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Personaggi allo Specchio:
Antonio Glauco Casanova

Giugno 2001
Il professore socialdemocratico

Mi voglia bene e mi ricordi. Se il destino non è un cinico baro, ci deve delle grosse rifatte. Speriamolo, più che per noi, per ciò che è in noi della vera e pur santa Italia.

(da una lettera di Claudio Treves a Giuseppe Saragat, entrambi rifugiati all'estero, nel novembre 1926)


Correva l'anno 1942 e le cose cominciavano a mettersi male per la guerra italiana in Africa. Giovanni Gentile, eminente filosofo, Presidente dell'Enciclopedia Italiana, la Treccani, e ideologo del regime (anche se un po' messo da parte dopo il Concordato per non turbare l'idillio fra il Fascismo e la Chiesa), si recò a Palazzo Venezia per presentare a Mussolini una sua collana di classici della filosofia greca. “Duce”, esordì rispettosamente il filosofo, “mi dispiace sottrarvi del tempo prezioso in questo momento in cui le armi italiane non hanno molta fortuna…”. Non riuscì a completare la frase perché Mussolini battè un poderoso pugno sul tavolo esclamando: “Anche voi, dunque, non credete nella vittoria…?!”. Riuscì comunque in qualche modo a presentargli la sua opera e si congedò. Mentre usciva dalla lunga “sala del mappamondo”, sentì risuonare alle sue spalle con voce stentorea un perentorio: “Coglione!”. Gentile guardò a sinistra e a destra ma, non vedendo nessun altro intorno, ne dedusse che l'epiteto era inequivocabilmente diretto a lui. (Questo tuttavia non impedì a Mussolini di nominarlo in seguito Presidente dell'Accademia d'Italia della R.S.I. con sede a Firenze).
Antonio Glauco Casanova mi racconta con vivacità questo aneddoto tragicomico, ricordando Giovanni Gentile, il suo professore di filosofia teoretica all'Università di Roma, dove era approdato nel 1938, dopo il Liceo Nolfi, vincendo una borsa di studio del “Pio Sodalizio dei Piceni”: un'istituzione fondata nel ‘700 con i lasciti di due cardinali, allo scopo di aiutare gli studenti più meritevoli del territorio. L'episodio gli era stato riferito da Vittorio Calef, un ebreo marchigiano diventato suo amico a Roma, che era all'epoca assistente di Gentile all'Università e poi suo segretario particolare quando era stato allontanato dalla scuola a causa delle leggi razziali. Perché Gentile era un uomo buono e proteggeva paternamente i suoi allievi, anche gli antifascisti dichiarati, garantendogli spesso un posto di lavoro alla Treccani: fra questi, il giovane Ugo La Malfa. Nonostante la sua esaltazione del fascismo fino all'ultimo, e l'adesione alla Repubblica Sociale Italiana (che gli costò la vita), la sua “esecuzione” a Firenze nel 1944 è giudicata anche da Casanova un atto di barbarie: anzi, “Più di un crimine, un errore”, afferma il professore, citando in francese un famoso giudizio di Fouché (ministro di polizia di Napoleone) a proposito dell'assassinio del duca d'Enghien.

I “piselli”. Il filosofo e ideologo del fascismo è uno dei protagonisti del suo ultimo libro, “Personaggi sparsi” (che apparirà probabilmente entro l'anno), in cui traccia il profilo di venticinque esponenti del potere, della cultura e dell'arte, che ha conosciuto di persona: da Fellini a Enrico Mattei, da Umberto Nobile a Sofia Loren, da Riccardo Bacchelli a Mario del Monaco. Ha già comunque alle spalle una considerevole produzione di saggistica storica, tra cui una “Storia Popolare dell'Italia contemporanea” in quattro volumi; la biografia di Giacomo Matteotti “Una vita per il socialismo” (finalista al Premio Viareggio del '74); una biografia di Saragat; e, più recentemente, “Ciceruacchio, capopopolo di Roma” e “Carlo Bonaparte, principe di Canino”.
Il nome Antonioglauco all'anagrafe (ma per gli amici è solo “Tonino”) deriva da un innamoramento di suo padre per il “Glauco” di Morselli, visto a teatro proprio la sera prima della sua nascita, ottantuno anni fa. Incontro quest'uomo piccolo, magro, scattante, di grande vivacità intellettuale, nella sua casa di Fano, in cui torna periodicamente in vacanza da Roma: dove ormai abita da decenni, a seguito dell'impegno politico nel Partito socialdemocratico. All'ingresso, un busto in terracotta di Edmondo De Amicis, proto-socialista umanitario dell'Ottocento; e una parte degli 8.000 volumi della sua biblioteca personale. A sentirlo parlare di letteratura, storia e politica, sorge il sospetto che li abbia letti tutti. Negli anni della sua giovinezza di fanese Doc, ha respirato in casa il clima degli antifascisti locali (Battistelli, Venturini, Capalozza…), col padre socialista riformista che gestisce una carto-libreria in città e che si fa anche un mesetto di carcere per aver distribuito volantini proibiti; poi viene tenuto d'occhio dalla polizia perché non frequenti quel pericoloso covo di sovversivi del Caffè Centrale. Ma tutto sommato il suo ricordo di quegli anni evoca una dittatura un po' da operetta, sfumata di paternalismo: di certo non un occhiuto Stato di polizia. Il ragazzo comincia a capire che gli anni del grande consenso sono finiti, proprio assistendo al momento storico della Dichiarazione di guerra del giugno 1940. In Piazza Venezia c'è il tripudio dei fedelissimi; ma il giovane Casanova vede la scena dall'alto (nei pressi del Quirinale) perché ha “una manzoniana paura della folla”, e intorno a lui vede volti tristi e preoccupati, senza nessuna traccia dell'entusiasmo immortalato dalle cineprese del Film Luce. Si laurea in Lettere nel 1943, mentre è militare nei servizi sedentari perché una provvidenziale insufficienza toracica lo salva dal fronte. Poi il ritorno a Fano, i primi incarichi di insegnamento a Pergola e a Pesaro, e infine la “sfortuna” di vincere un concorso per entrare in ruolo, che lo condanna a una grama esistenza di docente: sia pure temperata da un'indennità aggiuntiva quando, per molti anni, è “distaccato” a Roma come segretario particolare del ministro Preti, diventando suo malgrado anche un esperto di Finanza pubblica.
A partire dalla metà degli anni '40, le vicende della sua vita si intrecciano con la storia del socialismo italiano. Il suo primo amore politico è Ignazio Silone, l'eretico del comunismo che cerca una mediazione tra l'ideale marxista e l'etica cristiana e che poi si isola da tutti e si definisce “un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa”. Nel 1946 a Firenze, al congresso dell'allora PSU (Partito Socialista Unificato), appoggia come delegato della provincia di Pesaro la mozione Pertini/Silone che ancora una volta rivela l'incompatibilità tra le due anime del socialismo, quella riformista e quella massimalista; e che porterà l'anno successivo alla storica scissione di Palazzo Barberini, quando lo stesso Pertini fa la spola, con le lacrime agli occhi, tra i due schieramenti cercando di scongiurare la rottura. Nasce il PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani) di Giuseppe Saragat: un acronimo subito interpretato come i “piselli” dagli avversari più benevoli; i “social-traditori” dai militanti “duri e puri”. In realtà, nell'imminenza della resa dei conti del '48, si era trattato di una vera e drammatica scelta di campo a favore dell'Occidente. Allora essere definito “saragattiano”, con un misto di sufficienza e di disprezzo, poteva comportare persino qualche rischio per la propria incolumità fisica; e comunque l'ostracismo degli ambienti culturali dominati dall'“intellighenzia” di sinistra.
Nel PSDI (come fu poi ribattezzato il partito) Casanova svolge tutta la sua attività politica e amministrativa, come membro del Comitato centrale, segretario provinciale e regionale, assessore e vice-sindaco di Fano. Manca di poco l'elezione a deputato nel 1968, quando i socialisti si erano provvisoriamente riappacificati nel nuovo PSU; ma sua moglie Giuseppina lo considera il secondo fausto evento della sua vita, dopo l'insufficienza toracica del periodo bellico. Ha anche diretto, in anni recenti, il quotidiano del partito, L'Umanità, destreggiandosi fra le difficoltà economiche di un partito povero e le incertezze grammaticali di un pugno di giovani redattori ex sessantottini. Un giorno rimproverò uno di loro perché i suoi periodi erano troppo lunghi, quasi degli anacoluti, e lo invitò a costruire frasi più semplici, con soggetto, predicato e complemento oggetto. Il giovane chinò la testa sotto l'anacoluto, che probabilmente considerava un insulto, e poi chiese: “Che cos'è il predicato?”.

Ricordati di Mommsen! Questo storico del socialismo democratico ha avuto due grandi riferimenti ideali: Giacomo Matteotti negli studi e Giuseppe Saragat nella sua attività politica. Saragat era una delle due persone al mondo che avevano letto Marx integralmente nell'originale (l'altro era Marx, quando aveva corretto le bozze del Capitale…) e conosceva quasi a memoria tutta l'opera di Goethe. Quando, dopo una consultazione elettorale sfavorevole per i socialdemocratici, maledisse il “destino cinico e baro” (frase poi diventata proverbiale e fonte di innumerevoli sfottò, oltre che di critiche perché un socialista non deve credere al destino), tutti pensarono a una citazione di Goethe. Si trattava invece, come mi ha rivelato Casanova, di un riferimento alla lettera di Treves riportata all'inizio.
La sua fondamentale biografia di Matteotti riporta naturalmente la famosa frase che sarebbe stata pronunciata al momento dell'assassinio: “Uccidete me, ma l'idea che è in me non la ucciderete mai. La mia idea non muore. I miei bambini si glorieranno del loro padre! I lavoratori benediranno il mio cadavere! Viva il socialismo!”. Casanova dubita della veridicità del racconto, viste le circostanze, e l'attribuisce a una sorta di soggezione dei carnefici verso la loro vittima, con relativo bisogno di onorarla. E conclude il suo libro rammaricandosi che Matteotti, alieno da ogni forma di retorica, venga ricordato più per il martirio che per la sostanza del suo impegno politico. Ma quando andò da Saragat per presentargli l'opera, l'ex Presidente della Repubblica lesse questa pagina e si corrucciò. “Come diceva il grande Teodoro Mommsen”, declamò con l'aria solenne dei suoi momenti migliori, “le grandi frasi dei condottieri romani, anche se non sono state pronunciate nella versione tramandata, hanno fatto pur sempre la storia”. Comunque apprezzò il libro, lo controllò in tutte le sue parti, sottoponendo il professore a uno degli esami più severi della sua carriera, e al momento dei saluti ribadì nuovamente: “E ricordati di Mommsen!”.

La Prima Repubblica. Parlando con Casanova, come mi era già accaduto con l'altro suo illustre conterraneo Valerio Volpini, ho l'impressione di respirare un'aria di altri tempi, di altri ideali, di altri valori, di un altro livello morale e culturale. Politicamente è l'aria della cosiddetta Prima Repubblica, quando alcuni facevano ottimi affari e altri riciclavano le buste della corrispondenza con le sezioni periferiche del partito, utilizzando lo stesso involucro per la risposta. “Tutti i partiti sono andati in cerca di soldi”, mi dice, “ ma qualcuno lo ha fatto su base industriale, attraverso un sofisticato sistema di concussione e di tangenti; mentre i piccoli partiti si sono limitati a tendere la mano per avere l'elemosina”. Rivendica con orgoglio i meriti della classe politica del dopoguerra, il decollo sociale dell'Italia negli anni del “miracolo economico”, quando il Prodotto Interno Lordo cresceva a tassi del 7-8%, superando tutti i Paesi del mondo. Ricorda con rispetto la levatura intellettuale dei leader del tempo: da Togliatti a Malagodi, da Amendola a La Malfa, da Nenni a Fanfani, da Moro a Saragat. “Questi erano i primi della classe, ma anche i secondi e i terzi livelli erano superiori ai protagonisti dell'attuale classe politica. La mia vita è legata alla scelta socialdemocratica, che non ritrovo più nei cespugli, i fuscelli, i rametti del socialismo attuale. Nonostante tutto quello che è successo, vorrei essere ricordato come un uomo della Prima Repubblica”.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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