio, contenente da una parte venti e, dall'altra, quattro sigarette. E il pacchetto riportava la spiegazione per quell'insolita confezione: “twenty for you and four for your friends”.
Mentre i miei amici continuavano a fumare, passandola da uno all'altro per una boccata alternativa una vecchia Milit, le sigarette in dotazione ai militari, che un feroce acrostico definiva Merda Italiana Lavorata In Tubetti, in America potevano permettersi di acquistare venti sigarette e trovarne, dentro il pacchetto, ben quattro da offrire agli amici!
Poi arrivò la calma. E con quella, notizie recenti. Cominciammo a sapere cosa era accaduto agli ebrei, durante quegli anni di guerra. E io tornai a pensare al buon Adamo delle fettucce, l'ambulante che avevo conosciuto, e a chiedermi se una preghiera della mia religione, sicuramente diversa dalla sua, potesse servire ad alleviare le sofferenze della sua anima. Male, in ogni modo, non avrebbe potuto fargli certamente, pensai. E la mormorai in silenzio.

Valentino Rocchi


 
 
 
 
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