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La società del piacere

La solitudine dei consumatori, delle fasce di reddito più deboli, è frustrante. Guadagnare circa un milione e mezzo al mese, dovendo pagare affitto di casa ed utenze, consente solo di sognare, desiderare e non avere.
Ma c'è un altra solitudine più ricercata ed articolata. E' la schiera numerosa di neo-lavoratori, pseudo-intellettuali che vogliono e pretendono un lavoro divertente, gioioso, senza pensieri in testa: un gioco-lavoro ben retribuito, rilassante, che contribuisca a dare felicità. Perché no? Una società progredita ed evoluta economicamente non dovrebbe forse garantire all'avvenente commessa di negozio un reddito soddisfacente? E un neo-professionista sacrificato dai lunghi studi e dalle “sudate carte” non avrebbe diritto a “godersela” la professione? Ognuno di noi si aspetta gioia e felicità dalla vita. E' naturale corteggiare il piacere e non il dolore; seguire itinerari agevoli e semplificati scansando i percorsi tortuosi e difficoltosi. A ben vedere ci si rende conto, però, che discutiamo di aspettative fortemente esistenziali. Sembrerebbe che le nostre realizzazioni siano fatalmente legate a conquiste voluttarie. Eppure, in una gran parte del mondo, si muore ancora di fame, si vive nel disagio più estremo ed indignitoso per la vita umana.
Da noi nessuno protesta per mancanza di crescita lavorativa, non si sente parlare di rivendicazione di ruoli, competenze, professionalità se non per conseguire un livello retributivo superiore. Gli spazi personali sono occupati continuamente da mille cose, da hobbies sempre più strani ed originali, dalla competizione nella competizione, per avere il marchio doc, la griffe d'identità. Non restiamo mai soli, non riusciamo ad oziare per recuperare il rapporto con noi stessi, per cercare di capire chi siamo, cosa vogliamo e dove vogliamo andare. I sentimenti ci scivolano dalle mani, lontano da noi; potrebbero essere di ostacolo alla nostra vita. Non amiamo il lavoro, anzi a volte è come se fosse una disgrazia ma cerchiamo il denaro per vivere il meglio possibile. Non amiamo le persone, non abbiamo la curiosità di scoprirle. Ci avviciniamo solo a chi la pensa come noi; demonizziamo il contrario di noi, che invece potrebbe arricchirci, per consolidare le false sicurezze.
Questa solitudine “della crudeltà economica” mi pare che sia figlia dell'incapacità d'amare di una società, culturalmente razzista, che porta sul suo frontespizio la parola: egoismo.

Stefano De Bellis


 
 
 
 
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Lo Specchio della Città - periodico per la Provincia di Pesaro e Urbino - Redazione: tel. 0721/67511 - fax.0721/30668 - E-mail:info@lospecchiodellacitta.it

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